Nei mesi scorsi, a seguito del drammatico diffondersi della Covid-19
causata dal virus SARS-CoV-2, numerosi sono stati gli interventi
giornalistici – spesso definibili come “fake news” - sulla possibile
relazione fra agricoltura moderna, squilibri ambientali ed emersione di
nuove zoonosi potenzialmente pandemiche. In particolare: agricoltura
intensiva = deforestazione e comunque impatto negativo sull’ambiente
(PM10 e cambiamenti climatici) = passaggio dei virus dagli animali
all’uomo = pandemia.
Sul tema sono recentemente intervenuto per
ricordare che le zoonosi sono malattie antiche quanto l’uomo, non solo
virali, ma anche batteriche e parassitarie; la sola via ragionevole di
prevenzione è controllarle e bloccarle sul nascere, intensificando le
buone norme di bio-sicurezza negli scambi mondiali e sicuramente con una
adeguata sorveglianza nelle aree a rischio (circostanza mancata in toto
a Wuhan per la Covid-19). Che vi possa essere una relazione con gli
squilibri ambientali non è da escludere in toto, mentre meno credibile è
che ciò sia in relazione con l’agricoltura, specie intensiva. Infatti,
non è stata l’agricoltura in sé, quanto piuttosto l’aumento della
popolazione, a determinare la progressiva occupazione della superficie
terrestre: dai 370 mila ettari in epoca romana ai 4,5 miliardi attuali
(di cui coltivati rispettivamente 170 mila e 1,5 miliardi di ettari) in
stretta relazione con la popolazione: da 170 milioni a 7,6 miliardi. Men
che meno si può parlare di agricoltura intensiva quale concausa di tale
occupazione; infatti, questa forma ha avuto grande diffusione dagli
anni ’60 e – in coincidenza a ciò – la superficie agricola mondiale non è
più aumentata (benché la popolazione sia passata da 3 a 7,6 miliardi,
mentre il n° degli affamati sia proporzionalmente diminuito). D’altra
parte, è ben vero che in questi ultimi decenni sono vieppiù aumentati
gli squilibri ecologici, in particolare i processi di deforestazione e i
cambiamenti climatici, nonché l’inquinamento atmosferico da polveri
sottili, tutti fenomeni interconnessi e ritenuti fra le cause delle
pandemie. Tuttavia, anche questi sono fenomeni riconducibili
all’andamento demografico e ai processi di sviluppo degli ultimi due
secoli, ma in misura modesta all’agricoltura.
Dunque, a provocare il crescente aumento del prelievo di risorse (rinnovabili e non), sono state la numerosità delle bocche e la loro voracità (senza
intento irriverente, anche perché molte delle accresciute esigenze, e
non solo alimentari, sono connesse ai diritti di ogni uomo che l’Umanità
ha voluto sancire nel 1948). Indiretta conferma del ruolo marginale
dell’agricoltura si desume dal fatto che il suo contributo ai gas serra e
al PM10 non raggiunge il 20%, che i 2/3 dell’acqua da essa utilizzata è
quella verde (da pioggia senza usi alternativi) e che i Paesi con
agricoltura intensiva stanno riducendo le superfici coltivate con
avanzamento del bosco (al contrario delle agricolture di sussistenza dei
PVS e dell’agricoltura biologica in quelli sviluppati).
L’isolamento forzato di questi mesi sicuramente avrà pesato su ognuno di
noi con incidenze diverse; vero è però che forse tutti quanti ci siamo
trovati a fare i conti con la mancanza delle relazioni umane,
fondamentali quali ‘trama’ e ‘ordito’ del tessuto della nostra
convivenza sociale.
In compagnia di Saverio Manetti questo tempo di
‘silenzio vuoto’ è stato meno pesante e anzi avere a che fare con uno
studioso del suo calibro ha contribuito in modo sostanziale a riempire
gli spazi dell’isolamento e l’impegno a studiare ciò che egli compilò
magistralmente a metà del ‘700, Delle specie diverse di frumento e di pane siccome della panizzazione, è stato uno stimolo e una forma di sana risposta razionale alle incertezze del momento.
