La sulla (Sulla coronaria) è una Fabaceae originaria del Bacino
del Mediterraneo, nota per la sua ampia adattabilità a vari stress
ambientali e la sua capacità di prosperare senza sintomi di clorosi in
terreni aridi e alcalini fino a pH 9,6. Una caratteristica morfologica del suo apparato radicale, unica e poco
conosciuta, è la produzione di “pale o palette”, radici laterali
modificate che acquisiscono una forma curva e appiattita.
I consumi in questo secondo atto della pandemia non stanno andando bene.
Frustrazione, rabbia, sgomento, disillusione e portafogli sempre più
vuoti dei consumatori fanno prevedere consumi sempre più ridotti e
comunque concentrati nella fascia di primo prezzo dei prodotti.
Sarà
un caso, ma in questi giorni sta esplodendo la guerra dei prezzi e delle
promozioni nelle catene della Distribuzione moderna, con molte
iniziative ‘sottocosto’.
Esaù vende la sua progenitura per una zuppa di lenticchie narra la
Bibbia, di polta e cioè zuppe e non pane vivono per molti secoli gli
antichi romani afferma Plinio il Vecchio, le zuppe sono il cibo dei laboratores
medievali, nel Rinascimento le zuppe accolgono i nuovi cibi americani
come i fagioli e le patate, Francesco I di Francia fatto prigioniero a
Pavia da una contadina è rifocillato con una zuppa che diviene celebre
come zuppa alla pavese e nell’Ottocento nella pasticceria italiana non
manca la zuppa inglese. Infinite sono le zuppe nella cucina contadina
che la donna di casa prepara raccogliendo dall’orto, dai campi e dalle
boscaglie ogni tipo di verdure, quindi un piatto stagionale e a
chilometro zero come la ribollita, il cui nome deriva dal fatto che le
contadine toscane ne cucinano una gran quantità, soprattutto il venerdì
essendo piatto magro, che poi è ribollito in padella nei giorni
successivi o, come avviene in altre regioni, è trasformato in polpette
vegetali fritte nello strutto.
Nel corso dei tempi, la cucina
popolare inventa ogni sorta di zuppe di verdure e legumi e diverse
qualità di ortaggi dando origine alle zuppe alla certosina, contadina o
alla paesana, di fagioli, piselli, fave, ceci, lenticchie ecc. e nei
paesi di mare non mancano zuppe con aggiunta di vongole, alla marinara o
di pesce che nelle varie regioni hanno i nomi di boiabessa, brodetto,
buridda, cacciucco ecc. Zuppe non mancano in altri paesi mediterranei (sopa in spagnolo, soupe in francese, suppe
in tedesco) o la ratatouille francese e sono presenti nei paesi
asiatici. Tutte le zuppe sono mangiate in una ciotola o in tazza usando
il cucchiaio e nel passato hanno dato origine a proverbî popolari come
quello che "chi vuol far l’altrui mestiere fa la zuppa nel paniere".
Nella
grande famiglie delle zuppe, odiernamente si tende a distinguere i
minestroni e le vellutate, il primo per un maggiore numero di verdure,
le seconde sono passati di verdura dalla consistenza cremosa, inoltre le
zuppe a base di verdura sono consistenti, non contengono pasta e sono
anche accompagnate con fette di pane, mentre le minestre sono più
liquide, hanno più brodo e comprendono anche pasta o cereali.
Le zuppe della cucina popolare tradizionale da mangiare in una tazza o
ciotola sembravano scomparse ma da una decina di anni sono in forte
ripresa anche per merito delle zuppe fresche diverse dal minestrone in
lattina, che hanno una scadenza ravvicinata, vanno conservate in
frigorifero, sono costituite da ingredienti semplici, hanno un
trattamento termico e sono spesso proposte anche in versione biologica.
