Come nasce un nuovo piatto o una nuova tendenza gastronomica? Per il caso e la necessità, come tutte le cose direbbe l’antico filosofo greco Democrito di Abdera (470 a. C. circa – 350 a. C circa). Da qui una serie quasi infinita di leggende e di storie inventate, come quella del pastore che nella regione di Kaffa della lontana Etiopia si accorge che le capre che si nutrono di bacche rosse non dormono ma saltellano ben sveglie e prova anche lui ad assaggiarle, sperimentando il loro effetto eccitante e stimolante, inventando l’uso del caffè.
Qualche giorno fa la notizia (Dairy Global, 27 giugno 2024): il governo danese, dopo cinque mesi di discussioni, sta introducendo un balzello sugli agricoltori relativo alle emissioni carboniose di gas serra, a partire dal 2030. La tassa prevede il pagamento di 40€ per tonnellata di CO2 prodotta, aumentabili a 100€ a partire dal 2035. Sono previsti sconti per gli agricoltori più “volenterosi”, “climate-efficient” in inglese. Non è chiaro come saranno compilate le pagelle, ma tant’è. Gli esperti prevedono, bontà loro, che, solo nel primo anno di applicazione della carbon tax, possa venir abbattuto il 70% delle emissioni totali di gas serra di origine agricola.
Nei nuovi sistemi agricoli, le leguminose da granella (fagiolo, fava, pisello, cece, lenticchia, cicerchia, lupino, soia) rivestono un ruolo cruciale, poiché forniscono un contributo essenziale alla sostenibilità degli ordinamenti colturali (per la possibilità di fissare nel suolo l’azoto atmosferico e di ridurre l’impiego di concimi di sintesi), al recupero/valorizzazione dei terreni marginali (con indubbi vantaggi sulla tutela di suoli agricoli dall’erosione e sul mantenimento di attività produttive anche in zone svantaggiate) ed all’auto-approvvigionamento di fonti proteiche, vantaggioso sia per gli umani che per il settore zootecnico, soprattutto quello condotto in regime biologico, che prevede l’impiego di mangimi prodotti in azienda.
Le prospettive? Una questione di resa.
Seppure favorite dalla Pac, il futuro di queste colture dipende dalla performance e dalla competitività delle relative filiere. La ricerca e l’innovazione devono impegnarsi a sviluppare varietà più adatte ai diversi impieghi e fornite di resilienza agli stress ambientali.
L’innovazione varietale trova un valido supporto nella ricca biodiversità genetica disponibile e in nuove metodologie di breeding che velocizzano i processi di selezione. In particolare, nella disponibilità di specie modello con genoma sequenziato (Medicago truncatula) che presenta estese sintenie con regioni cromosomiche di altre leguminose. Ciò fornisce l’opportunità di identificare sequenze di DNA associate a caratteri utili (marcatori molecolari) da utilizzare in tecniche di selezione assistita. Ovviamente, lo sviluppo di progetti di ricerca di base e applicata, di ampio respiro, necessita di un sostegno finanziario congruo e continuativo nel tempo.
L’optimum range di temperatura esterna per la bovina è compreso fra 5 e 15°C. Al di sopra dei 15°C l’animale non riesce a mantenere la propria temperatura corporea, ovvero a dissipare l’eccesso di calore prodotto dal metabolismo e quello proveniente dalle radiazioni solari. Aumentano l’irrorazione sanguigna cutanea, la sudorazione e la frequenza respiratoria, con dispersione di notevoli quantità di liquidi. Il risultato è che assistiamo ad un’alterazione significativa della capacità produttiva
Il mondo dei virus (o virosfera) comprende una vasta varietà di agenti infettivi per l’uomo, gli animali, le piante, o qualsiasi altra forma di vita sulla Terra. I virus sono parassiti intracellulari obbligati, mancano di struttura cellulare e di metabolismo, e dipendono dall’organismo ospite per la loro replicazione. I componenti virali sono sintetizzati dalla cellula infetta sulla base dell’informazione contenuta nel materiale genetico virale (DNA o RNA, a doppia elica o singola elica), e poi assemblati in virioni maturi. I virus delle piante sono agenti di malattie che possono causare la distruzione delle colture.
La "regola del 3" afferma che "una persona può sopravvivere 3 giorni senza acqua, 3 settimane senza cibo, 3 ore in condizioni climatiche estremamente calde o fredde, ma non può sopravvivere più di 3 minuti senza ossigeno".
Anche se la Regola del 3 è una esemplificazione, in quanto va confrontata con i casi soggettivi e ambientali effettivi, essa riassume efficacemente la gerarchia dei bisogni di sopravvivenza umani e mette in luce l'importanza cruciale dell'ossigeno, requisito più immediato e imprescindibile per la vita umana. In questo contesto, il ruolo degli alberi e di altri organismi fotosintetici nella produzione di ossigeno diventa estremamente significativo.
Nel contesto della "Regola del 3," l'incapacità di sopravvivere più di tre minuti senza aria respirabile sottolinea infatti l'indispensabilità degli alberi e delle foreste. Gli alberi agiscono come i polmoni del nostro pianeta, rifornendo continuamente l'atmosfera di ossigeno e ciò li pone al centro della nostra equazione di sopravvivenza.
Allora forse dovremmo cercare un aggettivo diverso per quanto riguarda le piante che sono presenti nelle nostre città e non solo. L'enciclopedia Treccani definisce infatti le piante “ornamentali” come "quelle utilizzate a scopo decorativo, per giardini, edifici, ecc., pregiate per il fogliame (alberi, felci, varie piante da serra) o per i fiori (rose, garofani, ecc.) o per i frutti (agazzino, alcune varietà di peperone)." Questa definizione, sebbene accurata, non rende giustizia alla complessità e all'importanza delle piante, e degli alberi in particolare, nel contesto urbano e ambientale contemporaneo. Gli alberi e le piante urbane non dovrebbero essere considerati solo come elementi decorativi. Gli studi scientifici hanno ampiamente dimostrato che le piante forniscono una vasta gamma di servizi ecosistemici essenziali per la nostra salute, il benessere e la sopravvivenza.
Pagliai – È del tutto evidente che il repentino passaggio intorno agli anni Sessanta del secolo scorso da un’agricoltura che faceva perno sulla “cultura contadina” ad un’agricoltura moderna fu reso possibile dall’avvento massiccio della meccanizzazione.