I vari rapporti periodicamente pubblicati dall’International Panel on Climate Change (IPPC) e la corposa letteratura scientifica forniscono dettagli sulla prova fisica del cambiamento climatico: a livello del terreno, nell'aria, negli oceani. Il riscaldamento globale è, infatti, "inequivocabile", con “buona pace” (ma in questo caso sarebbe meglio parlare di “cattiva pace”) dei negazionisti.
La filiera bovina da carne è considerata tra quelle a maggiore impatto
nel panorama della sostenibilità ambientale. Le accuse di produrre i
massimi impatti in termini di gas climalteranti e di consumo di acqua
spinge i media a raccomandare la forte riduzione del consumo, o
addirittura, la sostituzione di queste carni. L’adunanza dell’Accademia
dei Georgofili dedicata a questo delicato tema ha voluto riportare il
dibattito nella giusta sede scientifica e tecnologica, mettendo in luce
quanto oggi conosciamo sui reali impatti delle filiere bovine da carne
italiane sull’ambiente, evidenziare le buone prassi di allevamento già
in essere mirate al miglioramento della sostenibilità e indicare gli
sviluppi futuri che la ricerca in atto fa intravedere.
Il primo degli
argomenti trattati, quello della metrica della sostenibilità, cioè cosa
si misura e come si misura, ha consentito di illustrare i principali
sistemi di valutazione dell’impatto ambientale della produzione di
carne, con riferimento alle normative e agli standard internazionali.
Sono emerse le principali criticità legate all’applicazione di tali
sistemi e la necessità di una maggiore uniformità nell’applicazione
degli standard, onde evitare l’estrema variabilità delle stime ad oggi
disponibili relativamente all’impronta di carbonio degli allevamenti. In
tal senso, l’applicazione di metodologie che consentano di ponderare
adeguatamente il ruolo attivo degli allevamenti nell’assorbimento del
carbonio e il peso relativo delle diverse fonti di carbonio in funzione
della durata della loro emivita nell’atmosfera, rappresenterebbe un
sicuro passo in avanti verso una maggiore uniformità di valutazione.
Gli scenari economici attesi come conseguenza della crisi attuale
collegata alla pandemia SARS-CoV-2 e delle misure di contenimento prese
sono già oggetto di numerose analisi da parte delle istituzioni preposte
e delineano una situazione di forte riduzione del PIL almeno per i
prossimi due anni. Tutto ciò sta causando e causerà la peggiore
recessione economica globale dalla Seconda guerra mondiale a oggi. Se
gli effetti della pandemia SARS-CoV-2 sul macrosettore delle produzioni
animali possono essere valutati in base alle informazioni provenienti
dai canali di mercato della grande distribuzione organizzata, va però
tenuto presente che una quota importante del comparto è articolata in
realtà con forte radicamento locale. A tale riguardo possono essere
ricordate le numerose produzioni DOP e IGP, talvolta basate su pochi
produttori e trasformatori, con canali di mercato diversificati e non
sempre tracciabili con la sopra citata fonte.
In questo contesto è
evidente la necessità che i decisori politici possano disporre di pareri
tecnico-scientifici che consentano loro di individuare gli strumenti
più efficaci per aiutare gli allevatori e massimizzare gli effetti degli
sforzi economici al fine di riportare il settore verso la normalità.
Tale necessità è tanto più evidente dal momento che si moltiplicano
pareri, spesso pittoreschi e privi di fondamento tecnico-scientifico,
che delineano soluzioni tecniche poco praticabili le quali, in mancanza
di alternative, potrebbero far perdere di efficacia gli interventi messi
in campo dal decisore politico.