In Italia il mercato delle zuppe fresche ha un fatturato che supera i
190 milioni di Euro con una crescita di oltre venti milioni di Euro
nell’ultimo anno e queste preparazioni rappresentano più della metà dei
primi piatti pronti all’interno dei punti di vendita della distribuzione
moderna italiana. Questi incrementi sono dovuti una diversificata
varietà di condizioni: da una parte sono particolarmente gradite dalle
persone anziane e da un’altra parte la diversità di composizioni e
gusti, per cui non si può dire che “è la solita zuppa”, conquista nuovi
consumatori di ogni età, anche i giovani che non conoscevano le zuppe e
la loro presentazione in tazze o ciotole.
Stiamo entrando in un mese decisivo per la lotta al virus con misure che
saranno comunque via via più stringenti e limitanti alla nostra
libertà, mobilità e ai trasferimenti delle persone. Già si stanno
delineando gli stili di acquisto che già abbiamo visto durante il
precedente lockdown. Stanno ripartendo alla grande gli acquisti nella
Distribuzione moderna e le grandi catene si preparano alla battaglia dei
prezzi. Ismea prevede, con la nuova ‘stretta’ su bar, ristoranti e alberghi, un arretramento della spesa per consumi alimentari fuori casa del 48%
rispetto al 2019.
La filiera dei prodotti a base di legno rappresenta una delle più
rilevanti attività economiche del nostro Paese, con un fatturato annuo
di oltre 40 miliardi di euro. Essa, peraltro, risulta fortemente
dipendente dall’estero per l’approvvigionamento della materia prima, per
oltre due terzi derivante da importazioni. Ciò è causa di numerose
problematiche, quali la relativa fragilità dell’industria nazionale di
trasformazione, sempre più legata dalle scelte di mercato di Paesi
stranieri (wood insecurity), e il rischio di attività illegali di
importazione basate su prezzi più competitivi e sulla distribuzione di
materiale non gestito in termini di sostenibilità ambientale nelle zone
di origine.
In anni recenti abbiamo assistito ad un progressivo cambiamento
dell’atteggiamento dei consumatori nei confronti del cibo, che viene
maggiormente apprezzato quando può essere riferito a un territorio
particolare e a un modo di produzione specifico o tradizionale. E il
pane non fa eccezione. Abbiamo pani a denominazione di origine protetta
(DOP), come il pane di Altamura in Puglia, la pagnotta del Dittaino in
Sicilia, il pane Toscano, ma anche pani a indicazione geografica
protetta (IGP), come il Pane casareccio di Genzano nel Lazio e il Pane
di Matera in Basilicata. A livello regionale, solo in Toscana troviamo
ben 12 diversi pani denominati PAT (prodotti agroalimentari
tradizionali), dalla Bozza di Prato ai pani di Altopascio e di
Montegemoli, al pane di patate della Garfagnana. Tali pani sono spesso
prodotti utilizzando quello che viene definito “lievito madre” o
“impasto acido”, in inglese "sourdough", che è rappresentato da
complesse comunità di lieviti e batteri lattici che, insieme al tipo di
acqua e di farina, conferiscono al prodotto caratteristiche sensoriali e
nutritive uniche. I lieviti più frequentemente isolati dagli impasti
acidi sono rappresentati non solo da Saccharomyces cerevisiae, il lievito utilizzato a livello globale per la produzione di pane, ma anche da specie appartenenti ad altri generi, quali Kazachstania humilis, Wickerhamomyces anomalus, Torulaspora delbrueckii, Kazachstania exigua, Pichia kudriavzevii e Candida glabrata.
Le diverse specie e i diversi ceppi all’interno di ciascuna specie di
lievito possiedono varie caratteristiche metaboliche che conferiscono
particolari proprietà al pane prodotto: alcuni sono capaci di
sintetizzare amminoacidi essenziali e vitamine, come tiamina, vitamina E
e folati, altri producono esopolisaccaridi prebiotici e composti
bioattivi come polifenoli, acidi organici ed enzimi. Tale biodiversità
metabolica è stata oggetto di ricerche condotte nei laboratori di
Microbiologia Agraria dell’Università di Pisa, al fine di individuare i
lieviti più efficienti dal punto di vista funzionale, per la produzione
di pane ad alto valore salutistico. 139 lieviti, isolati da vari tipi di
cibi e bevande fermentati, sono stati caratterizzati e selezionati
sulla base delle loro proprietà protecnologiche, funzionali e
molecolari, attraverso screening in vitro e in vivo. Una prima selezione
ha permesso di individuare 39 lieviti con elevata attività
antiossidante e una notevole capacità di degradare i fitati, composti
antinutrizionali contenuti nelle farine, rendendo così disponibili
preziosi elementi minerali come calcio, ferro, zinco e magnesio.
