Nel corso della loro evoluzione tutte le piante hanno elaborato un
“sistema immunitario” complesso che consente loro di ridurre gli effetti
negativi da stress abiotici (anomalie edafico ambientali) e biotici
(microrganismi patogeni, insetti). A differenza dei sistemi immunitari
animali, costituiti da linfociti ed anticorpi, quelli vegetali, che
potremmo definire “fitoimmunitari”, si distinguono per la complessità delle molecole di difesa prodotte in risposta allo stress.
La cucina è un linguaggio con le sue parole che si modifica ed evolve
con un ritmo molto maggiore di quello dei tempi passati. Indubbio è che
prima nasce un cibo o una sua preparazione che poi riceve un nome nuovo,
come è il caso del carpaccio inventato da Giuseppe Cipriani, o una
variante di un nome precedente, ma più spesso l’origine del nome anche
di successo rimane oscura e indeterminata, come è il caso di apericena e
di mocktail, denominazioni di una tavola che sta cambiando.
Agricoltura e zootecnia hanno contribuito nel tempo a definire le
caratteristiche paesaggistiche e ambientali del territorio, contenendo
da un lato il consumo di suolo, ma al contempo contribuendo alla
riduzione degli ambienti naturali e quindi delle specie floristiche e
faunistiche ad essi legate. Una parte rilevante delle specie animali e
vegetali attualmente più minacciate in Europa, infatti, è propria di
ambienti per lo più originati e mantenuti dall’attività agricola. Nella
convinzione che conservazione della biodiversità e sviluppo
agro-zootecnico possano e debbano coniugarsi, Fondazione Patrimonio Ca’
Granda ha incaricato Fondazione Lombardia per l’Ambiente di realizzare
il progetto di “Monitoraggio della fauna nelle proprietà della Ca’
Granda”.
Nel corso del biennio 2018-2019 sono state individuate e
indagate 18 differenti macroaree rappresentative del vasto mosaico di
agro ambienti di Fondazione Patrimonio Ca’ Granda: 8.400 ettari
complessivi tra coltivati, prati, siepi, filari, piccole aree umide,
boschi e cascine, ubicati in Lombardia nel Parco del Ticino, nel Parco
Agricolo Sud Milano e nel Parco Adda Sud.
La prima fase progettuale
ha riguardato la scelta dei taxa oggetto delle attività di censimento in
campo e l’implementazione dei monitoraggi mediante impiego di tecniche
standardizzate, al fine di ottenere il maggior numero possibile di dati
quali-quantitativi. La scelta dei gruppi è stata effettuata sia sulla
base delle differenti caratteristiche ambientali, sia in relazione al
loro specifico ruolo ecologico.
Quando, il 9 febbraio 2018, ebbi la fortuna di ascoltare Emmanuelle
Charpentier raccontare, durante una conferenza all’Accademia dei Lincei a
Roma, la storia della CRISPR-Cas9 che lei stessa definì “a game changer in genetic engineering”
continuavo a chiedermi quando le avrebbero assegnato il premio Nobel. O
meglio, se mai avremmo assistito al conferimento di quel premio - che
popola i sogni di tutti i ricercatori - alle due donne che, a distanza
di migliaia di chilometri l’una dall’altra, hanno spiegato al mondo come
l’evoluzione avesse fornito a un batterio lo strumento per ritoccare,
potenzialmente, il genoma di qualsiasi organismo.
Sono trascorsi
altri due anni da quella conferenza di Roma, durante i quali abbiamo
assistito allo “scandalo scientifico” delle gemelline cinesi e visto la
Comunità Europea prendere una posizione molto chiara - ma tutta da
rivedere – contro l’impiego di questa tecnica.
Alla fine, la scorsa
settimana, l'Accademia Svedese delle Scienze ha assegnato il premio
Nobel per la Chimica a Emmanuelle Charpentier e a Jennifer Doudna per la
loro ricerca sull’editing genomico. Questo premio non solo rimarrà
nella storia perché condiviso solo tra due donne, ma soprattutto perché
assegnato a una ricerca relativamente giovane (era l’anno 2015 quando le
riviste Nature e Science definirono la
CRISPR come la scoperta dell’anno), a differenza della ormai radicata
consuetudine di conferire il prestigioso riconoscimento a ricerche
iniziate decenni prima.