L’Accademia dei Georgofili e
l’ASPA hanno elaborato un documento su “Impatto dell’emergenza
coronavirus sui sistemi zootecnici italiani”, con l’obiettivo di
individuare le principali criticità che affliggono le aziende in questa
complessa fase, delineando così gli itinerari tecnici verso i quali i
ministeri preposti e le regioni dovrebbero indirizzare gli sforzi per
garantirne il pieno accesso o la rimozione di eventuali impedimenti,
inclusa la necessità di promuovere azioni di trasferimento di
innovazione. Tali pareri sarebbero utili per fare chiarezza sul
ruolo delle attività zootecniche nel garantire la salute e il benessere
della società.
Una delle più importanti scoperte botaniche, effettuata in Sicilia, è quella di una Ulmacea relitta del genere Zelkova ritrovata, alla fine dello scorso millennio, in due siti dei Monti Iblei, nei territori comunali di Buccheri e di Melillli.
Il genere Zelkova
era ritenuto estinto in Italia, a causa dei cambiamenti climatici che,
dal Pliocene (circa 3 milioni di anni fa), portarono all’avvento del
clima mediterraneo, caratterizzato da siccità estiva. Gli unici
esemplari di Zelkova, conosciuti nel nostro Paese, erano stati trovati, come fossili, nel Lazio e datati a circa 31.000 anni fa.
La via dell’abbondanza dell’antica Pompei era piena di termopolia che vendevano cibi da consumare per strada, nel milleottocento a Napoli i maccheroni si mangiavano per strada come a Palermo il pani câ meusa un panino imbottito con la milza di cavallo, e si può dire che ogni regione italiana aveva e spesso mantiene il suo tipico cibo da strada a forte connotazione identitaria, un tipo d’alimentazione che non manca in altri paesi mediterranei e di tutto il mondo. Secondo la FAO il cibo di strada (street food) è costituito da cibi e bevande pronti per il consumo venduti e spesso anche preparati in strada o in altri luoghi pubblici come mercatini o fiere, anche da commercianti ambulanti, spesso su un banchetto provvisorio, ma anche da furgoni o carretti e nei centri storici di alcune città italiane in piccoli locali specializzati nella preparazione e vendita di cibi da mangiare in strada.
Si è conclusa con piena soddisfazione e risultati superiori alle
aspettative dei partecipanti il primo corso Formazione Formatori,
realizzato nell'ambito “Progetto pilota di certificazione dei formatori
qualificati mediante corsi di formazione per formatori che operano
nell’ambito della sicurezza delle macchine agricole”, in attuazione
della Delibera di Giunta Regionale della Toscana n. 540 del 23/04/2019.
Il
corso risponde ad una carenza grave nell’offerta formativa che troppo
spesso è insufficiente per un comparto come quello agricolo, dove gli
incidenti costantemente a livelli molto alti e spesso con conseguenze
anche mortali.
Sei giornate (piene) in cui alla condivisione di
materiali di illustrazione dei diversi aspetti tecnici, legislativi,
normativi e organizzativi nella gestione della sicurezza nelle
operazioni meccanizzate agricole ed in particolare nell’uso dei
trattori, si è attuato un percorso di addestramento pratico alla guida
delle diverse tipologie di trattore con prove di difficoltà crescenti
durante le giornate di formazione del corso.
Il progetto pilota è
stato promosso dall'Accademia dei Georgofili, nell'ambito di un
protocollo d'intesa con Regione Toscana, ha trovato il sostegno
finanziario di INAIL Direzione Toscana e Regione Toscana – Direzione
Agricoltura e Sviluppo Rurale ed è stato strutturato e coordinata dal
Laboratorio AgriSmartLab dell’Università di Firenze. CAI (Confederazione
Agromeccanici e Agricoltori Italiani) ha supportato il corso con la
messa a disposizione di macchine agricole ed ENAMA (Ente Nazionale per
la Meccanizzazione Agricola) con la messa a disposizione dell’istruttore
di Guida Sicura e in qualità di Ente certificatore.