Nel complesso scenario dei cambiamenti climatici in atto a livello
globale il progetto di ricerca EWA-BELT, finanziato dal programma
Europeo Horizon 2020, raccoglie la sfida di realizzare una “cintura”
africana interregionale in grado di promuovere l’intensificazione
agricola sostenibile e lo scambio di buone pratiche tra diversi contesti
dell'Africa orientale e occidentale.
Il progetto, promosso e
coordinato dal centro interdipartimentale Nucleo di Ricerca sulla
Desertificazione (NRD) dell’Università degli Studi di Sassari, vede
partecipe un ampio partenariato che coinvolge diverse Università,
Istituti di Ricerca, ONG e società private con sede in vari paesi
europei (Italia, Regno Unito, Francia, Grecia) e africani (Etiopia,
Kenya, Tanzania, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone).
Nei quattro
anni di durata complessiva del progetto, iniziato ufficialmente il primo
ottobre 2020, EWA-BELT si propone di affrontare un ampio spettro di
problematiche legate alla sicurezza e qualità alimentare, come ad
esempio la scarsa produttività delle colture, l’alimentazione e il
benessere animale, la scarsa disponibilità di colture e varietà adatte
ad ambienti di coltivazione di tipo intensivo, le perdite in pre- e
post-raccolta, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali
(erosione e perdita della fertilità dei suoli, pascolamento eccessivo,
degrado della qualità dell'acqua, etc.), le difficoltà di collegamento
tra produzione e mercato e la scarsa connessione tra ricerca e
agricoltura.
EWA-BELT si prefigge, inoltre, di promuovere un
approccio responsabile e pro-attivo delle comunità e delle istituzioni
locali rispetto alla sostenibilità dell'uso delle risorse naturali
attraverso lo sviluppo di strategie di rafforzamento delle competenze,
l'adozione di un approccio partecipativo multi-attore e il
consolidamento della cooperazione transfrontaliera tenendo in
particolare conto delle tematiche relative alla parità di genere.
Nelle
diverse aree agro-climatiche distribuite tra i paesi dell’Africa
dell’Est (Etiopia, Kenya e Tanzania) e dell’Ovest (Burkina Faso, Ghana e
Sierra Leone) saranno individuati 38 casi studio in cui le attività di
ricerca saranno guidate da un approccio gender-sensitive di tipo partecipativo e integrato, realizzato tramite la costituzione di Farmers’ Field Research Units
(FFRUs). Le FFRUs saranno concepite come uno spazio di dialogo e di
interazione i fra diversi attori (agricoltori, ricercatori e altri
portatori di interesse) in cui saranno promosse e realizzate, oltre alle
attività di ricerca e innovazione, attività di disseminazione dei
risultati e di capacity-building (workshop, visite sul campo
etc.). Verrà, dunque, posta la massima attenzione all’inclusione e alla
cooperazione tra partner, portatori di interesse e istituzioni locali,
così da garantire piena efficacia del progetto e sostenibilità nel lungo
periodo.
Non ci saremmo occupati di una analisi pubblicata su un blog senza
essere passata al vaglio della comunità scientifica, se non fosse
balzata alle cronache nazionali veicolato dall’ormai onnipresente
Greenpeace (si veda l’articolo: https://espresso.repubblica.it/inchieste/2020/10/15/news/agricoltura-e-allevamenti-non-sono-sostenibili-ogni-anno-consumano-un-italia-e-mezza-1.354532).
Ma è bene farlo, sempre nell’ottica di contrastare una disinformazione dilagante.