Tale modernizzazione portò a benefici immediati e criticità nel tempo anche perché i processi nel suolo avvengono nel lungo temine. Fra le prime criticità emerse vi fu sicuramente il compattamento dovuto al passaggio sul terreno di macchine sempre più potenti e pesanti, talvolta sovradimensionate sia rispetto alla dimensione delle aziende, sia, soprattutto, alla fragilità dei suoli. Nelle ultime decadi del secolo scorso iniziarono, infatti, gli studi sugli pneumatici per attenuare il fenomeno.
Queste criticità hanno fatto sì che l’attuale ingegneria agraria sia molto più sensibile e attenta alle problematiche del suolo e al contrasto della sua degradazione.
Vieri – A seguito della razionalizzazione dell’agricoltura con la proficua opera delle Accademie e delle relative Scuole avvenuta alla fine del 18° secolo, unità produttive come le comunità toscane dei poderi riuniti in fattorie rappresentavano un esempio eccellente di agricoltura ragionata e puntuale (oggi si direbbe sito specifica) per la osservazione costante nei giorni e negli anni del nucleo familiare su 2-3 generazioni che doveva garantire una sussistenza su pochi ettari. Nel secondo dopoguerra la Rivoluzione Verde, resa possibile dalla riconversione di industrie belliche chimiche e meccaniche e necessaria per lo spopolamento delle campagne, offri all’agricoltura strumenti e procedure per garantire una produzione cospicua tale da sfamare il continente europeo dopo due guerre mondiali. La eccessiva semplificazione di un sistema complesso come quello agricolo con prescrizioni generali portò negli anni ’90 a evidenti problemi di erosione, riduzione della fertilità e dispersione di macronutrienti e antiparassitari.
L’impostazione della Agricoltura di Precisione che, nata nel 1991 in America, approdò nel 1997 in Europa con un approccio teso alla sostenibilità ed alla misurazione di tutti i fattori del sistema agricolo. La misurazione e gli strumenti di valutazione hanno così permesso di evidenziare gli errori fra i quali quello del compattamento e tutto il settore ingegneristico dalla ricerca alla produzione ha perseguito il raggiungimento delle migliori tecniche e delle migliori prassi possibili.
Pagliai – Quante volte abbiamo sentito, in servizi televisivi, cittadini lamentarsi, ad esempio nella zona di produzione del prosecco che oggi è uno dei prodotti, se non l’unico, di grande espansione e di grande valore anche economico, di essere investiti dalla deriva di fitofarmaci in prossimità delle abitazioni. Questo perché, visto che il prodotto è importante, si cerca di espanderne la coltivazione e i trattamenti vengono fatti con mezzi potenti e veloci che, se da una parte si abbattono i costi di produzione risparmiando tempo, perché la mano d’opera costa, dall’altra si sprecano fitofarmaci e si causano danni ambientali. Non solo i fitofarmaci vengono sprecati ma anche, ad esempio, i fertilizzanti somministrati ancora in base a criteri empirici e molto spesso persi con l’erosione del suolo.
Ci chiediamo spesso: quanto dovrà durare questo periodo, inaugurato negli anni '90 del secolo scorso e sostanzialmente continuato sino ad oggi, contraddistinto da una ferma opposizione a tutto ciò che si può configurare come una alterazione del corredo genomico di qualsiasi organismo vivente? Se questo atteggiamento fosse solo un pensiero o un movimento creato intorno ad esso, dovremmo rispettarlo come si fa nelle democrazie mature. Il fatto è che alcuni degli adepti di questo modo di vedere le cose non si limitano a manifestare il proprio pensiero, ma intervengono pesantemente, anche con azioni deprecabili dirette alla distruzione di sperimentazioni in campo, come recentemente avvenuto a proposito del fatto che riportiamo e commentiamo.
Cominciamo dalla constatazione, probabilmente ignota a grande parte dell'opinione pubblica, che la Associazione Genetica Italiana (AGI) ha una storia lunga essendo stata fondata nel 1954 e presieduta per molti anni da studiosi di assoluto prestigio internazionale. Quindi gli studi di genetica sono sempre stati perseguiti in Italia con la serietà e competenza tipica di una comunità scientifica molto colta e scientificamente impegnata, soprattutto in ambito biologico e biologico-medico, anche in anni decisamente precedenti al 1954 e che corrispondono al diffondersi della cultura genetica dopo la famosa riscoperta delle leggi di Gregor Mendel, avvenuta nel 1900. Nello stesso anno 1954 fu formalmente approvata l'istituzione di una Società scientifica più orientata alle applicazioni, la Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA), che rappresentò l'occasione di riunire tutti coloro che studiavano la genetica delle piante coltivate e degli animali allevati, cioè la genetica rilevante per l'agricoltura. Risulta importante ricordare che, nella revisione didattica dei Corsi di Laurea afferenti alle Facoltà di Agraria del 1982, la genetica agraria cambia il suo status: da disciplina facoltativa all'interno del corso di laurea in Scienze agrarie, passa definitivamente come obbligatoria e quindi diviene materia di esame fondamentale per ogni studente che voglia conseguire la laurea in Scienze Agrarie.
Da quel momento in poi gli studi e le ricerche di genetica si sono molto incrementate negli ambiti agrari (Facoltà di Agraria, Istituti del CNR devoluti a problematiche del settore, Centri di ricerca del CREA, ecc.) andando di pari passo con uno sviluppo mondiale di questo tipo di ricerche che ha radicalmente cambiato il modo di porsi le domande e di programmare gli esperimenti a sostegno di esse in campo genetico. La scoperta degli enzimi di trascrizione, la tecnologia del DNA ricombinante, la metodologia PCR (reazione a catena della polimerasi), i primi sequenziamenti di singoli geni e infine i sequenziamenti di interi genomi, sono state le grandi acquisizioni realizzate nell'ultimo ventennio del secolo scorso e nel primo dell'attuale. Sarà del dicembre 2000 la data in cui l'intero genoma di una pianta superiore, l'Arabidopsis thaliana, viene sequenziato. Tale pianta era già considerata un organismo "modello" sul quale si potevano studiare, in modo relativamente semplice, molti aspetti della fisiologia, biochimica e genetica vegetale, ma da questo momento in poi si moltiplicano gli studi per arrivare alla descrizione precisa dell'attività di ciascun gene. Nel volgere degli anni sono stati sequenziati i genomi di fondamentali piante alimentari del mondo per cui la tecnologia che rese possibili i primi OGM era già sottoposta ad alcune importanti modifiche, sino a quando la scoperta, premiata con il Nobel per la Chimica del 2020 a Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna, ha ulteriormente rivoluzionato il nostro modo di intervenire sulle modifiche del DNA con la messa a punto di un metodo preciso di "forbice genetica" chiamato CRISPR/Cas9.
