Notiziario









La crociata dei fanciulli

Il 14 settembre dell’anno del Covid 19 è stato scelto come giorno d’inizio dell’anno scolastico 2020/2021. Nei giorni precedenti e, poi, anche in quelli che verranno,  si è molto  parlato e discusso di questa scadenza e, soprattutto, delle strane modalità con cui essa (non) è stata tempestivamente preparata. La stessa scelta della giornata d’inizio, a ridosso della prima sospensione delle attività scolastiche per dare spazio alla tornata elettorale del 20/21 settembre, ha suscitato molte perplessità, se non addirittura contrarietà,  in chi faceva notare l’assurdità di una scelta rigidamente imposta e perseguita con una serie addizionale di elementi di rischio. Appare molto più ragionevole la decisione di molte Regioni di spostarla a dopo le elezioni, a seggi smontati, ambienti sanificati e frequentazione di persone esterne alla scuola ridotta a zero.
La ripresa scolastica avviene letteralmente sulla pelle dei più innocenti protagonisti, e cioè i bambini e i giovani, convogliati in oltre 5,6 milioni circa di unità verso un caotico destino in realtà sconosciuto nei suoi aspetti organizzativi e nei rischi potenziali. Senza esagerare ci sembra di poter dire che sia in atto una nuova “Crociata dei fanciulli” che, storicamente, non è un esempio confortante.
La domanda che i solerti cronisti hanno rivolto agli esperti, veri e presunti, è stata sostanzialmente questa: ottimisti o pessimisti sull’esito della Crociata? È la stessa che ognuno si pone, ma non ci sembra il punto di partenza giusto.
Il fatto è che qui non solo si è in presenza di un sia pur gigantesco problema organizzativo di cui alcuni elementi sono stati dibattuti sino alla nausea senza evidenti soluzioni, considerato lo stato in cui avviene la partenza della Crociata.  Ma che ciò avviene senza aver preso minimamente in considerazione le esigenze del mondo della scuola in funzione dei suoi obiettivi formativi, dell’organizzazione della didattica, dei contenuti da adeguare ai tempi ed alle condizioni della nostra vita sociale ed economica in questi travagliati tempi della pandemia.

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Vegafobia, carnofobia e consumi alimentari

La nostra specie è indubbiamente onnivora ma piena di dilemmi come ha rilevato l’antropologo Michael Pollan (Pollan M: - Il dilemma dell’onnivoro – Adelphi, 2008) il quale, senza prendere posizione, descrive come l’uomo moderno si trova al vertice della catena alimentare e a differenza delle altre specie e delle società del passato può mangiare pressoché tutto con numerosi vantaggi ma anche esponendosi a infinite possibilità di manipolazione

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Agricoltura verticale e indoor: da utopia a realtà

L’agricoltura verticale o la coltivazione in ambiente interno, noti in termini anglosassoni come vertical farming o indoor farming, stanno acquistando sempre maggiore interesse da parte degli imprenditori, investitori e consumatori. I sistemi produttivi possono essere molto semplificati a scopo hobbistico per attività da svolgere nel tempo libero per produrre piccole quantità di ortaggi destinati all’autoconsumo oppure molto complessi e tecnologicamente avanzati per produzione di ortaggi su larga scala. Nel periodo di lockdown, durante l’emergenza sanitaria, molte persone sono state costrette a lavorare da casa, e così, si sono cimentate nella produzione di ortaggi da foglie, come insalate, piantine officinali etc.

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Fare agricoltura in aree urbane