Teoria e pratica
sono state attuate nella strutture di Ente Terre Regionali di Cesa
(Arezzo) e Suvignano (SI) e presso il Centro di Formazione “La Pineta
“ a Tocchi (SI) della Regione Toscana, strutture che potranno essere
valorizzate per future edizioni del corso.
Mentre l’umanità attonita ancora si interroga sul futuro della pandemia e
sulle conseguenze che essa sta producendo in campo sanitario ed
economico, oltre che in tanti altri ambiti meno evidenti che al momento
intuiamo appena, la vita procede e non può essere altrimenti.
Nel
2019, giusto in questo periodo dell’anno, ci eravamo lasciati con alcuni
interrogativi che ora quasi abbiamo dimenticato. I temi più assillanti
erano la Brexit, i nuovi assetti politici dell’Ue dopo le elezioni del
Parlamento Europeo (PE), i confusi orientamenti politici nei Paesi
membri, l’esplosione delle rozze guerre commerciali a colpi di dazi e
ritorsioni dopo decenni di pax commerciale gestita dal Gatt e dalla Wto.
Il Pil mondiale era in ripresa anche se iniziava a mostrare qualche
piccolo segno di rallentamento.
Quantum mutata ab illa la
situazione, verrebbe voglia di dire e nello stesso tempo, invece,
quanto è cambiata la prospettiva in cui questi problemi si collocano. Ma
il trascorrere del tempo costringe ad andare avanti, affrontando
scadenze e trovando soluzioni.
Consideriamo le questioni europee: un
primo inestricabile groviglio si presentava allora, con la Gran
Bretagna impegnata a trovare la soluzione per la sua uscita dall’Ue e
quest’ultima, francamente, paralizzata dall’evento “impossibile”, al
punto da essere a mala pena previsto nei Trattati. L’uscita della Gran
Bretagna destinata a cambiare gli equilibri politici ed economici
interni si è sovrapposta alle elezioni con le incertezze provocate dal
crescente sovranismo all’interno dell’Ue. Una compagine costruita
baldanzosamente all’insegna dell’opposto e cioè un (incerto) sovra
nazionalismo. Ma al di là dell’amara rottura chiarificatrice di un sogno
ambiguamente spinto all’estremo come quello di un’Europa Unita, non
solo commercialmente, c’erano e ci sono i normali interessi quotidiani.
Gli inglesi escono e cambiano gli equilibri economici interni. Le
risorse finanziarie europee calano e le spese vanno ripartite in modo
diverso. Era alle porte il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale (QFC), e
lo è ancora oggi, mentre cambiano anche le priorità da soddisfare.
Mentre allora si trattava di quelli che ci sembrano aggiustamenti, oggi
ci rendiamo conto che il mondo è cambiato a causa della pandemia. La
politica economica passa dalle lotte sulle percentuali di scostamento
della spesa e dalle discussioni sul piano di stabilità, al più massiccio
progetto di indebitamento finanziario che si ricordi, affrontato con
un’insospettabile tranquillità.
La nuova Politica Agricola Comune
(Pac) per il settennio 2021/2017, che la Commissione uscente aveva
lasciato in bozza è ferma, in attesa del QFC valido per lo stesso
periodo. La saggezza dell’Ue, accusata di essere carente di fantasia,
li aveva correttamente abbinati, ma gli imprevisti li hanno separati e
le follie di un virus sconosciuto sino al giorno prima li ha sconvolti.
In questo contesto però le regole della Pac devono esistere e
funzionare, perché nelle campagne l’integrazione europea è andata
avanti. L’agricoltura italiana ed europea ha retto l’impatto della
COVID-19 anche e soprattutto perché c’era la Pac.