Da alcuni anni le api trovano sempre più difficoltà a raccogliere il nettare dai fiori abitualmente visitati poiché le piante mellifere hanno notevolmente ridotto la secrezione a causa degli anomali andamenti climatici sempre più sfavorevoli all’attività dei pronubi, e di alcune attività umane che incidono negativamente sull’attività dell’alveare.
Nel 1975, Antonio Cederna espresse una verità fondamentale che rimane attuale: "Conservazione della natura significa soltanto, alla fine, conservazione dell’uomo e del suo ambiente, incolumità e salute pubblica e quindi anche, proprio per questo, progresso economico, culturale e sociale." Questa frase incapsula una visione olistica della relazione tra l'umanità e il mondo naturale, sottolineando come la protezione dell'ambiente sia intrinsecamente legata al benessere umano e al progresso della società.
Dottoressa, è a conoscenza del fatto che è stata presentata lo scorso 4 giugno una lettera aperta, da parte di UNCEM e Compagnia delle Foreste, insieme ad altri 14 importanti attori del mondo forestale italiano, con cui si sollecita i candidati alle elezioni europee a impegnarsi per dotare la Commissione di un’organizzazione amministrativa in grado di impostare le scelte tecniche e politiche a partire non dai fruitori, ma dai gestori del patrimonio forestale europeo? (Ne abbiamo parlato su Georgofili INFO). Che cosa ne pensa?
Si, sono al corrente di questa iniziativa e penso si tratti di una discussione ormai ineludibile. Sulla scorta dell’esperienza dell’istituzione, nel 2017, della Direzione generale dell’economia montana e delle foreste presso il MASAF, i cui risultati sono stati da tutto il settore giudicati positivamente, avendo comunque operato nel rispetto delle autonomie regionali, posso tranquillamente affermare che la multifunzionalità del ruolo delle foreste richiede che la sede dell’elaborazione di serie politiche forestali debba essere unica. La complessa organizzazione amministrativa europea deve essere adeguata alla attenzione rivolta al peculiare settore.
Come pensa che l'innovazione tecnologia potrà in futuro aiutare la gestione forestale? Quali ritiene essere le priorità?
Credo che l’innovazione tecnologica provochi un costante miglioramento del lavoro del forestale, purché questo non si dimentichi mai di confermare la sua attività entrando in bosco con gli scarponi ai piedi, naturalmente del modello più tecnologicamente avanzato. Credo infatti che moltissimi possano essere i supporti tecnologici, dai droni, alle foto satellitari, dagli strumenti di misura di precisione ai tree talker, dalle motoseghe a motore elettrico agli strumenti per esbosco più raffinati per diminuire fatiche, pericoli e compattamento al suolo. Ma il sopralluogo era e rimane a mio giudizio uno strumento indispensabile per assumere decisioni, sempre complesse, con l’accuratezza che richiedono.
Già nell’Antico Egitto è usato nella cura degli avvelenamenti da serpenti (The Brookyln Papyrus 47.218.48 e 47.218.85) e oggi il suo potenziale nutraceutico è documentato dalle ricerche di diversi studiosi che pongono questo frutto tra gli alimenti funzionali da usare nel trattamento di varie patologie e disturbi e tra queste malattie cardiovascolari, problemi legati all'invecchiamento, obesità, diabete, ulcere e vari tipi di cancro.
Essere riformisti significa capire quello che può essere cambiato adesso, e quello che si può fare nel medio lungo-periodo. E quello che non si potrà fare mai. La politica è il regno degli annunci, spesso lo sono anche le leggi quando contengono norme che sono scritte in modo tale per non funzionare mai (vedi l’art. 62 del D.L. 24 gennaio 2012 per le pratiche sleali) ma servono solo a consentire al politico di turno di fare un annuncio. L’ex ministro Maurizio Martina una volta disse: “Non farò mai annunci, parlerò solo a cose fatte”. Proposito risibile, finito subito in cavalleria, tant’è che poi il buon Martina è finito nel dorato buen retiro della FAO che è il regno degli annunci (e dei convegni).
Allora, un conto è far invertire la rotta alle politiche agricolo-ambientali dell’Europa, rimettendo la barra sulla necessità di produrre, di garantire cibo e qualità ai cittadini dell’Unione, di non farsi strozzare dagli accordi commerciali coi Paesi terzi, di non essere dipendenti da importazioni senza regole di reciprocità, di rimodulare il Green Deal voluto da Timmermans non con gli agricoltori ma “contro” il mondo produttivo. Tutto questo più o meno è stato portato a casa grazie alle proteste dei trattori in tutta Europa che hanno messo con le spalle al muro la commissione Ue, la sua presidente Ursula Von der Leyen e il commissario polacco che nessuno rimpiangerà. La baronessa tedesca si è dimostrata un’abile navigatrice politica e si ricandida a guidare la Commissione magari con una diversa maggioranza e una politica agricolo-ambientale completamente ‘rimodulata’. Ma, ci chiediamo, basterà per tacitare le proteste del mondo produttivo?
Mentre in Olanda entra in carica il governo del ‘partito dei contadini’, lo scorso 4 giugno a Bruxelles sono tornati a protestare gli agricoltori. E i risultati delle elezioni europee getteranno ulteriore benzina sul fuoco delle proteste agricole cui la nuova Commissione UE non potrà fare orecchi da mercante. Venendo a noi bisogna dire che i temi legati al mondo dell’ortofrutta sono ancora tutti lì, nonostante la buona volontà del governo Meloni e delle misure introdotte dal DL Agricoltura. Intanto – singolare coincidenza - in concomitanza con questo decreto legge alcune catene sono partite con promozioni su frutta e verdura a 0,99 cent/kg, il che significa “zero ai produttori”, in pratica un calcio negli stinchi. Poi sui temi della copertura assicurativa (e di Agricat) siamo ancora in alto mare, con l’impossibilità di assicurarsi per tantissime aziende per i costi proibitivi. Infine sui due temi collegati del prezzo equo (mai al di sotto dei costi di produzione, si dice) e della stretta sulle pratiche sleali si naviga anche qui a vista.
