Notiziario








Più verdi e più sani: aree verdi e benessere mentale

Se analizziamo gli studi che mettono in relazione la presenza di verde con il benessere mentale, emerge chiaro come le evidenze positive stiano aumentando parallelamente all’affinamento degli studi e al conseguente miglioramento delle conoscenze. Un lavoro pubblicato recentemente su PNAS, la prestigiosa rivista della National Academy of Sciences americana (Engemann et al., 2019), nel quale sono stati analizzati i dati sanitari di oltre 940.000 bambini nati tra il 1985 e il 2003 relativi alle connessioni fra la salute mentale e lo spazio verde che circondava le loro case, ha evidenziato che il rischio relativo di sviluppare un disturbo psichiatrico nell'adolescenza o nell'età adulta era significativamente più alto - dal 15 al 55 percento – per i bambini che vivevano in aree con limitata presenza di verde.

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Elaiogastronomia: l’arte culinaria associata alla conoscenza degli oli extra vergine di oliva e del loro corretto abbinamento con le pietanze

L’elaiogastronomia si sta affacciando al mercato della ristorazione offrendo un nuovo segmento di consumo e favorendo la nascita di professionalità nuove, tanto nella brigata di cucina quanto in quella di sala.
Vivere una esperienza elaiogastronomica richiede formazione oltre che un investimento economico, da parte del ristoratore, nella creazione della carta degli oli che necessità dell’acquisto dei migliori oli nel panorama olivicolo nazionale e internazionale. 

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Sicurezza, paure alimentari e comunicazione

Nel 1986 nel Regno Unito si scopre la Mucca Pazza, una mortale malattia che distrugge il cervello delle mucche e che si teme possa colpire anche l’uomo. Nell’Unione Europea, dove vige la libera circolazione delle merci e quindi anche delle carni bovine, scoppia la grande paura delle encefalopatie spongiformi che terminerà soltanto l’11 settembre 2001, quando subentrerà la grande paura del terrorismo, secondo il principio del chiodo scaccia chiodo. La Mucca Pazza spaventa perché è una malattia mortale, provocata da un agente all’epoca d’origine sconosciuta, che colpisce il cervello e per la quale vi è una ridda incontrollata di previsioni anche pessimistiche, se non catastrofiche, che arriva a profetizzare la morte di oltre un milione di europei, in una grande confusione di notizie e interpretazioni di quanto via via è accertato. Degli avvenimenti ogni paese dà una sua versione, spesso sovranista e cioè privilegiando la sovranità nazionale in con-rapposizione a una comunicazione comunitaria, quale dovrebbe essere per un problema sovranazionale come quello della Mucca Pazza. Gravi sono le conseguenze sull’economia dovute non solo per le misure messe in atto per controllare la crisi, quanto per la paura che scatena crisi di fiducia nelle istituzioni e casi di psicosi, portando anche a immotivati cambiamenti dei consumi alimentari. In conseguenza della crisi della Mucca Pazza l’UE nel 2002 istituisce l’EFSA, l’agenzia sovranazionale che ha il compito di fornire pareri scientifici e informazioni sui rischi esistenti ed emergenti connessi alla catena alimentare.
Nel 2017 in diversi paesi dell’UE nelle uova di gallina, loro derivati e alimenti all’uovo (biscotti, paste ecc.) ci si accorge della presenza Fipronil, una molecola vietata per i suoi effetti negativi sulla salute umana. Con opportune indagini che durano alcuni mesi si scopre che in allevamenti di galline del Belgio e dei Paesi Bassi ha grande successo un insetticida presentato come costituito da vegetali e quindi naturale o biologico, ma nel quale è stato fraudolentemente inserito il Fipronil, insetticida destinato solo ad alcune specie di animali d’affezione. L’incidente è risolto senza danni per la salute dei consumatori, ma anche in questo caso molti sono i danni conseguenti la paura che si scatena in modo incontrollato.
Nei due episodi indicati, come in molti altri casi analoghi, oltre ai danni economici degli incidenti, risultano evidenti i danni della paura che pervade i consumatori e sempre più evidenti sono i rischi di una disinformazione, spesso di tipo sovranista, che in caso d’incidente si scatena nei diversi paesi dell’UE.
Nel quadro della grande trasformazione nei sistemi di comunicazione e d’informazione avvenuta negli ultimi due decenni, con una sempre più larga diffusione di notizie anche false, distorte o utilizzate per fini impropri, alla luce dell'esperienza acquisita in merito la Commissione Europea, con la Decisione di Esecuzione 300 (UE) del 19 febbraio 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea 21 febbraio 2019, ha istituito un piano generale per la gestione delle crisi riguardanti la sicurezza degli alimenti e dei mangimi. Con questa Decisione la Commissione Europea assume un ruolo più incisivo in termini di comunicazione e di coordinamento generale degli Stati membri per evitare le crisi.