Dal 29 settembre scorso è disponibile on line un articolo pubblicato dalla rivista Poultry Science dal titolo:
“Organic cranberry pomace and its ethanolic extractives as feed
supplement in broiler: impacts on serum immunoglobulin titers, liver and
bursal immunity”, autori Quail Das et al. dell’università di Guelph, Canada. Il
lavoro è stato condotto su polli da carne ed ha riguardato le risposte
del loro sistema immunitario alla somministrazione del pastazzo di
mirtilli rossi e del suo estratto alcolico nel mangime a diversi livelli
di concentrazione.
Presso il Centro di Eccellenza per le Stability Police Units
(CoESPU) di Vicenza, nato dopo l’accorpamento del Corpo Forestale dello
Stato con l’Arma dei Carabinieri, è stata istituita una Cattedra di
“Polizia per la Tutela Ambientale, Forestale e Agroalimentare”. La
nuova disciplina ha arricchito ulteriormente l’offerta formativa del
Centro, che svolge attività formativa addestrativa a favore di personale
di polizia, civile e militare, proveniente da ogni continente.
L’attività
della Cattedra si estrinseca nella predisposizione, formulazione e
somministrazione di lezioni di “consapevolezza ambientale” durante i
diversi corsi che hanno luogo al CoESPU, rispettando e applicando i
principi dell’andragogia. La didattica si arricchisce e si integra con
una parallela e costante analisi della dottrina e dei suoi sviluppi in
materia ambientale che possono poi diventare oggetto di divulgazione.
Lo
studio delle politiche ambientali consente innanzitutto di capire quali
indirizzi le organizzazioni internazionali considerino prioritari e
strategici: si fa riferimento in primis alle Nazioni Unite che,
nell’ultimo decennio, hanno saputo elevare qualitativamente in maniera
esemplare la propria performance ambientale. Dalla situazione di fine
millennio scorso, nella quale l’impronta ambientale della complessa
macchina delle Nazioni Unite produceva un inquinamento annuo pari a
quello della città di Londra, sono stati fatti consistenti passi avanti.
Nel
codice di condotta dei “caschi blu” (forze internazionali di pace delle
NU) è stata inserita la regola che recita: “Mostra rispetto e promuovi
l’ambiente – compresa flora e fauna- del Paese che ti ospita”. Frase
semplice ma ricca di significato, il “mostrare rispetto” è la traduzione
del basico principio “Do no harm”, non fare danni. Il
“promuovere”conferisce invece all’azione delle forze ONU una valenza di
ben più ampio respiro: promuovere significa infatti rendersi
protagonisti di un atteggiamento proattivo, ponendo in essere concrete
azioni di tutela e salvaguardia dell’ambiente.
L’evoluzione, in seno
alle Nazioni Unite e alle sue articolazioni, è assolutamente singolare e
di valore: dalla priorità individuata nella mitigazione dell’impatto e
nella diminuzione dell’inquinamento creato da ogni attività condotta
(dal Palazzo di Vetro alle basi di Missione nelle aree più remote e
fragili del globo) il concetto è stato ulteriormente elaborato:
l’ambiente richiede ad ogni operatore di essere responsabile delle sue
azioni e delle conseguenze derivate, coinvolgendo direttamente quindi
anche la sfera personale oltre a quella professionale.
Sono passati 25 anni da quando il futurologo George Gilder sentenziò:
“…Le città sono un avanzo lasciatoci dall’era industriale”. Analizzando
le potenzialità di Internet (che si stava rapidamente diffondendo, anche
se era ancora limitata a una piccola percentuale della popolazione
mondiale) Gilder riteneva che la Rete avrebbe annullato le distanze
rendendo obsolete le città. La storia degli ultimi anni ha invece
mostrato una tendenza opposta: i grandi agglomerati urbani sono
cresciuti e stanno crescendo in modo talvolta incontrollabile. Di
conseguenza una porzione sempre maggiore della popolazione si sta
spostando nelle grandi città del pianeta. Internet non ha svuotato di
senso le città, anzi le tecnologie digitali hanno invaso le strade e i
quartieri arricchendoli di nuovi servizi e creando un nuovo modo di
vivere i centri abitati in cui il verde dovrà essere l’attore principale
e non venire relegato a ruoli da comparsa.