Si è svolto lo scorso 4 giugno il web meeting di avvio del nuovo
progetto di ricerca europeo INCREASE, che vede alla guida l’Università
Politecnica delle Marche, come capofila, e altri 27 partner
internazionali di 14 paesi diversi. Con un budget di 7 milioni di euro,
finanziati dal programma di ricerca e innovazione dell'Unione Europea
Horizon 2020, in un periodo di 5 anni, il consorzio di INCREASE lavorerà
per analizzare le risorse genetiche e mettere punto strumenti e metodi
di conservazione efficienti ed efficaci per la gestione,
caratterizzazione e valorizzazione della biodiversità agricola in
quattro importanti legumi alimentari tradizionali europei (cece,
fagiolo, lenticchia e lupino).
La conservazione e la valorizzazione
delle risorse genetiche dei legumi alimentari e il loro utilizzo
nell'agricoltura europea costituiscono un elemento chiave sia per lo
sviluppo di una agricoltura sostenibile che per la promozione di una
alimentazione più sana.
Tutti sanno, o almeno credono di sapere che cosa è il ragù, in modo particolare quello della propria terra o paese e soprattutto della mamma. Come oggi dicono i dizionari – ma dobbiamo fidarci? - ragù è un termine utilizzato per indicare un trito grossolano cotto per molte ore a fuoco basso, composto di numerosi ingredienti che variano a seconda delle regioni. Spesso a base di carne, ma in cucina vi sono anche ragù di pesce: di spigola, di cernia, o altri pesci, e ora, in un clima vegetariano, anche di tofu.
Vista l'eco che ha suscitato una mia affermazione, riportata qualche
mese fa dalla stampa (e che mi ha fatto guadagnare molte offese
personali e professionali), riguardo alla riduzione dell'inquinamento da
parte delle piante in riferimento alla struttura di una strada, penso
sia opportuno chiarire alcuni aspetti, fermo restando che ciò che ho
affermato corrisponde al vero ed è basato su una consistente letteratura
scientifica internazionale e che la mia affermazione, preceduta da un
“probabilmente”, si riferiva a un solo parametro considerato, cioè le
polveri sottili.
La gran parte delle ricerche pubblicate su riviste
internazionali e anche dal gruppo di ricerca che coordino, hanno
mostrato la generale efficacia di alberi e arbusti nel ridurre la
concentrazione di inquinanti, sia riguardo ai metalli pesanti sia,
soprattutto, alle polveri sottili. Su questo non ci sono dubbi, ma non è
possibile generalizzare. La ricerca ci dice anche cose diverse delle
quali dobbiamo tenere conto nelle scelte per il verde nella città del
futuro.
È infatti da precisare che, riguardo alle polveri sottili, il
processo di deposizione differisce sostanzialmente in funzione delle
diverse dimensioni delle particelle e delle interazioni di queste con i
vari elementi della vegetazione e con la struttura del costruito. Ciò
richiede studi combinati sulle diverse dimensioni delle particelle,
sulle diverse specie di piante e in ambienti che differiscano per
caratteristiche intrinseche: es. strade aperte verso i cosiddetti
“canyon urbani”.
Sicuramente la pandemia tuttora in atto ci riserva, oltre ovviamente ai
drammatici effetti sulla salute umana, un futuro incerto e sicuramente
difficile. A questo, purtroppo, non sfugge il settore agricolo che già
aveva notevoli difficoltà anche prima della pandemia; non c’è dubbio
però che le sfide del futuro per l’agricoltura debbano passare
attraverso le innovazioni e la protezione del suolo.