La migrazione della popolazione dalle aree rurali a quelle urbane avviene da tempo ma è esplosa con la globalizzazione. Oggi, circa il 55% della popolazione mondiale già vive nelle metropoli, contro il 30% del 1930, mentre per il 2050, quando la popolazione mondiale raggiungerà i 10 miliardi di abitanti, si stima che la percentuale delle persone che vivranno nelle aree urbane salirà a circa il 70% del totale. Una trasformazione radicale che ha ripercussioni in diversi settori, dalla mobilità e circolazione delle persone alla ricettività abitativa, dalla produzione crescente di gas serra alle emergenze sanitarie. Non certamente ultime le problematiche legate alla qualità dell’alimentazione e alla sua disponibilità, per fare fronte alle quali, tra le diverse possibilità, vi è anche il ricorso crescente all’agricoltura urbana, attuata in forme e con finalità diverse.
Una forma che nel nostro Paese ha origini lontane (basti pensare agli orti di guerra nati durate il secondo conflitto mondiale), è rappresentata dagli orti urbani. Viene generalmente attuata dietro concessione per un periodo definito di spazi comunali inutilizzati, a fronte della corresponsione di un affitto più che altro simbolico, a singoli cittadini, spesso riuniti in associazioni, per la produzione di frutta e ortaggi destinati ai loro fabbisogni. Si tratta di superfici di dimensioni ridotte che, pur potendo essere collocate in ogni parte della città, in genere sono situate in zone periferiche e a volte degradate.   Oltre produrre frutta e verdura fresca a chilometro zero e a costi contenuti per gli affidatari, assolvono anche altre finalità, come: favorire la socializzazione tra le persone, ridurre la marginalizzazione, creare più attenzione verso l’ambiente e la biodiversità, ridurre il degrado di determinate aree. I metodi di coltivazione sono quelli legati alle tecnologie tradizionali, ispirati però a una gestione sostenibile. Questo tipo di agricoltura urbana si va sempre più diffondendo e non riguarda soltanto i grandi centri urbani. Secondo un’indagine condotta da Coldiretti, nel 2013 la superficie nazionale destinata agli orti urbani era di circa 330 ha e si è elevata a circa 450 ha nel 2017, con un incremento quindi di oltre il 36%.

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Indagine nazionale rischio caldo e lavoro. Il progetto “WORKLIMATE”

L'indagine nazionale rischio caldo e lavoro è disponibile fino al 30 settembre 2020 al seguente link https://forms.gle/jfnoh1oByuoTdo36A 
Il questionario, è rivolto a tutti i lavoratori senza restrizione di categoria, e si compone di diverse sezioni utili a fornire un quadro quanto più esaustivo possibile sulle tematiche della percezione del rischio, della conoscenza del rischio da calore, di infortuni e misure di prevenzione e politiche del lavoro, aspetti ambientali e organizzativi per la prevenzione del rischio, e la percezione personale della salute. 
La compilazione del questionario darà un importante contributo alla buona riuscita dell'indagine e del progetto.

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Quattro millenni e mezzo (almeno) di locuste

Nell’immaginario collettivo le cavallette sono da sempre sinonimo di voracità devastatrice. Tali insetti lasciano infatti il proprio segno nella storia da oltre quattromila e 500 anni, dal momento che gli antichi Egizi erano usi scolpire locuste sulle proprie tombe almeno dal 2470 a.C. Un’illustre invasione di locuste fu per esempio quella che devastò l’Egitto ai tempi del faraone Thutmose III, supposto coevo di Mosè. 

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Alimenti ultratrasformati

Sotto gli occhi di tutti vi sono i diversi movimenti d’opinione che soprattutto sulle reti telematiche danno avvio a moti sociali contrari a un’alimentazione basata sui criteri proposti dalla modernità privilegiando nuovi stili e in questo quadro solo abbozzato è da inserire una recente classificazione internazionale (NOVA worldnutritionjournal.org/index.php/wn/article/view/5/4) che suddivide gli alimenti consumati dall’uomo in base ai trattamenti ai quali sono sottoposti: Gruppo 1 Alimenti non trasformati o minimamente trasformati; Gruppo 2 Ingredienti culinari trasformati; Gruppo 3 Alimenti trasformati; Gruppo 4 Prodotti alimentari e bevande ultratrasformati. Nel quarto gruppo sono compresi molti ingredienti e tra questi zuccheri, oli, grassi, sale, antiossidanti, stabilizzanti, coloranti e conservanti usati nei prodotti ultralavorati e ultraprocessati con lo scopo di conservarli, imitare le qualità sensoriali degli alimenti degli altri gruppi, mascherare qualità sensoriali indesiderabili del prodotto finale o per dargli aspetti utili alla propaganda e commercializzazione. A questa categoria appartengono anche i cibi un tempo denominati junk food, i cosiddetti cibi spazzatura, in continua, forte crescita tra i giovani e nella popolazione di basso reddito non solo costituendo un pericolo per la salute, evento largamente segnalato, ma favorendo modelli di produzioni agro-zootecniche che non appartengono all’identità del nostro paese e sulle quali è necessario fare particolare attenzione.
Partendo dal principio che l’uomo è un onnivoro che deve alimentarsi con una grande varietà di cibi, non dimenticando che sola dosis facit venenum e che ogni alimento può divenire pericoloso se usato in modo non corretto, non si possono sottovalutare le considerazioni e le critiche che da più parti vendono sollevate per gli alimenti ultratrasformati. Allo stato attuale delle conoscenze, oltre ai rischi e pericoli di tipo tossicologico per questi alimenti usati in modo eccessivo e non appropriato, sono da considerare gli effetti che questi alimenti industriali hanno sul sistema alimentare nel suo complesso e sulla filiera dalla terra alla tavola soprattutto perché il cibo non è quello originario e naturale, ma quello dell’industria. 