Occorre, quindi, agire
velocemente per questo nuovo “urbanismo verde” (Green Urbanism). Negli
ultimi trentacinque anni circa, è emerso un dibattito internazionale
sulla teoria delle eco-città e si è sviluppato un campo di ricerca
rilevante sul futuro dell’urbanistica e della città stessa che è, per
definizione, interdisciplinare; richiede la collaborazione di
paesaggisti, agronomi e forestali, ingegneri, urbanisti, ecologi,
pianificatori dei trasporti, fisici, psicologi, sociologi, economisti e
altri specialisti, sulla base della specificità dei luoghi. Alla base di
questo approccio c’è lo sforzo per ridurre al minimo l’uso di energia,
acqua e materiali in ogni fase del ciclo di vita della città o del
distretto, massimizzandone efficienza ed efficacia, inclusa l’energia
incorporata nell’estrazione e nel trasporto dei materiali, la loro
fabbricazione, il loro assemblaggio negli edifici e, infine, la facilità
e il valore del loro riciclaggio quando la vita di un singolo edificio è
finita.
Però non abbiamo molto tempo ed è necessario bilanciare la velocità del
processo decisionale (in genere lento) con la necessità di agire in
tempi relativamente brevi e affrontare questioni molto difficili. Quali
sono gli aspetti della società che dovrebbero essere maggiormente
considerati? Cosa è giusto ed equo? Chi saranno coloro i cui interessi
saranno soddisfatti prima?
In queste città del futuro la
conservazione degli spazi verdi attuali e la progettazione di nuovi
avranno un ruolo vitale per migliorare, ad esempio, la gestione delle
precipitazioni (sempre più concentrate e caratterizzate da violenti
episodi) e la qualità dell’aria. Dovranno anche aiutare a combattere
l’effetto isola di calore urbana e a migliorare la salute.
Dal punto di vista fitopatologico l’olivo risulta interessato da una
significativa e complessa varietà di specie dannose. Un’analisi recente
(J. Del Morale De La Vega; J. Del Moral Martinez, 2018) descrive più 345
artropodi e microrganismi interessanti la coltura.
Negli ultimi
anni, nei diversi areali olivicoli italiani, sono sempre più numerose
le segnalazioni di diffusi ingiallimenti fogliari, spesso non
riconducibili ad agenti patogeni. Di seguito si analizzano le possibili
cause, evidenziando, in molti casi, l’origine abiotica del fenomeno.
Nell’anno 1518 Michelangelo Buonarroti è a Firenze impegnato per il
progetto per la facciata della basilica di San Lorenzo e nel retro di
una lettera oggi conservata a Firenze nel Museo Casa Buonarroti
Michelangelo e datata 18 marzo, in periodo di quaresima, scrive tre menù di magro corredandoli di schizzi illustrativi.
Che le produzioni agricole siano sempre state condizionate dagli
andamenti climatici è noto fin da che modo è mondo ed è tanto più vero
ora in virtù dei cambiamenti climatici in atto che si possono
sintetizzare, in estrema sintesi, con l’alternarsi di periodi piovosi
con precipitazioni che tendono a intensificarsi (violenti nubifragi) e a
distribuirsi su un numero minore di giorni e di lunghi periodi di
siccità.
Gli effetti più drammatici di queste anomalie climatiche
finiscono per aggravare proprio la situazione di quei settori produttivi
più in difficoltà come, ad esempio, l’olivicoltura che proprio in
questo periodo ci si appresta alla raccolta delle olive, con un certo
anticipo rispetto alla tradizione, un po' per scelta per ottenere un
prodotto migliore, un po' per la naturale anticipazione della
maturazione in seguito ai cambiamenti climatici, appunto.
Se è vero che l’abito non fa il monaco, è altrettanto vero che se
incontro per strada qualcuno vestito da monaco penso che lo sia
veramente. E sono portato a crederlo anche se sulla tonaca esibisce un
cartellino con su scritto in piccolo “bada che non sono un monaco”. Su
questo banale principio di saggezza comune si è basata la battaglia che
l’associazione europea degli allevatori ha portato in Parlamento Europeo
per la corretta etichettatura dei prodotti simil-carne a base vegetale.