Dopo vari gridi
di allarme, la divulgazione di dati che quantificano il suo stato di
degrado, di dissesto, di impermeabilizzazione (consumo di suolo) e
soprattutto i vari eventi catastrofici degli ultimi anni, si è preso
coscienza dell’importanza di questa risorsa e del fatto che il 95% del
cibo proviene proprio dal suolo. A questa presa di coscienza devono
seguire azioni concrete e programmi di tutela del territorio. Intanto
gli agricoltori, pur fra mille difficoltà, stanno facendo la loro parte;
infatti, visitando le campagne delle zone agricole per eccellenza si
cominciano a vedere, ad esempio, colture di mais con impianti di
irrigazioni a goccia automatizzati con centraline elettroniche. Con
questo sistema si risparmia fino al 75-80% di acqua rispetto alla
tradizionale irrigazione per aspersione con irrigatori a lunga gittata
ed inoltre si evita l’azione battente delle gocce sul terreno che
causano la rottura degli aggregati superficiali, specialmente nelle
prime fasi della coltura quando la superficie del suolo non è
interamente coperta dalla vegetazione, con conseguente formazione di
croste che riducono l’infiltrazione dell’acqua e, quindi, la sua
parziale perdita per ruscellamento superficiale. Con l’irrigazione a
goccia, non solo l’acqua non viene minimamente sprecata, ma il
miglioramento delle qualità fisiche del suolo e della sua porosità, non
alterata dalla formazione delle croste, porta ad un sensibile aumento
delle produzioni di mais.
Altro esempio virtuoso rilevabile nelle
zone vocate alla viticoltura, anche del centro e sud Italia, è la
tangibile diffusione dell’inerbimento coadiuvato, anche qui, da impianti
di irrigazione a goccia. È noto che la pratica dell’inerbimento,
specialmente nei terreni declivi, riduce fortemente l’erosione del suolo
prevenendo così una delle cause più importanti della sua degradazione.
Inoltre, attenua considerevolmente l’effetto compattante del passaggio
delle macchine agricole per la gestione del vigneto (trattamenti
fitosanitari, raccolta, ecc.), contribuendo, anche in questo caso, a
prevenire la degradazione del suolo. L’uso dell’irrigazione a goccia è
fondamentale per compensare la competizione idrica delle essenze erbose
con la vite, soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici in atto in
cui l’acqua da risorsa può diventare calamità quando è troppa (violenti
nubifragi) o troppo poca (lunghi periodi di siccità).
L’introduzione, in Europa, di una delle prime specie aliene sud-americane, sembra sia avvenuta subito dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Si tratta del dittero Hermetia illucens, rinvenuto nel sarcofago di Isabella d’Aragona (morta nel 1524), e segnalato in Italia nel 1956, per i danni arrecati a materiale organico conservato.
Secondo le fonti ufficiali gli usi di prodotti fitosanitari sarebbero in
forte diminuzione da ormai trent’anni. Un calo inaspritosi nel tempo a
dispetto della comune percezione popolare, storpiata questa da false
narrazioni che parlano a sproposito di “abusi di pesticidi” o di “usi
sempre più massicci di pesticidi”. Tali toni allarmisti trasferiscono
peraltro l’idea che sulla fitoiatria vi sia una situazione emergenziale
da gestire radicalmente e pure in fretta, riproposizione in chiave
moderna delle multi millenarie profezie per cui tutto va sempre peggio,
la fine del mondo sarebbe incipiente e solo una conversione di stampo
para religioso potrà salvarci.
Si valuta che oltre 60 milioni di cavallette (locusta migratoria)
si siano abbattute sull’Africa orientale, Asia e Medio Oriente,
causando un’imponente devastazione delle colture ed enormi disagi alle
popolazioni. In aggiunta a tutto questo, le forti piogge hanno creato le
condizioni ideali per lo sviluppo e la crescita degli insetti, divenuti
sempre più voraci.
Il direttore della FAO alle Nazioni Unite, Qu
Dongyu, ha scritto: “l’invasione delle cavallette, insieme alle
conseguenze della pandemia da Covid-19, potrebbe avere delle conseguenze
catastrofiche sulla sopravvivenza delle popolazioni colpite e sulla
sicurezza alimentare. I nostri sforzi per affrontare l’emergenza sono
stati significativamente efficaci, ma la battaglia non è vinta ed il
pericolo rischia di allargarsi ad altre zone geografiche”.