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Sapremo mai come stanno veramente le cose sull’argomento “diete e sostenibilità”?

Più si legge sull’argomento e più si rimane confusi. Nei paesi ricchi, le scelte possibili sono fra la dieta mediterranea, la dieta vegetariana, la dieta vegana, la dieta fast food, la dieta delle grigliate in giardino, la dieta a base di pop corn al cinema e infinite altre amenità. Nei paesi poveri, purtroppo, il problema della scelta non si pone. In ogni caso, è inevitabile domandarci: ma quando saremo nove, dieci, undici miliardi, il nostro pianeta sarà ancora in grado di fornire cibo sufficiente per tutti, a prescindere dalla dieta che si sceglie? Leggendo qua e là, si trovano opinioni diverse e contrastanti, anche opposte, riguardo alle varie diete e alla loro sostenibilità. 
Cerco di riordinarmi le idee e di riassumere che cosa ho capito.
La dieta mediterranea, come è noto, è basata largamente su frutta e verdura, con poca carne di qualsiasi tipo, pesce, latticini, olio di oliva e un bicchiere di buon vino. A sentire chi la propone e la pratica, è salutare e gradevole. C’è da crederlo, visto che il biologo americano Ancel Keys che, per praticarla meglio si era trasferito dalle nostre parti, è morto a 101 anni.
La dieta vegetariana non utilizza alimenti di origine animale, con l’eccezione del latte e delle uova. Può essere altrettanto valida in termini di soddisfacimento di tutti i fabbisogni nutritivi.
La dieta vegana non ammette assolutamente alcun alimento di origine animale e, per questo, non può garantire l’apporto di tutti i nutrienti necessari, a cominciare dalla vitamina B12, dagli acidi omega 3, dal ferro assimilabile, per non parlare della vitamina D3 e del calcio. Pertanto, chi adotta questa dieta, per qualsiasi ragione lo faccia, deve per forza ricorrere alla integrazione con prodotti dell’industria chimico-farmaceutica per non incorrere in gravi problemi di salute del tipo anemie, rachitismo e fragilità ossea o scarso sviluppo del sistema nervoso. Dietro alla dieta vegana si muovono, ovviamente, interessi industriali, commerciali e dell’editoria che la sostiene.
Il fast food, le grigliate all’americana o l’abuso di pop corn e bibite gassate e zuccherate, non sono neanche da prendere in considerazione perché palesemente nocive.
Date queste premesse, la scelta da fare non sembrerebbe difficile. Ma, ci avvertono i vegetariani ed i vegani, state attenti perché una dieta che comprenda la carne non è sostenibile: gli allevamenti sono i maggiori e più pericolosi produttori di gas serra, insaziabili consumatori di acqua e di terra. 

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Alimenti fermentati e dieta mediterranea

Il'ja Il'ič Mečnikov (1845 – 1916), biologo e immunologo russo oltre a scoprire la fagocitosi per la quale gli è assegnato il Premio Nobel per la Medicina (1908), studia la longevità delle popolazioni caucasiche che mette in relazione all'assunzione a una dieta con latte fermentato che ritiene capace di ritardare l'invecchiamento. I cibi e le bevande fermentate sono tra i primi alimenti trasformati dagli esseri umani e da tempi immemorabili presenti nell’alimentazione dei popoli mediterranei che con fermentazioni producono yogurt e latte fermentato, pani lievitati, formaggi, vino e birra, vegetali quali crauti, pesci e loro derivati come il garum, salami e le salsicce apprezzando la loro conservabilità, sicurezza e proprietà organolettiche.