Tra l’acqua e il suolo si instaura da sempre una relazione profonda che costituisce “le fondamenta dei nostri sistemi agroalimentari, del nostro ambiente e della nostra stessa esistenza” (Qu Dongyu, Direttore Generale FAO). La connessione tra i due “elementi” è alla base dei processi produttivi e della sostenibilità, e comprende implicazioni importanti in termini di degrado e conservazione delle risorse, con evidenti implicazioni nella fertilità dei terreni. Ad esempio, la siccità influisce e rafforza il fenomeno dell’erosione del suolo: in Italia si perdono ogni anno circa 10 tonnellate di suolo fertile per ogni ettaro e, complessivamente, 360 mila tonnellate di carbonio.
Secondo le stime della FAO, a livello mondiale l’agricoltura attualmente è responsabile del 72% del consumo di acqua dolce. Con il crescere della popolazione mondiale, si stima che la richiesta d’acqua per questo settore aumenterà di un ulteriore 35% entro il 2050. Parallelamente a queste stime, le attuali tendenze climatiche mostrano un aumento diffuso di fenomeni di siccità (+29% dal 2000) e di eventi calamitosi come alluvioni, inondazioni e piogge intense. A livello globale, circa l’11% delle attuali superfici coltivate potrebbero essere vulnerabili alla riduzione della disponibilità di acqua e perdere parte della loro capacità produttiva (con Africa e Medio Oriente, Cina, Europa e Asia particolarmente a rischio).
Come conseguenza di una prolungata scarsità d’acqua, i territori possono andare incontro a processi di degrado del suolo fino ad arrivare alla desertificazione dello stesso. In Europa, dal 2008 si osservano processi di desertificazione sia nei paesi del Mediterraneo che dell'Europa centrale e orientale. La desertificazione non causa soltanto la perdita di fertilità del suolo, mettendo a rischio la sicurezza alimentare, ma provoca anche un impoverimento della biodiversità nel terreno e in superficie, contribuisce al cambiamento climatico a causa della perdita di carbonio dal suolo e causa indigenza e problemi di salute, che a loro volta sono motori di flussi migratori.
Proprio il suolo è la seconda grande risorsa da proteggere e valorizzare, insieme all’acqua. Il suolo è una risorsa non rinnovabile che fornisce numerosi servizi ecosistemici (cibo, materie prime, prodotti vegetali per abbigliamento e costruzione, legno, piante medicinali). Nel suolo avvengono i processi biologici, chimici e fisici che consentono la vita di vegetali e animali. Anche in questo caso, l'attività dell’uomo sta minando la qualità dei suoli e la crisi climatica ne rafforza gli effetti negativi.
I suoli si stanno degradando a causa di fenomeni come l'impermeabilizzazione, la contaminazione e lo sfruttamento eccessivo, combinati con l'impatto del cambiamento climatico e degli eventi meteorologici estremi I suoli degradati riducono la fornitura di servizi ecosistemici, il cui valore è stimato in Europa pari a circa 50 miliardi di euro all'anno.
In chi guarda un film mangiando cibi ultraprocessati o bevande zuccherine o alcooliche, la presenza delle stesse nel contesto del film anche come elemento secondario, può avere un effetto di tipo inconscio giustificatorio che tende a rinforzare il cattivo se non malefico comportamento di mangiare o assumere bevande ultraprocessate che portano a sovrappeso e obesità.
Dal suolo deriva oltre il 95% delle calorie necessarie all'umanità e circa il 50% del prodotto interno lordo mondiale dipende totalmente o parzialmente dal suolo. Ciononostante, già oltre il 60% dei suoli soffre di una o più forme di degradazione, situazione che potrebbe peggiorare a causa del previsto aumento delle pressioni antropiche e climatiche.
Dopo i record di temperature registrati a livello globale nel 2023, l'urgenza di affrontare l'impatto del cambiamento climatico sulla salute non è mai stata così evidente. Il Rapporto Europeo 2024 del Lancet Countdown sottolinea questa urgenza, dipingendo un quadro spietato dei rischi per la salute derivanti dal cambiamento climatico e della necessità di un'azione immediata.
L'Europa si trova al centro di questa crisi, con temperature in aumento al doppio della media globale. Questo riscaldamento accelerato minaccia la salute di milioni di persone in tutto il continente, amplificando il rischio di malattie e mortalità. Fondato nel 2021, il Lancet Countdown Europe ha monitorato con diligenza l'intersezione tra cambiamento climatico e salute, con l'obiettivo di stimolare i leader europei a prioritizzare gli sforzi di mitigazione e adattamento.
Sulla base del suo rapporto inaugurale del 2022, il Lancet Countdown ora monitora 42 indicatori, fornendo una valutazione completa degli impatti sulla salute del cambiamento climatico. Questi indicatori mettono in luce non solo le conseguenze negative dell'inazione, ma anche le evidenti disparità nella risposta al clima tra le nazioni europee.
In modo cruciale, il rapporto identifica opportunità mancate per tutelare e migliorare la salute pubblica attraverso azioni mirate sul clima e offre una comprensione sfumata dell'interazione complessa tra clima e salute.
Inoltre, il rapporto getta luce sul carico disuguale sopportato dalle comunità marginalizzate all'interno dell'Europa. Mettendo in risalto gruppi a rischio e sottolineando il contributo sproporzionato dell'Europa alla crisi climatica, sottolinea l'urgenza di affrontare il cambiamento climatico attraverso una lente di equità e giustizia.
Aree chiave di preoccupazione evidenziate nel rapporto includono la sicurezza alimentare, le emissioni del settore sanitario e l'urgente necessità di investimenti in energie pulite. Sottolineando l'interconnessione tra azione climatica e salute pubblica, il Lancet Countdown sottolinea che le due non sono imperativi mutualmente esclusivi ma piuttosto mutualmente rinforzanti.