Leggiamo
da un articolo della giornalista sudafricana freelance Natalie Berkhout
che in Pakistan il tecnico ministeriale Muhammad Khurshid ed il
ricercatore Johar Ali hanno lanciato un progetto che prevede la cattura
delle cavallette durante la notte da parte della popolazione residente e
la successiva trasformazione dell’ingente massa di insetti in mangime
per polli. Infatti, le cavallette volano solo durante il giorno. Durante
le ore notturne si riuniscono formando degli agglomerati di migliaia di
insetti che rimangono adagiati sugli alberi e sul terreno, praticamente
immobili fino all’alba. Pertanto, è relativamente facile “raccoglierle”
e catturarle.
Il governo pakistano ha offerto 20 rupie pakistane
(0,12 US $) al kg di cavallette catturate. Secondo la stampa locale si
sono raccolte, in media, 7 tonnellate di cavallette per notte,
ricavandone più di 700 dollari. Le cavallette sono state cedute ad un
locale mangimificio per la trasformazione in farina di insetti per
l’alimentazione dei polli.
A volte le leggende metropolitane nascondono una verità come quella che
un normale distillato versato da una bottiglia con un’etichetta
prestigiosa è spesso più apprezzato dello stesso distillato versato da
una bottiglia anonima. Molti sono i vantaggi nutrizionali degli alimenti
leggeri e magri nella dieta, ma come sono apprezzati per gusto e sapore
dal consumatore che ne legge le etichette? Qual è il ruolo di queste
ultime? Domande alle quali si cerca di dare risposte soprattutto per i
formaggi presenti sul mercato, in particolare quelli magri con
percentuale di grassi ridotta e nei quali i grassi saturi non superano
il 20%. Questi formaggi magri forniscono alla dieta nutrienti
indispensabili per il corretto funzionamento dell’organismo e sono
energetici, ricchi di proteine, vitamine e sali minerali e l’elevato
contenuto di calcio e di fosforo li rendono un alimento essenziale per
la salute delle ossa, sono inoltre facili da digerire e contengono
inoltre limitate quantità di sale, la cui riduzione nella dieta è
considerata uno dei principali obiettivi necessari per migliorare la
salute.
Un numero crescente di consumatori sta diventando sempre più
consapevole degli aspetti sanitari della dieta e per questo le industrie
hanno sviluppati prodotti alimentari che rispondono a queste esigenze e
contengono meno sale e grassi. Per informare i consumatori della
composizione degli alimenti e della loro riformulazione questi alimenti
sono accompagnati da etichette che con bella evidenza indicano la
riduzione del sale e dei grassi, che si tratta di cibi leggeri o light
e nella loro pubblicità non di rado si enfatizzano effetti salutistici
quali la perdita di peso corporeo, l’abbassamento della pressione
sanguigna ecc. Ci si è però accorti che le etichette che comunicano i
pregi nutrizionali degli alimenti a basso contenuto di sale e di grassi
hanno spesso l’effetto d’indurre i consumatori a dare giudizi negativi
sull’alimento. Diversi studi dimostrano infatti che le indicazioni
salutistiche delle etichette influenzano il gradimento dei consumatori
nei confronti dei prodotti alimentari e per esempio il gradimento di una
zuppa è inferiore quando l’etichetta enfatizza una riduzione del sale e
nel cioccolato al latte il gradimento diminuisce quando l’etichetta
vanta un ridotto contenuto di grassi. Anche per i formaggi si è studiata
l'influenza di messaggi salutistici, come quelli di contenuto ridotto
di sale e di calorie, sulla valutazione sensoriale attesa e percepita,
esplorando anche le implicazioni emotive che i consumatori associano ai
messaggi presenti nelle etichette.