Il 23 ottobre scorso il supremo organo collegiale dell’Unione si è
espresso con voto non vincolante sulla denominazione di carne e derivati
(hamburger, salami, ecc..) di prodotti di origine vegetale.
L’iniziativa è nata sulla scorta di una decisione della Corte di
Giustizia Europea che nel giugno 2017, con sentenza sulla causa
C-422/16, aveva rilevato che “i prodotti puramente vegetali non possono,
in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come
«latte», «crema di latteo panna», «burro», «formaggio» e «yogurt», che
il diritto dell’Unione (Regolamento UE n. 1308/2013 del Parlamento
europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013, recante organizzazione
comune dei mercati dei prodotti agricoli) riserva ai prodotti di
origine animale. Ciò vale anche nel caso in cui tali denominazioni siano
completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano
l’origine vegetale del prodotto in questione, salvo le eccezioni
espressamente previste”.
Gli emendamenti al Reg. 1308/2013 (https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2013:347:0671:0854:it:PDF
) sottoposti al vaglio del Consiglio erano tre: a) il 165, che
prevedeva la prescrizione per cui i “nomi che rientrano nell'articolo 17
del Regolamento (UE) n. 1169/2011 e che sono attualmente utilizzati per
prodotti con basi e preparazioni di carne sono riservati esclusivamente
a prodotti contenenti carne, in particolare nel caso delle
denominazioni bistecca, salsiccia, cotoletta, hamburger e burger”; b)
il 264, che recitava “i nomi così come i termini e denominazioni di
vendita relativi a carni che vengono utilizzati per denotare carni,
tagli di carne e prodotti a base di carne secondo Articolo 17 del
regolamento (UE) nº 1169/2011 sono riservati esclusivamente alle parti
commestibili di animali e ai prodotti contenenti carne”; c) il 275, che
proponeva la sostituzione integrale dell’art. 78 del reg. 1308/2013,
introducendo il dettato per cui “oltre agli standard di marketing
applicabili, se del caso, le definizioni tagli e tagli di vendita di cui
all'allegato VII si applicano a settori o prodotti carne bovina, carni
ovine, vino, latte e prodotti lattiero-caseari destinati al consumo
umano, carne di pollame, uova, grassi da spalmare destinati consumo
umano, olio d'oliva e olive da tavola, carne di maiale, carne di capra,
carne di cavallo, carne di coniglio”.
Dopo due giorni di intensa
discussione, i tre emendamenti sono stati respinti con le seguenti
votazioni: 165, 379 contro / 284 a favore; 264, 399 contro / 243 a
favore-; 275, 524 contro/110 a favore.
Sono trascorsi sei mesi da quando l'Accademia ha deciso di avviare un
servizio per gli agricoltori, in particolare per quelli le cui aziende
sono di dimensioni classificate come piccole e medie, nel difficile
periodo del "post Covid19" segnato da emergenze di varia natura.
L'agricoltura era stata esonerata, per ovvie ragioni, dal blocco delle
attività produttive nel periodo Marzo-Maggio del corrente anno, ma,
come risulta in tutti i rapporti sulla agricoltura italiana,
necessitava - e necessita - di una forte spinta innovativa affinché
riesca a superare il doppio ostacolo della critica situazione
socio-economica e di quella ambientale.
Il Presidente dell'Accademia
dei Georgofili, a seguito dell'impossibilità di continuare la notevole
attività convegnistica dell'Accademia, ebbe l'accortezza di avviare un
programma di informazioni on-line sul sito dell'Accademia - chiamato "Antologia"
- specificamente mirato alla diffusione di innovazioni, messe a punto
nei vari centri di studio e immediatamente disponibili per la pratica
applicazione. Si è trattato normalmente di brevi (2-5 pagine) ma
esaurienti descrizioni delle proposte.
Parallelamente si dava vita ad un'altra iniziativa - chiamata "Altri contributi" - che inseriva, nel sito, documenti di maggiore estensione tendenti a fare il punto su aspetti fondamentali dell'agricoltura.