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Il problema della elevata mortalità perinatale dei suinetti (IUGR)

La scelta selettiva di allevare scrofe iperprolifiche, che partoriscano cioè un numero di suinetti per figliata superiore al numero delle mammelle disponibili allo scopo di aumentare la produzione dell’allevamento, comporta dei grossi problemi, soprattutto di elevata mortalità perinatale.
Infatti, tanto per cominciare, l’elevato numero di suinetti concepiti non permette loro un normale sviluppo intra uterino, tanto da arrivare sotto peso alla nascita, se non morti. Il fenomeno viene indicato con l’acronimo IUGR, ovvero “Intra Uterine Growth Restriction” ed i nati vengono indicati come suinetti IUGR.

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Questione di priorità

Durante il periodo di clausura causa coronavirus quante volte abbiamo sentito da tutti i mezzi di comunicazione di massa che tutto non sarà come prima, che dovremo cambiare le nostre abitudini, ecc. Forse sarà che siamo ancora immersi nella pandemia ma non sembra proprio che qualcosa sia cambiato; dalle cronache attuali emerge il ritratto di una società ancora più intollerante, imbarbarita e incattivita. Quello che sicuramente è cambiato, anzi peggiorato, è la crisi economica che attanaglia il Paese, sommerso da mille emergenze: dalla mancanza di lavoro, dalla chiusura di molte attività, dal crollo del turismo con conseguente disastrose sull’intero settore e qui viene da pensare al non aver saputo valorizzare a dovere, salvo alcune eccellenze, il nostro immenso patrimonio culturale e paesaggistico e pare che solo ora si comprenda il suo reale valore per la nostra economia. Inoltre, si assiste all’aumento delle disuguaglianze sociali, molto preoccupanti, all’aumento della criminalità e, soprattutto, all’incredibile impoverimento culturale che fa gettare ombre sinistre sullo sviluppo futuro del nostro paese. È chiaro che il diffuso impoverimento culturale nella popolazione porta anche ad un forte decadimento delle competenze, con il rischio di avere, in futuro (neanche lontano), classi dirigenti non all’altezza del proprio compito.
Si deve quindi affrontare una serie di impellenti emergenze e, visto che le risorse finanziare sono limitate, gioco forza dovranno essere stabilite delle priorità di interventi.
Ecco, è proprio la scelta di queste priorità che preoccupa, perché sicuramente il settore agricolo e la tutela del territorio, come sempre del resto, finirà in fondo alla lista. Ancora una volta l’agricoltura non avrà l’attenzione che merita e, in pratica, finirà per essere la solita cenerentola.

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La scienza e la pseudoscienza

All’inizio degli anni ‘70, Samuel Mines (Gli ultimi giorni dell’umanità, Einaudi, 1972) affermava che, improvvisamente, e con terrore, ci siamo resi conto di non essere altro che delle scimmie che giocano con i computer...”. Questa frase fa impressione, se si pensa che è stata scritta quasi 50 anni fa, quando la maggior parte di noi forse neanche sapeva dell’esistenza dei computer. Il progresso ci ha consentito, per fortuna, l’uso di massa del computer, che ha portato a dei progressi enormi in tutti i campi, ma che, sempre di più, ci sta riconducendo a quell’immagine di Mines. Scimmie che giocano, e male, con il computer e che, in massa, spesso negano l’evidenza scientifica. Eppure, se possiamo lanciare i nostri strali da un computer, da uno smartphone da ogni luogo del mondo e a ogni ora del giorno, lo dobbiamo ai progressi della scienza e della tecnologia.
Allo stesso tempo, dovrebbe essere acquisito che il progresso scientifico prospera sul dibattito scientifico logico, secondo il quale è importante cercare di identificare le ragioni logiche per cui una teoria scientifica è vera, come anche portare ragioni per quali potrebbe non essere corretta.
Lo spostamento del dibattito scientifico dalle Accademie, dalle riviste specializzate e dagli eventi congressuali al mondo dei social si pensava potesse contribuire alla diffusione delle conoscenze e al progresso della Società globale.
La stessa Accademia dei Georgofili di cui mi onoro di far parte, è molto attiva sui social network, con l’intento di raggiungere un pubblico che potrebbe essere “spaventato” dalla storia di questa Istituzione e, forse, anche influenzato da pregiudizi e da un’intrinseca ostilità verso ciò che ritiene, a torto, un mondo elitario. Così non è, lo sappiamo. L’Accademia dei Georgofili è per tutti, di tutti.
Nell’agorà pubblica dei social esistono tuttavia centinaia di falsi miti che seppur screditati dalla comunità scientifica, sono duri a morire, e il messaggio che emerge è che la scienza non è, né è mai stata, un insieme immutato e immutabile di verità. Al contrario, ha da secoli proceduto per prove ed errori, a volte anche grossolani, smentendo e migliorando sé stessa anno dopo anno, secolo dopo secolo. Ma è, e rimane, SCIENZA.
È sconfortante, invece, che alcuni pseudo-scettici credano che le bislacche teorie irrazionali (pensiamo, ad esempio, ai terrapiattisti) facciano parte di un dibattito scientifico logico e, in certi casi, qualche furbo personaggio costruisce la propria carriera (e fa soldi), in particolare su Internet, diffondendo ad arte e in modo surrettizio, teorie palesemente false e antiscientifiche, senza addurre alcuna giustificazione logica a loro supporto.