Dal 2015 le riviste scientifiche sono state
letteralmente invase da articoli in cui questa tecnica è stata adattata
al fine di ritoccare il genoma di organismi diversi. Al di là delle
potenzialità applicative nell’uomo per la cura di molte malattie con
basi genetiche, e delle loro complicate implicazioni etiche, la CRISPR è
uno strumento rivoluzionario anche in agricoltura.
Comincia a delinearsi il Pnrr, orrendo acronimo per indicare il Piano
nazionale rilancio e resilienza, che non è altro che l’insieme dei
progetti con cui l’Italia vuole spendere la pioggia di miliardi del
Recovery Plan. Il governo, la ministra Teresa Bellanova in primis, parla
di “agroalimentare protagonista del Pnrr e del Patto per l'export”. Tra
le priorità indicate dalla ministra (sostenibilità, biodiversità, lotta
al dissesto idrogeologico, digitalizzazione, infrastrutture materiali e
immateriali, agricoltura 4.0) l’ortofrutta – finora davvero la
Cenerentola delle politiche governative – guarda con fiducia ma anche
preoccupazione.
I vitigni “resistenti” rappresentano per la filiera vitivinicola una
delle novità più importanti degli ultimi anni, in quanto danno una
risposta concreta a molte delle problematiche poste dalla sempre
maggiore esigenza di sostenibilità. Più di 120 varietà “resistenti”,
sono iscritte nei Registri Nazionali delle Varietà di Vite dei diversi
paesi Europei e la superficie vitata cresce a ritmi molto più rapidi
di altre “nuove” varietà , non “resistenti”.
Con l’inizio della presidenza semestrale di turno tedesca dell’Unione
europea, c’è stata una accelerazione del processo di riforma della PAC,
iniziato formalmente a meta 2018 e poi arenatosi per ragioni
istituzionali (elezione del nuovo Parlamento Ue e rinnovo del collegio
dei commissari), oltre che per motivazioni di tipo politico, in primis
le difficoltà a definire il bilancio pluriennale 2021-2027, cui si sono
aggiunte altre cause, come la relativa debolezza delle precedenti
presidenze di turno e le difficoltà di collaborazione tra le commissioni
agricoltura e ambiente del Parlamento europeo.
Entro il corrente
mese di ottobre, sia il Consiglio dei ministri che il Parlamento
dovrebbero definire la posizione comune e sarà così possibile avviare la
parte finale del negoziato, con i contraddittori a tre (i cosiddetti
triloghi).
Pertanto, non è più il caso di temporeggiare ed è
arrivato il momento che, a livello nazionale, inizi una fase nuova, di
analisi, di confronto e di proposte che porti a formulare le scelte
applicative nell’ambito del piano strategico della PAC post 2020. Non è
che fino ad oggi l’argomento sia stato accantonato. Piuttosto c’è stata
carenza nella qualità, continuità e spessore del dibattito.
A
differenza del passato, la responsabilità decisionale di Ministero e
Regioni è aumentata e con essa è cresciuta pure la possibilità di
incidere in modo virtuoso sul sistema agricolo. Il new delivery model,
ovvero la più radicale discontinuità della riforma in discussione, non
costringe più a muoversi entro i rigidi confini circoscritti dai
minuziosi regolamenti di Bruxelles.
Un nuovo modello di riferimento della gestione dell’agricoltura viene
definito “smartfarming”; Smart, popolarmente identificabile in
“intelligente” e anche acronimo di Specifico, Misurabile, raggiungibile
(Achievable), Realistico e calendarizzabile (Time_based). Il termine non
è sconosciuto perché già negli anni ’90 l’agricoltura di precisione
veniva anche definita agriculture raisonné e preludeva al
superamento di una semplificazione nelle pratiche colturali indotta da
modelli di gestione normalizzati del dopoguerra e proposti per grandi
aree dai noti prontuari degli anni ’70.