Questa
idea si basava sulla fiducia che vari colleghi, sparsi in centri di
ricerca italiani appartenenti a varie Amministrazioni e a maggioranza
Accademici, si rendessero disponibili per questo lavoro. Per l'arduo
periodo che l'Italia stava attraversando, tale disponibilità era
tutt'altro che scontata. Il risultato è stato invece quasi commovente:
la comunità scientifica agraria italiana ha risposto con una dedizione
straordinaria.
L’Unione Europea ha recentemente pubblicato un importante documento prodotto dalla Commissione di esperti per la salute del suolo e del cibo che mette il suolo al centro dell’attenzione e delle azioni da intraprendere per realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile posti dal Green Deal. Ricordo che Il Green Deal europeo prevede di intraprendere una serie di iniziative politiche volte a promuovere l'uso efficiente delle risorse passando a un'economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l'inquinamento.
Come ha messo in luce il recente rapporto sulla digitalizzazione in
Europa l’Italia mostra un grave ritardo nel processo di
trasformazione digitale. Il nostro paese si colloca al quart’ultimo
posto nei valori dell’indicatore, che rispecchia non tanto un basso
livello di copertura, quanto un pessimo livello di competenze e di un
limitato utilizzo di servizi digitali. Solo il 74% degli
italiani usa abitualmente Internet, e l’utilizzo di servizi pubblici
digitali è scarso. Anche le imprese italiane presentano ritardi
nell'utilizzo di tecnologie come il cloud, i big data e il commercio
elettronico.
Il 2020, che a buon diritto può essere classificato come un annus horribilis,
in considerazione degli effetti dolorosi e preoccupanti che ha causato e
sta causando a tutti noi e che sta determinando situazioni critiche al
comparto agro-alimentare nazionale e mondiale, ha visto l’assegnazione
di due premi Nobel che, per motivi diversi ma complementari, hanno una
grande rilevanza per l’agricoltura. Il premio Nobel per la Chimica è
stato attribuito alla francese Emmanuelle Charpentier e alla
statunitense Jennifer A. Doudna, due ricercatrici che, studiando i
meccanismi molecolari di difesa dei batteri da infezioni causate da
virus (batteriofagi) hanno consentito di sviluppare il metodo chiamato genome editing.
Con questa denominazione si richiama il processo di revisione di un
testo scritto, nel caso specifico la sequenza di DNA. Il metodo di
genome editing prevede la rottura delle eliche del DNA e per questo
motivo ci si riferisce spesso all’immagine di forbici molecolari. La
grande innovazione del genome editing sta nella precisione e
relativa semplicità del sistema che è ben sintetizzata nelle parole del
comunicato del Comitato Nobel che riporta: “tali forbici consentono
di modificare il DNA di animali, piante e microrganismi con una
precisione estremamente alta. Questa tecnologia sta avendo un impatto
rivoluzionario sulle scienze della vita”. In un’occasione precedente
su “Georgofili Info” ho avuto modo di sottolineare come l’applicazione
del genome editing possa costituire uno strumento rivoluzionario nel
miglioramento genetico – breeding – delle specie di interesse agrario.
Attraverso interventi mirati su porzioni note del genoma vegetale è e
sarà possibile sviluppare nuove varietà che siano funzionali
all’agricoltura del XXI secolo, ovvero produttive, in grado di
utilizzare al meglio le risorse, che diano prodotti di elevata qualità
sia per il consumo diretto sia per la trasformazione, in definitiva per
un’agricoltura più sostenibile, produttiva nelle diverse condizioni di
coltivazione, in grado di rispondere agli effetti dei cambiamenti
climatici in atto, che salvaguardi e valorizzi l’agrobiodiversità. Le
modificazioni prodotte attraverso l’applicazione del genome editing
sono in larga misura equivalenti a quelle determinate dai processi
naturali di mutazione spontanea, che forniscono la variabilità genetica
sulla quale agisce l’evoluzione, con il grande vantaggio, in questo
caso, di essere mirate e non casuali. Per questo motivo la Società
Italiana di Genetica Agraria – SIGA – ha proposto di definire il genome editing una delle Tecnologie di Evoluzione Assistita ovvero TEA.