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Consumo di suolo: dati allarmanti dell’ultimo rapporto ISPRA

Nel rapporto ISPRA si chiarisce che per consumo di suolo si intende il suolo consumato a seguito di una variazione di copertura: da una copertura non artificiale a ad una artificiale. Il fenomeno appare in crescita, ma con un sensibile rallentamento nella velocità di trasformazione, a causa probabilmente della attuale congiuntura economica e, aggiunge il sottoscritto, non certo a un presunto aumento di una sensibilità verso i problemi ambientali o ai numerosi allarmi lanciati.
Oltre alle situazioni eclatanti di palese deturpazione del paesaggio o di opere realizzate senza la minima valutazione di impatto o di rispetto di una pianificazione territoriale, è evidente che il progressivo consumo di suolo significa una sua impermeabilizzazione. E’ intuitivo che, in occasione di eventi piovosi eccezionali, in conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, la massa d’acqua che trova un ambiente impermeabilizzato non ha la possibilità di drenare e quindi si gonfia formando masse idriche, arricchite dai sedimenti asportati per erosione del suolo, sempre più consistenti che nel loro moto turbolento e impetuoso causano i disastri a cui troppo spesso assistiamo. 
Ma veniamo ai numeri davvero inquietanti dell’ultimo rapporto nazionale ISPRA: il consumo di suolo nel 2018 continua a crescere in Italia e le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 51 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, circa 14 ettari al giorno. Una velocità di trasformazione in linea con quella degli ultimi anni. Infatti tra il 2016 e il 2017 le nuove coperture artificiali hanno riguardato circa 5.200 ettari di territorio, ovvero in media poco più di 14 ettari al giorno: circa 2 metri quadrati di suolo sono stati persi irreversibilmente ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo degli anni 2000 e il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo), il consumo di suolo si è consolidato negli ultimi tre anni. In sintesi, dagli anni '50 ad oggi, tale consumo è aumentato del 180% e così la superficie naturale in Italia si riduce ogni anno, aumentando gli effetti negativi sul territorio, sull'ambiente e sul paesaggio.
Questi dati, a dir poco allarmati, fanno il paio, fra l’altro, con la nuova edizione dell'Atlante mondiale della desertificazione (UE) dove si afferma che oltre il 75% delle terre emerse sono già degradate. L’Italia è perfettamente in questa media e tale degradazione è dovuta essenzialmente al non corretto uso del suolo legato, non solo, alle attività agroforestali, ma anche e soprattutto alle attività extra agricole. Pochissimi studi (Italiani, ma anche Europei) stimano il danno economico causato dalla perdita di una risorsa non rinnovabile come, appunto, il suolo, soprattutto in un’ottica di lungo termine. A questo proposito si può evidenziare come sia difficile conciliare la sostenibilità economica con quella ambientale. Infatti, le nuove tecnologie, l’uso di macchinari sempre più pesanti e potenti se da un lato hanno consentito un’accelerazione dei tempi di lavoro e un vantaggio economico dall’altro, operando su territori talvolta estremamente fragili, sia in ambienti agricoli sia forestali, hanno contribuito a compattare e degradare il suolo i cui danni però saranno ben più evidenti e valutabili nel lungo termine, fermo restando che il suolo è essenzialmente una risorsa non rinnovabile; per formare 1 centimetro di suolo occorrono dai 100 ai 1000 anni. L’erosione, ad esempio, supera mediamente di 30 volte il tasso di sostenibilità (erosione tollerabile). 