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Diventare specialisti del paesaggio: due Atenei e una unica sfida per lo sviluppo sostenibile dell’habitat contemporaneo

A 20 anni dalla firma della Convenzione Europea del Paesaggio (CEP, Firenze, 2000) e in piena attuazione degli obiettivi ONU per lo sviluppo sostenibile previsti dall’Agenda 2030, con il loro specifico richiamo alla salvaguardia degli ambienti terrestri, al contrasto ai cambiamenti climatici e alla trasformazione delle città verso modelli sostenibili, resilienti e salubri, la formazione di competenze e professionalità in grado di affrontare queste sfide rappresenta una necessità, ma anche una opportunità di sviluppo economico green e di lavoro nel settore dei green jobs.

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E intanto il consumo di suolo non si arresta: dati allarmanti del rapporto ISPRA 2020

Come ogni anno assistiamo alla presentazione da parte di ISPRA del rapporto annuale sul consumo di suolo cioè il suolo consumato a seguito di una variazione di copertura e, quindi reso impermeabile. Lo scorso anno definimmo i dati allarmanti perché le nuove coperture artificiali avevano riguardato altri 51 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, circa 14 ettari al giorno, oltre 2 metri quadrati al secondo. Fu auspicata un’inversione di tendenza per porsi l’obiettivo del “consumo 0” di suolo.
Ma quale inversione di tendenza! In sostanza, mentre la crescita demografica in Italia diminuisce, il cemento cresce più della popolazione.

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Covid-19 e stabilimenti di macellazione. Esiste una correlazione?

Una delle ipotesi che sono state fatte sull’origine della pandemia da Covid-19 in Cina è quella della diffusione del contagio a partire dalle carni e dagli animali vivi esposti per la vendita in un mercato di Wuhan. Si sono registrati focolai di contagio anche in diversi altri paesi, principalmente negli Stati Uniti, Irlanda, Australia e Spagna. Più recentemente, situazioni analoghe si sono verificate fra gli addetti alla macellazione e lavorazione delle carni in stabilimenti in Germania e in Italia. In Germania a Gütersloh ed in Italia nelle province di Reggio Emilia e Mantova. I paesi più colpiti sono Viadana e Dosolo, con diversi comuni interessati in tutta la zona della bassa padana. Alla data del 6 luglio scorso i 68 lavoratori del mantovano risultati contagiati erano quasi tutti asintomatici o paucisintomatici, ma due di essi sono stati ricoverati.
Il cittadino cui arrivano queste notizie è portato verosimilmente a concludere che sono gli animali che arrivano al macello e le loro carni in fase di lavorazione all’origine della diffusione del virus e di chi sa quali altre malattie. È tutta legna sul fuoco della scelta alimentare dei vegani. Ma come stanno veramente le cose? Sentiamo alcuni esperti.
Leggiamo da Internet che Lawrence Young, professore di Oncologia Molecolare nell’Università di Warwick (UK), intervistato ha dichiarato: “le fabbriche e, in particolare, i luoghi di lavoro freddi ed umidi sono ambienti perfetti per la crescita e la diffusione del coronavirus. Il virus sopravvive molto bene sulle superfici fredde e, in assenza di adeguata ventilazione e luce solare, le goccioline contenenti il virus emesse con la tosse o gli starnuti da individui infetti sono, con tutta probabilità, il veicolo ideale per la diffusione ed il mantenimento del virus”. Ed inoltre: “in queste aree chiuse con intensa attività lavorativa, le distanze sociali sono difficili da mantenere. Si tende a parlare ad alta voce per superare il rumore delle macchine e questo aumenta la produzione e lo spargimento di goccioline e aerosol infettanti”.

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