Raisonné, Smart, di
Precisione, sottolineano il recupero di una attenzione specifica alle
singole unità produttive, grazie ai nuovi strumenti di alta tecnologia e
della digitalizzazione: la definizione più accreditata tiene in
considerazione il fare per ogni punto sitospecifico o per ogni soggetto
di coltivazione, la cosa giusta, nel momento più opportuno, nelle
modalità e nelle quantità più appropriate, con la registrazione delle
specifiche azioni per una tracciabilità ai fini di un continuo
miglioramento. Le ulteriori declinazioni in Sostenibile, Durable,
Durevole, ne definiscono l’orientamento etico e strategico.
Uno studio recente del gruppo AgriSmartLab (www.agrismartlab.unifi.it – doi:10.3390/su12177191) ha focalizzato nel termine smartfarming
questo nuovo approccio che, dalla “meccanizzazione” degli anni ’70,
affronta il paradigma nascente dell’alta tecnologia e della
digitalizzazione in agricoltura. Il termine farming specifica l’ambito
di applicazione in quanto identifica tutte le operazioni che si attuano
nel pieno campo dove le attività sono fortemente condizionate dalla
variabilità delle caratteristiche territoriali, in termini di suolo,
giacitura, clima; variabilità che è oggi ampliata dai cambiamenti
climatici con avversità moltiplicate in termini di parassiti alieni e di
eventi eccezionali e improvvisi.
Gli insetti, esseri eterotrofi, consumano composti organici ed
inorganici per procurarsi energia, carbonio, azoto e sali minerali. La
loro alimentazione deve necessariamente fornire alcuni amminoacidi,
vitamine, steroli ed acidi grassi indispensabili al loro sviluppo
(crescita e riproduzione) e che sono incapaci di sintetizzare ex novo.
Diversi anni fa, in occasione di un congresso scientifico, un collega
nutrizionista americano mi fece la seguente osservazione: “voi europei
continentali ci snobbate col vostro sistema metrico decimale e poi
esprimente il potenziale energetico degli alimenti in calorie. Se foste
coerenti, dovreste usare i Joule!”
Non avevo mai fatto caso al fatto che i Joule sono unità del sistema metrico decimale, mentre le calorie non lo sono.
E’ una buona cosa che la Commissione stia lavorando ad una visione
organica della produzione di cibo e del suo impatto sull’ambiente. Le
decisioni che verranno prese avranno un impatto sulla quota di
autosufficienza alimentare del continente, sulla sicurezza alimentare e
sull’ambiente. L’implementazione di qualsiasi strategia necessita di
inclusività e la voce degli agricoltori dev’essere presa in
considerazione. Una buona governance inoltre prevederebbe di condurre
valutazioni di impatto ex-ante di tali proposte, sia per le conseguenze
economiche che per quelle ambientali.
Tra gli obiettivi proposti c’è
quello di tagliare l’utilizzo di agrofarmaci del 50%. La severa
revisione dei principi attivi che avviene a livello europeo ha reso il
lavoro degli agricoltori e l’ambiente più sicuri, ma la riduzione dei
principi attivi consentiti complica la protezione dei raccolti. Eppure
l’utilizzo di agrofarmaci continua a calare: -40% in Italia negli ultimi
30 anni, grazie al miglioramento nella gestione.
Gli agricoltori
stanno già facendo molto per migliorare la propria impronta ecologica,
ma senza protezione più di metà dei nostri pasti svanirebbe a causa di
insetti, funghi e malerbe. Non dimentichiamo che la FAO ha dichiarato il
2020 Anno Internazionale della Salute delle Piante, poiché stima che il
40% dei raccolti mondiali vada perso ogni anno a causa della mancanza
di adeguati strumenti protettivi. E’ un spreco difficile da accettare,
non è etico tollerarlo. Gli agrofarmaci sono uno degli strumenti a
disposizione, non l’unico, insieme alle biotecnologie, la lotta
integrata, il digitale ecc.
Nei campi il cambiamento del clima è
evidente: aumenta il numero di giornate e di notti con temperature sopra
le medie storiche; diminuiscono i giorni di gelo; siccità prolungate
sono più frequenti; arrivano nuovi parassiti e le malattie fungine sono
più aggressive. Pertanto, mentre ci chiediamo su quale base scientifica
siano stati proposti tali tagli delle molecole a disposizione e se siano
stati valutati i trade off di queste scelte, guardiamo alla ricerca, a
quella biotecnologica in particolare, con grande speranza.