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Formaggi della Roma Imperiale

Che gli antichi romani conoscessero e amassero i formaggi è indubbio, ma quali erano i preferiti nel periodo di massimo splendore della loro cucina imperiale del I secolo? Per rispondere a questo quesito, un aiuto ci viene da Marco Valerio Marziale (38 o 41 - 104 d. C.) che ha scritto epigrammi nei quali cita anche sei formaggi. Le più importanti citazioni che Marziale fa di formaggi sono negli epigrammi di Xenia (I doni per gli ospiti

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Un novello pifferaio è alle porte? La Nutraceutica

La nutraceutica è da considerarsi una delle “millennials science” ed è apparsa semanticamente a Roma nel 1989 per crasi letterale e scientifica tra i termini consolidati di nutrizione e di farmaceutica. Lo sviluppo degli ultimi anni della nutraceutica rappresenta sempre di più una nuova visione che si è creata del rapporto fra il cibo e la salute.

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Una vera svolta verde

La lettura di alcuni articoli, mi ha offerto lo spunto di scrivere questa riflessione su come l'ambiente urbano può essere modificato in modo che le città possano non solo essere sostenibili, ma anche diventare ambienti ricchi dal punto di vista ecologico a beneficio dei cittadini e al servizio della natura. Affinché questo possa accadere, dobbiamo attuare cambiamenti radicali nel modo in cui pensiamo ai bisogni vitali della nostra civiltà. Molti di questi cambiamenti possono essere messi in atto da subito e potrebbero essere notevolmente integrati e sviluppati in una società come l’attuale e alcuni di questi concetti e idee possono davvero costituire la base di una rivoluzione “anarchica”, intendendo con questo aggettivo una rivoluzione che rifugga da regole imposte e da dogmi pre-concettuali.
Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione? È indubbio che il “fenomeno Greta Thunberg” abbia avuto il merito di scuotere le coscienze di molti e di farci almeno riflettere sulla sostenibilità delle nostre azioni. E anche di farci capire che il modello di sviluppo urbano degli anni ’60-’70 ha prodotto delle “giungle di cemento e asfalto”, cioè città o aree urbane certamente più moderne, piene di grandi edifici, ma che sono soprattutto diventate dei luoghi duramente competitivi, inospitali o pericolosi. In pratica dei deserti ecologici e sociali che traggono la vita dai loro dintorni.
Sono, nel loro stato attuale, assolutamente inefficienti e dipendenti da ciò che le circonda. Sono abominazioni che fungono da macchine giganti che centralizzano la ricchezza e le risorse verso pochi soggetti con un meccanismo perverso che limita le possibilità di migliorare la situazione sociale, economica e il benessere psico-fisico alla maggioranza delle persone
Tuttavia, la civiltà moderna, con le città al suo apice, non è qualcosa che la maggior parte delle persone sarebbe disposta a eliminare, quindi spetta a noi ripensare il modo in cui esse dovranno essere concepite, realizzate e gestite nel futuro in modo da garantire un giusto accesso alle risorse, un’equità sociale e un diffuso benessere.

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Dazi multilaterali o unilaterali: si scherza sempre col fuoco