Forse ancora più importante, il Lancet Countdown si presenta come un appello all'azione. Sottolinea che il tempo per misure incrementaliste è passato e che è necessaria un'azione audace e trasformativa per mitigare gli impatti sulla salute del cambiamento climatico. Dalle politiche alle iniziative basate sulla comunità, il rapporto sottolinea l'importanza di un'azione collettiva a tutti i livelli per tutelare la salute e il benessere delle generazioni presenti e future.
I fautori dell'agricoltura verticale promettono una vera e propria rivoluzione nel mondo agricolo. Gli investitori stanno scommettendo sul suo successo, e molti analisti prevedono tassi di crescita notevoli nel settore. L’agricoltura verticale, infatti, risponde al desiderio di industrializzazione dell’agricoltura che molti investitori hanno sempre sognato.
Grazie a un ambiente chiuso e controllato, con l'agricoltura verticale si può chiudere quasi completamente i cicli dei processi. La presenza di agenti patogeni esterni può essere drasticamente ridotta, eliminando così la necessità di usare pesticidi. I sistemi chiusi dell'agricoltura verticale permettono di applicare i principi dell'agricoltura di precisione in modo estremo, rendendo i processi agricoli più prevedibili e gestibili, e possono fornire un’enorme quantità di dati utile a modellizzarli.
I veri punti critici dell’agricoltura verticale sono il costo dell’energia, in quanto l’agricoltura verticale non beneficia dell’illuminazione naturale, cosa che rende questa industria dipendente dall’industria dell’energia, e il costo del capitale, il cui rapporto con gli altri fattori è molto superiore a quella dell’agricoltura tradizionale.
Per capire gli sviluppi futuri dell’agricoltura verticale bisogna analizzare in che modo i principali megatrends potranno influenzarne l’adozione su scala globale. La convergenza di tecnologie digitali, genetiche, energetiche e dell’economia circolare è alla base dell’agricoltura verticale. Le tecnologie digitali, come l’Internet delle Cose (IoT) e l’intelligenza artificiale, permettono un monitoraggio e una gestione ottimali delle colture. Le tecnologie genetiche, anche grazie alla grande mole di dati che vengono raccolti, possono contribuire a sviluppare piante più adatte alla coltivazione verticale. Utilizzando principalmente energia elettrica, l'agricoltura verticale può sfruttare più facilmente le fonti di energia rinnovabile, soprattutto laddove si possa utilizzare l’energia in eccesso rispetto alla capacità di assorbimento della rete. Inoltre, è possibile il riutilizzo di acqua, Co2 e ossigeno.
Pur senza stabilire un più o meno stretto o quasi indissolubile rapporto tra sviluppo del cervello e presenza frugivora nella nostra alimentazione, un indubbio interesse hanno le recenti ricerche sui rapporti che esistono tra e il nostro cervello e alcuni frutti antichi, come quelli di bosco, e tra questi la fragola che con i moderni sistemi di coltivazione non è più una rarità, ma è un cibo comune ampiamente disponibile.
Il 19 aprile scorso Tom Howarth, collaboratore della rivista mensile britannica “BBC Science Focus”, ha pubblicato un interessante articolo riguardo all’importanza futura della presenza del latte di cammella nella nostra alimentazione, soprattutto in conseguenza dei cambiamenti climatici e di tutto ciò che ne consegue a livello globale. Il titolo è fiduciosamente lapidario: “Why camel milk could soon become the world’s most essential drink”.
Pagliai – Caro Enrico che bello ritrovarsi ancora una volta a parlare di agricoltura! Sembra quasi continuare un dialogo iniziato 60 anni fa nei corridoi di quel mitico Istituto Tecnico Agrario di Grosseto. Ma lasciamo l’emozione e veniamo a noi e, a proposito di ricordi, noi apparteniamo a quella generazione alla quale i nostri Maestri di Agronomia nelle loro lezioni all’Università ci dicevano che “con la modernizzazione dell’agricoltura si è persa la coscienza sistematoria”. Le conseguenze di quell’abbandono sono ben evidenti, soprattutto nell’ultimo decennio. Inoltre, sempre a titolo di esempio, già alla fine del secolo scorso furono lanciati allarmi inerenti i cambiamenti climatici e l’insorgere di problemi di siccità. Questo per sottolineare che i risultati della ricerca meriterebbero maggior attenzione.
Bonari – Caro Marcello, grazie per l’invito e per le belle parole con cui hai introdotto il nostro dialogo sulla sostenibilità dell’agricoltura oggi! È difficile esprimersi in maniera univoca sui riflessi negativi che la modernizzazione dell’agricoltura avrebbe avuto sulla perdita della “coscienza sistematoria” degli agricoltori e, quindi, sulla conservazione delle sistemazioni idraulico-agrarie dei terreni. A mio avviso, infatti, le crescenti necessità di meccanizzazione delle operazioni colturali e di riduzione dei costi di produzione a livello aziendale, hanno promosso una inevitabile revisione degli elementi fondamentali delle “sistemazioni”, sia nelle aree di pianura che in quelle collinari. Il problema della conservazione della funzionalità del sistema, è sorto allorché si è pensato che gli appezzamenti coltivati potessero essere lunghi e/o larghi a nostro piacimento per la massima velocizzazione del lavoro delle macchine, senza tener conto (o quasi) di tutte le problematiche relative alle caratteristiche del suolo, dell’entità delle piogge e della loro distribuzione sul territorio, ma, soprattutto, senza tener conto che le sistemazioni del terreno e le lavorazioni dello stesso sono inevitabilmente interagenti nel creare e mantenere nel tempo condizioni di ottimale abitabilità per gli apparati radicali delle piante coltivate. Credo anche io che un approccio multidisciplinare al problema ed una più attenta ed accettabile politica degli interventi a scala territoriale, avrebbe potuto far raggiungere un sufficiente livello di “modernizzazione” dei sistemi colturali senza incorrere negli effetti negativi frequentemente registrati – ed esaltati dai cambiamenti climatici – anche in termini di rischi di erosione del suolo, di abbandono delle aree coltivate, di conservazione della fertilità del terreno e, di conseguenza, anche del paesaggio agrario delle nostre regioni. Se poi alle valutazioni più squisitamente agronomiche aggiungiamo i problemi sollevati, soprattutto nelle aree pianeggianti – ma non solo – dal pressoché incontrollato espandersi delle costruzioni civili ed industriali, appare chiaro come l’argomento dovesse da tempo essere affrontato con un approccio decisamente più “sostenibile”. Non c’è spazio per trattare come meriterebbero i molti rimedi che è possibile mettere in campo come, ad esempio, la manutenzione delle affossature permanenti, la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, l’agro-forestazione diffusa, il maggior ricorso alle affossature temporanee, i piazzali e parcheggi drenanti, le aree di raccolta e di fitodepurazione delle acque di scolo, i sistemi di rifornimento delle falde acquifere, ecc.