Nei giorni immediatamente precedenti la tornata elettorale del 20 e 21
settembre il Governo ha presentato alle Camere le “Linee guida per la
definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (Pnrr).
È il primo passo per dare avvio ai programmi di rilancio della nostra
economia disastrata a causa del Covid 19. Il documento è stato relegato
in secondo piano dalle polemiche post elettorali, ma merita attenzione.
Negli
scorsi mesi ha prevalso l’obiettivo di contenere le conseguenze di una
situazione economica sull’orlo del collasso. Gli interventi, pari a un
centinaio di miliardi, sono stati utilizzati per sostenere il comparto
sanitario, per aiutare le persone e le categorie più colpite e le
attività bloccate dal lockdown. Non si è seguita una logica selettiva,
ma quella di un intervento generalizzato. Ora, di fronte al compito
immane della ricostruzione e dello stimolo alla resilienza del sistema
servono priorità chiare, scelte vere, sostenute da un ingente sforzo
finanziario che graverà sul futuro del Paese.
Il documento sulle
linee guida costituisce la prima risposta ed era atteso con grande
interesse. Altri paesi hanno già predisposto il proprio documento e la
Commissione Europea negli stessi giorni ha reso note le sue indicazioni.
Il Pnrr è scarno e molto generale, 38 pagine a cui si sommano circa altrettante di diapositive (si veda: linee-guida-pnrr-2020.pdf).
L’analogo piano francese, ad esempio, è di circa 300 pagine ed entra
in elementi di dettaglio, mentre altri paesi europei affrontano la fase
di scrittura in stretto contatto con gli organismi comunitari.
La
struttura del testo è semplice, quasi scolastica, ma a queste
caratteristiche non si accompagnano chiare indicazioni operative.
L’impressione che ne deriva è che il “vero” contenuto debba ancora
essere deciso.
La mela, dal latino malum, il frutto del melo ha origine in Asia
centrale e diventa cibo dell’uomo nel Neolitico con un nome che potrebbe
avere relazione con la radice indoeuropea *mal, dal significato
di morbido e dolce. Più di ogni altro frutto la mela stimola
l'immaginario entrando nel folklore e nella mitologia di vari popoli. Quando i pittori devono rappresentare il frutto dell’albero proibito di
Adamo ed Eva in gran parte scelgono la mela, il pomo della discordia è
all’origine della guerra di Troia, i pomi delle Esperidi sono custodite
da un drago ai confini del mondo, le mele mistiche danno il nome ad
Avalon (Isola delle Mele), una mela avvelena Biancaneve e Alan Turing,
una mela è posta da Guglielmo Tell sulla testa del proprio figlio, una
mela che cade stimola il genio di Isaac Newton.
Credo che siamo tutti d’accordo nel dire che viviamo in un momento unico
nella storia. Non è come una guerra o una recessione economica, dove si
sa che le cose andranno male per alcuni anni, ma alla fine
miglioreranno. Mai prima d'ora abbiamo saputo che il deterioramento non
solo dei nostri paesi, ma del nostro intero pianeta, continuerà per il
prossimo futuro, indipendentemente da ciò che facciamo. Come dice Richard Attemborough, possiamo (e dovremmo) lottare per
rallentare la velocità con cui le cose peggiorano, anche se non possiamo
realisticamente sperare in un miglioramento.
Fra le tante notizie e cronache di questa estate afflitta da tanti
problemi, fra cui quelli del coronavirus, apparse sui mezzi di
comunicazione di massa, soprattutto sui social, ha senza dubbio colpito
l’enorme afflusso di turisti nelle località montane in particolare delle
Alpi, con maggior frequenza sulle Dolomiti. Hanno fatto impressione le
foto delle code chilometriche, in barba al distanziamento sociale, alla
partenza degli impianti di risalita; particolarmente impressionanti le
immagini più diffuse relative a quelle al Passo Pordoi, al Sassolungo e a
Malga Ciapela per salire sulla cima della Marmolada e queste ultime
sono anche comprensibili visto che il ghiacciaio si ritira a vista
d’occhio perché perdere l’occasione di calpestarlo fin che c’è!
A
parte le considerazioni sulla male educazione di molti turisti non
sensibili al rispetto di un ambiente particolare e fragile come quello
della montagna ed anche sul proliferare di questi impianti di risalita
che, quando si esagera, deturpano il paesaggio oltre ad aumentare i
rischi di dissesto idrogeologico, quello che più ha colpito e che però
non è stato evidenziato dai mezzi di comunicazione di massa è stato
l’aumento impressionante di ampie aree, limitrofe alle aree di partenza
di questi impianti, adibite a parcheggio per accogliere il considerevole
aumento delle auto dei turisti stessi. In termini di consumo di suolo
queste aree possono considerarsi recuperabili in quanto non coperte da
asfalto ma sicuramente il compattamento indiscriminato effettuato e in
molti casi l’assestamento della copertura con breccino hanno alterato
un’importante funzione del suolo che è quella legata all’infiltrazione
dell’acqua. Quello che i mezzi di comunicazione hanno però riportato
sono state le notizie sulle numerose esondazioni di piccoli torrenti e
fiumi (l’Adige, ad esempio) attribuendole a eventi piovosi di notevole
intensità ma che ormai, alla luce dei cambiamenti climatici in atto,
eccezionali non sono più. È evidente che se si continua a
impermeabilizzare il suolo o a ridurne drasticamente la capacità di
infiltrazione in vaste aree proprio nei fondovalle adiacenti ai corsi
d’acqua e dove sono collocati la maggior parte degli impianti di
risalita la situazione peggiorerà ancor di più, visto l’ormai
consolidata tendenza degli andamenti climatici che prevedono sempre più
frequenti nubifragi di notevole entità (bombe d’acqua).
L’obiettivo
dell’inversione di tendenza al progressivo consumo di suolo e, a
maggior ragione, del consumo “zero” al momento pare proprio un’utopia!
La crisi del COVID ha fatto emergere il ruolo e l’importanza della
digitalizzazione come fattore di resilienza sociale e di sviluppo
economico. L’Italia ha un grave ritardo in questo ambito, e il dibattito
sull’utilizzo dei fondi del ‘Next Generation’ considera la
trasformazione digitale una priorità.
Le aree rurali rappresentano un
aspetto specifico di questo ritardo, e non solo in Italia, per colmare
il quale è necessaria una riflessione specifica e una strategia mirata.
Perché
la digitalizzazione rurale sia un fattore di sviluppo bisogna partire
dalle cause del ‘digital divide’, che oltre alle carenze delle
infrastrutture sono riguardano aspetti come il capitale umano e quello
istituzionale-amministrativo.
Il primo passo da compiere in questa
direzione è comprendere che la digitalizzazione non è solo un problema
tecnologico. Le tecnologie digitali
consentono – anzi rendono
necessario - un ripensamento complessivo dell’organizzazione sociale e
della vita quotidiana: il lavoro, la mobilità, gli acquisti,
l’intrattenimento, l’educazione, e la progettazione di tutti i beni e
servizi che la sostengono. Ma devono essere i bisogni delle persone e
delle comunità, e non la tecnologia, a guidare questo ripensamento.
Le
sfida della digitalizzazione rurale è orientare lo sviluppo della
tecnologia partendo dai problemi e non gestire i problemi partendo dalla
tecnologia. Le tecnologie informatiche sono estremamente flessibili, e
le forme che queste possono assumere dipende dalla capacità di
formulare
una visione e di progettare. La digitalizzazione richiede inoltre
importanti azioni nell’ambito legislativo, nell’organizzazione delle
imprese, delle amministrazioni pubbliche e della vita familiare, per non
parlare del ruolo fondamentale dell’educazione e della formazione.
Per
affrontare le cause profonde del ‘digital divide’, le strategie di
digitalizzazione rurale dovranno fare leva sulle specificità delle
condizioni del territorio, sulle sue fragilità, sui suoi punti di forza,
e partire dai bisogni e dalle aspirazioni delle popolazioni e delle
imprese locali.