Spesso, in queste settimane di campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo, leggo articoli e interviste in cui viene affermato che “l’agricoltura è tornata ad essere centrale” nella politica europea. A mio parere, questa affermazione non è sufficientemente rassicurante.
Certo, l’agricoltura, fin da quando è stata concepita e messa in atto, è stata e continua ad essere strategicamente centrale per l’intera Umanità, in quanto è la fonte del nostro sostentamento e senza cibo non si può vivere. Portare l’agricoltura al centro della politica europea è, quindi, necessario.
Tuttavia, alquanto spesso, le scelte politiche assunte dal Parlamento europeo si sono rivelate dannose per il settore primario, incapaci di tracciare percorsi virtuosi condivisi con agricoltori e allevatori. Portare l’agricoltura al centro della politica europea non è, quindi, sufficiente.
Al riguardo, furono illuminanti le parole che il nostro Presidente Onorario, prof. Franco Scaramuzzi pronunciò nel Salone dei 500 di Palazzo Vecchio, in occasione della inaugurazione del 262° Anno Accademico, avvenuta il 13 aprile 2015. La prolusione, integralmente riportata negli Atti dei Georgofili, fu di una chiarezza disarmante, fin dal suo titolo: “Un grande errore: demolire l’agricoltura”. Le “improvvide disattenzioni” di cui l’agricoltura è stata vittima, con speciale riferimento al periodo iniziale del terzo millennio, furono impietosamente ricordate dal prof. Scaramuzzi, come anche furono descritti con grande lucidità gli effetti negativi delle decisioni politiche assunte a carico del settore primario, tanto da fargli affermare che “la nostra agricoltura ha ancora potenzialità ma la sommatoria delle disattenzioni la sta demolendo”.
Motivi culturali e sociali sono alla base di una sempre più ridotta presenza della carne di coniglio sulle tavole degli italiani. Per contrastare questa situazione è utile ricordare quanto avviene nel mercato mondiale dove sono disponibili alternative innovative tra cui prodotti affumicati, in scatola, congelati, stagionati, raccolti in salsa, essiccati e arrostiti, nonché salsicce di carne di coniglio.
Il kiwi (actinidia) è davvero uno dei frutti più globali che ci siano e l’Italia è il terzo produttore al mondo dopo Cina e Nuova Zelanda. Nell’export tricolore di ortofrutta il kiwi è al terzo posto dopo mele e uva da tavola per un controvalore di oltre 600 milioni di euro. Cambiamento climatico, moria del kiwi e cancro batterico sono tra i problemi principali che gli agricoltori si vedono oggi costretti a fronteggiare.
Il dibattito scientifico sulla rarefazione della biodiversità è molto vitale. Secondo il rapporto FAO 2019 sullo stato della biodiversità mondiale, sono molti i fattori responsabili di tale rarefazione: elevato sfruttamento delle risorse naturali, inquinamento, cambiamenti climatici, crescita della popolazione e diffusa urbanizzazione. Tra questi, è verosimile che anche l’esercizio della agricoltura giochi un ruolo cruciale sulla contrazione della biodiversità complessiva del pianeta, alla luce del fatto che il 30% circa delle terre emerse sono impiegate per la coltivazione di cibo per l’alimentazione umana e di vegetali per uso zootecnico. Infatti, la semplificazione strutturale che l’ecosistema naturale subisce quando messo a coltura (agroecosistema) lo rende molto simile a un ecosistema al primo stadio della successione ecologica (poche specie a elevata densità), nell’ambito del quale per mantenere una sufficiente resilienza ecologica è necessario un frequente intervento antropico e l’impiego fertilizzanti e agrofarmaci. Risulta allora essenziale implementare la biodiversità del campo coltivato e assecondarne la complessità naturale. A tale proposito, gli insetti pronubi hanno un ruolo cruciale nella fornitura di molteplici servizi ecosistemici a supporto del mantenimento della biodiversità degli habitat e, aspetto non meno importante, della produzione di alimenti. È noto, infatti, che 39 delle 57 più importanti colture a livello mondiale necessitano dell’impollinazione mediata da insetti. Più in generale, gli insetti nel loro complesso rappresentano anelli essenziali delle catene trofiche e agiscono anche come significativi fattori di regolazione biotica di altri organismi viventi, animali e vegetali.
Nel capoluogo siciliano si torna a coltivare il caffè a più di un secolo di distanza dal primo esperimento di coltivazione in Sicilia. Lo scenario è l’Orto Botanico che fa parte del sistema museale dell’Università di Palermo, un luogo di meraviglie naturalistiche che contiene migliaia di specie differenti di piante.
Nel 1905, il direttore dell’Orto Botanico palermitano e il capo giardiniere, con l’intento di coltivare il caffè in piena terra misero a dimora 25 piante di caffè. Malgrado le piante fossero state posizionate a ridosso di un muro con esposizione a mezzogiorno e riparate da una tettoia costruita di fogliame, non riuscirono a superare le temperature invernali che si ebbero per alcuni anni e che raggiunsero valori inferiori ai -3° C. Un altro tentativo venne fatto nel 1911, ma anche in quel caso un’ondata di gelo distrusse le piante.
Vediamo come si configura il progetto al giorno d’oggi, parlandone insieme al Prof. Paolo Inglese, georgofilo e ordinario di Scienze Agrarie all’Università di Palermo.
Professore Inglese, innanzi tutto di che cosa ha bisogno la pianta del caffè per crescere bene?
Il caffè è una specie rustica e sebbene sia coltivata da tempo mantiene delle caratteristiche tipiche e vicine a quelle delle piante “selvatiche”. Di fatto, nelle nostre condizioni, il problema più grande è la stagionalità in termini di escursione termica annuale, che nelle zone di origine è molto ridotta mentre qui ha la variabilità stagionale che conosciamo, con il rischio di temperature estreme dannose sia come minime che come massime termiche. Inoltre, il caffè è specie che negli ambienti naturali vive sotto le grandi specie della foresta subtropicale umida e in coltura è spesso consociato a specie ombreggianti. Alle nostre latitudini e con il clima Mediterraneo, il problema delle lunghe giornate estive con l’elevata radiazione, unita a un elevato VPD, possono portare a problemi che variano dalla semplice scottatura della chioma al suo disseccamento. Per questo, le piante vanno ombreggiate, al fine di garantire loro un certo equilibrio termico e radiativo che non ne comprometta la crescita e lo sviluppo.
Vengono messi in campo particolari accorgimenti nell'orto botanico di Palermo?
Quella dell’orto botanico non è l’unica e la prima delle prove. La più importante la stiamo conducendo, con il professore Farina e lo staff del dipartimento di scienze agrarie della nostra Università, sempre a Palermo ma in ambiente protetto. La piccolissima parcella dell’orto ha un valore storico, perché testimonia la storia dell’orto botanico, da sempre e in quegli spazi impegnato a provare le specie di origine “coloniale”, come si diceva in un tempo per fortuna assai lontano culturalmente e storicamente. La particolarità di questa piccola parcella è legata al fatto che le piante per la prima volta sono fuori dall’ambiente protetto e risiedono in uno spazio condiviso con agrumi e con le Cebie che forniscono la necessaria copertura vegetale, simulando in qualche modo un habitat naturale. Vicino al caffè ci sono esemplari monumentali di avocado e giovani piante di mango, oltre che svariate altre specie tropicali, da frutto e non. Non sappiamo cosa succederà, se lo sapessimo, non sarebbe una parcella sperimentale. Concimeremo con compost prodotto dall’orto e avremo il controllo fenologico e produttivo con le piante in serra.
L’esperienza delle emergenze degli ultimi anni indica la necessità di pensare e attuare un’ampia strategia di valorizzazione della produttività dell’agricoltura e non il suo depotenziamento.
L’abbinamento alimentare si basa sull'ipotesi che più i diversi alimenti condividono le componenti del gusto, meglio si abbinano e l'effetto è più forte quando le componenti gustative condivise sono anche le rispettive componenti sensoriali principali, in altre parole i sapori chiave, e quando la sovrapposizione di sostanze aromatiche in due alimenti è elevata e possono sostituirsi. Per questo un abbinamento alimentare è di successo quando l'esperienza sensoriale della combinazione di sapori è maggiore della somma dei singoli componenti, in un effetto sinergico.
Il legno di castagno rappresentava in passato la naturale fonte di materia prima nella realizzazione dei contenitori per la conservazione e l’affinamento del vino in Toscana e nelle altre regioni appenniniche. Con gli anni il cambiamento dell’assetto dell’agricoltura, il miglioramento e la modernizzazione delle pratiche enologiche e, infine, l’adozione di stili e gusti più internazionali, hanno portato gradualmente all’abbandono del castagno e all’introduzione dei contenitori in rovere.
Il 9 maggio scorso nella sede della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze è stato presentato il progetto ToSca nel quale, con l’aiuto della ricerca svolta dal dipartimento DAGRI dell’Università di Firenze, si approfondiranno le peculiarità e le caratteristiche dei vini fermentati o affinati nei carati di legno di castagno locale, per dare sempre maggiore identità e territorialità all’enologia toscana.
Il progetto ToSca, finanziato nell’ambito della sottomisura 16.2 del PSR Regione Toscana 2014-2022, è il terzo di una serie di progetti destinati a ricreare in Toscana la filiera bosco-vino, che lega il comparto forestale al settore vitivinicolo, dando valore alla produzione legnosa e al tempo stesso recuperando e reinterpretando in chiave moderna un elemento della tradizione enologica toscana quale è la botte di castagno.
“Nei due progetti precedenti, il progetto ProVaCi e il progetto ReViVal, ci siamo chiesti inizialmente da dove venisse il legno con il quale in passato si facevano le botti e l’indagine storica e genetica ha confermato che erano i boschi della Toscana, spesso quelli dell’azienda stessa, a dare il legname, prevalentemente castagno, che veniva utilizzato per realizzare i contenitori presenti nelle cantine”, ha spiegato nel suo intervento Marco Mancini della Fondazione per il Clima e la Sostenibilità, che fino dall’inizio ha seguito questi progetti, nati dall’intuizione di Raffaello Giannini, presidente del comitato scientifico della Fondazione e del suo fondatore Gianpiero Maracchi, scomparso nel 2018. “Successivamente ci siamo posti l’esigenza di creare un modello di gestione forestale adatto per far ripartire la produzione di legno destinato a utilizzi di valore come quello delle botti. Lo scopo è quello di valorizzare i prodotti del bosco, perché se anche solo una piccola parte delle utilizzazioni forestali potessero essere indirizzate verso questa filiera, l’incremento di valore per il comparto forestale potrebbe essere significativo”.
Dopo essere stato abbandonato nell’enologia moderna con l’introduzione soprattutto delle barrique in rovere, e superate alcune criticità legate alla correttezza dei vini e non solo del loro contenitore, il legno di castagno può essere oggi reintrodotto nelle cantine quale elemento distintivo. La necessità che il progetto ToSca andrà a colmare è relativa alla creazione di un modello enologico nuovo e diverso da quello tradizionale delle botti in castagno del passato, grandi e utilizzate molto a lungo senza una particolare attenzione alle cessioni, l’igiene o l’impatto organolettico.
Tra i dati riportati da Mancini quelli sul valore delle possibili utilizzazioni legnose: mentre un metro cubo di cippato prodotto per la produzione di energia viene pagato intorno ai 7 Euro, lo stesso volume di doghe di rovere destinate alla produzione di barrique ha un costo di circa 3000 euro. Di conseguenza per quanto il valore del castagno dei boschi della Toscana non raggiunge quello del rovere e anche se la sua resa di trasformazione dal toppo (il tratto di fusto abbattuto) alla doga è stata valutato nei precedenti progetti intorno al 24%, questa utilizzazione rappresenterebbe comunque un incremento in valore molto significativo.
Leggendo quotidiani e sfogliando siti internet non specializzati, non si può fare a meno di notare la retorica onnipresente sull’importanza della natura in città. Parchi, giardini verticali, slogan che inneggiano al verde e alla biodiversità. Sembra che l'ambiente sia diventato una priorità assoluta per le amministrazioni locali, sia, come si dice adesso, “mainstream”. Ma dietro questa facciata verde si nascondono spesso ipocrisie e contraddizioni che mettono a rischio la reale sostenibilità urbana. Ma esistono politiche concrete delle città, oppure sono solo promesse di armonia con la natura, che poi puntualmente vengono tradite con la giustificazione che, purtroppo, ci sono altre priorità?
Anche l'agricoltura urbana è un altro tema molto in voga. Orti sui tetti, coltivazioni verticali, mercati a km zero. Sembra l'immagine di un futuro idilliaco, dove le città si nutrono da sole in modo sostenibile come aveva prospettato Ebenezer Howard nel suo libro “Garden Cities Of Tomorrow” (1902). Ma la realtà è spesso diversa. Molte pratiche di agricoltura urbana richiedono un uso sproporzionato di acqua, fertilizzanti e input energetici, con un impatto ambientale non sempre positivo. Se sono innegabili i vantaggi per la salute umana derivante dal lavoro fisico e dall’appagamento emotivo legato alla coltivazione delle piante, l'agricoltura urbana presenta alcune problematiche da considerare tra cui la disponibilità di spazio, la qualità del suolo, come detto l'accesso all'acqua e le questioni legate alla regolamentazione. Inoltre, i costi elevati dei prodotti agricoli urbani li rendono inaccessibili alle fasce più povere della popolazione.
Le politiche agricole dell’Unione europea hanno da tempo fatto la scelta di sostenere il processo di innovazione delle imprese e dei territori rurali. Da almeno tre cicli di programmazione, i regolamenti europei volti a promuovere lo sviluppo e la sostenibilità mediante il sostegno ad investimenti strutturali propongono e finanziano azioni di diffusione delle innovazioni mediante interventi di crescita del capitale umano e di cooperazione.
Analizzando gli obiettivi e le modalità proposte dalla Commissione europea in questi 18 anni, è possibile notare un’evoluzione nei contenuti, nelle metodologie adottate e nell’approccio.
Si è passati da un sostegno a strumenti tradizionali come formazione, informazione e consulenza che avevano l’obiettivo generico di far crescere le professionalità impiegate in agricoltura e avvicinarle ai temi dell’innovazione (2007-2013) ad un’impostazione più strutturata che, finanziando gli stessi interventi, li ha posti decisamente al servizio delle priorità della politica agricola quali acceleratori delle specifiche istanze di competitività, sostenibilità e inclusione (2014 -2027).
Un altro aspetto evolutivo ha riguardato l’attenzione che le politiche hanno rivolto agli approcci e agli elementi metodologici proponendo precise scelte tecniche, operative e di governance. E’ stata infatti evidenziata l’importante differenza fra attività di informazione e attività di consulenza segnalando quanto la prima sia rivolta ad un pubblico più vasto e generalizzato e la seconda sia invece un servizio “tailor made” (su misura) che deve essere calibrato alle esigenze della singola impresa e dello specifico territorio. Per la diffusione delle innovazioni è stata data preferenza al modello interattivo utilizzando lo strumento della cooperazione e della progettazione di interventi che coinvolgessero un ampio partenariato di soggetti (i Gruppi Operativi del Partenariato europeo per l’innovazione in agricoltura).
Nel 1974 in Italia si coltivavano 1,6 milioni di ettari di grano duro, la resa media era di 18,4 q/ha e la produzione nazionale era di 2,84 milioni di tonnellate. Nello stesso anno la produzione di pasta era di 0,87 milioni di ton. e il fabbisogno di materia prima veniva soddisfatto con le importazioni di grano duro dall’estero. Qualche anno prima in Italia era stata varata la legge 580/1967, le cui norme vincolavano i produttori di pasta all’utilizzo esclusivo della semola di grano duro. Questo provvedimento amplificò ulteriormente la necessità di aumentare la produzione nazionale, estendendo la coltivazione del grano duro all’Italia centro-settentrionale, con la prospettiva di limitare l’approvvigionamento dall’estero. La possibilità di sostituire la produzione di grano tenero al Nord era però legata alla necessità di poter disporre di varietà di grano duro capaci di esprimere lo stesso potenziale produttivo.
E’ in questo contesto che si inserisce l’esperienza rivoluzionaria del Creso e del suo costitutore Prof. Alessandro Bozzini, agronomo e genetista agrario, allievo del Prof. Francesco d'Amato durante i suoi studi a Pisa. Alla fine degli anni ’50, durante la specializzazione post-laurea all’Università del Minnesota, Bozzini ebbe l’opportunità di conoscere il futuro premio Nobel N. Borlaug. Nell’occasione, Borlaug gli confidò l’intenzione di trasferire i geni per la riduzione della taglia, presenti nel frumento tenero giapponese Norin 10, anche nel frumento duro, attraverso un programma di incroci da realizzarsi in Messico al CIMMYT. Bozzini, in quell’occasione, gli consigliò di utilizzare, nel nuovo programma di incroci, la varietà Cappelli, esaltandone l’ampia adattabilità e le spiccate caratteristiche qualitative della granella.
Nel frattempo, tornato a Roma, Bozzini iniziò a lavorare su un programma di citogenetica, mutagenesi artificiale e miglioramento genetico presso il Centro Studi Nucleari della Casaccia (CNEN), sotto la guida del Prof. G.T. Scarascia Mugnozza. Anche in questo caso l’obiettivo era quello di identificare e selezionare mutanti di grano duro a taglia bassa, a partire dalle varietà coltivate all’epoca, particolarmente sensibili all’allettamento. Il risultato di questo programma portò alla selezione di mutanti più bassi rispetto ai parentali di origine, di circa 15-30 cm. Tuttavia, questi materiali non assicuravano un buon rendimento agronomico, si presentavano con un ciclo di sviluppo eccessivamente tardivo ed una scarsa qualità della granella. Tra essi solo il mutante Cp B144, derivato da Cappelli, possedeva una granella vitrea di buona qualità.