Ritorna l’attenzione sui dazi, ma questa volta il motivo non è il grande scontro fra US e Cina, ma la produzione agricola e alimentare italiana. Due casi molto diversi.  In questi giorni e, presumibilmente, anche nelle prossime settimane, grande spazio sulla stampa e i mezzi di informazione per la decisione della Wto di consentire agli US l’applicazione di dazi per un ammontare di 7,5 miliardi di $ a prodotti provenienti dall’Ue e importati negli US e che colpirebbero anche l’agroalimentare italiano. La vicenda nasce da un contenzioso aperto nel 2004 dagli US per aiuti pubblici ritenuti indebitamente concessi dall’Ue ad Airbus che avrebbero danneggiato Boeing. La decisione finale della Wto è favorevole agli US che hanno comunicato la lista dei prodotti da sottoporre alla ritorsione e le tariffe applicate. Un’analoga procedura era stata aperta dall’Ue per aiuti concessi a Boeing e ritenuti pregiudizievoli per Airbus.  La sentenza è attesa nei prossimi mesi.  Ciò rende probabile un ritardo nell’applicazione dei dazi americani e la possibile apertura di una trattativa fra le parti nel caso di una sentenza in senso inverso a quella attuale.
Altro caso è invece l’applicazione di dazi da parte degli US con decisioni unilaterali ad esempio per 300 miliardi di $ da settembre verso la Cina, che ha avviato una procedura alla Wto per avere il diritto di imporre misure compensatorie. Il comportamento US si è ripetuto al di fuori delle regole Wto, mentre la ritorsione cinese si richiama alle procedure previste dagli accordi internazionali vigenti come nel caso US/UE.
L’ uso dei dazi è completamente diverso e introduce nuovi motivi di riflessione oltre a quelli proposti in questa sede in un precedente contributo poche settimane fa. Si rileva una duplice e contrastante interpretazione della loro applicazione in particolare da parte degli US. Nel caso attuale tutto avviene in conformità agli accordi multilaterali vigenti, in quelli degli scorsi mesi, invece, secondo modalità improprie, unilaterali e “aggressive”. La differenza fra le contese multilaterali e quelle bilaterali trova così una chiara rappresentazione, tuttavia il fatto che gli US non abbiano abbandonato il modello multilaterale è importante per il riconoscimento che ciò implica anche nel contenzioso relativo alle recenti mosse degli stessi US.
Per l’Italia che da spettatrice diventa partecipe della contesa è un fatto negativo che colpisce un settore chiave delle nostre esportazioni. Nel calore del momento sono state effettuate numerose stime spesso affrettate e contrastanti. Nomisma quantifica un possibile impatto di 482 milioni di dollari sui nostri prodotti, un importo che in questo ambito colpirebbe il 9% delle nostre esportazioni e pari a meno di quelle francesi o inglesi.

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La Mosca bianca dei ficus, Singhiella simplex, nuovamente alla ribalta

L’Aleirode di origine asiatica, Singhiella simplex, nel 2014, ha provocato defogliazioni dei Ficus a Cipro. Nel 2016, è stato anche segnalato nella costa meridionale della regione di Antalya, in Turchia e, un anno dopo, in Francia, su piante di Ficus coltivate in una serra vicino a Parigi. Diffuso nel sud-est asiatico, è stato accidentalmente introdotto nel continente americano all'inizio del presente secolo, evidenziando un comportamento invasivo. Pertanto, nel 2014, è stato aggiunto all'elenco di avvisi EPPO nella lista di allerta, ma non essendo state richieste dai Paesi membri particolari azioni internazionali, nel corso del triennio successivo, è stato depennato dalla suddetta lista nel 2018. 

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La buona maturazione delle carni

Cibo fresco, appena colto, attenzione alla data di scadenza imposta o consigliata sono imperativi giustificati per molti alimenti ma che non devono far dimenticare che per altri fondamentali cibi una giusta maturazione determina la loro qualità gastronomica e, come stanno dimostrando recenti ricerche, anche l’acquisizione di rilevanti proprietà salutistiche. L’età anche in alimentazione porta vantaggi e il tempo è fondamentale per conferire ai cibi le migliori caratteristiche. Conoscere e governare l’effetto del tempo e delle condizioni ambientali nelle quali avvengono le trasformazioni degli alimenti è una delle materie di studio oggi più interessanti in ogni fase della loro produzione, dalla raccolta al consumo.

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Il contributo delle attività zootecniche al riscaldamento globale

Con il termine “riscaldamento globale” si intende l’innalzamento della temperatura media della superficie del nostro pianeta, registrato negli ultimi decenni, secondo molti dovuto a cause non naturali. Con questa definizione si dà interamente all’uomo la colpa e la responsabilità di quanto sta succedendo. Non tutti gli “addetti ai lavori” sono d’accordo sul fatto che l’uomo sia l’unico responsabile del disastro. Comunque sia, agli effetti pratici, di chiunque sia la colpa, il pianeta che ci ospita sta diventando sempre più inospitale per noi, soprattutto a causa della sempre maggiore difficoltà di produrre e disporre degli alimenti necessari alla sopravvivenza di una popolazione mondiale che sta rapidamente marciando verso i dieci miliardi di individui, in modo drammaticamente accentuato nelle zone aride.
Per quanto riguarda le cause del riscaldamento, c’è un sostanziale accordo fra gli scienziati che indicano nell’aumento della concentrazione nell’atmosfera dei cosiddetti “gas serra” (anidride carbonica, metano, ossidi di azoto) e nella deforestazione, le cause principali. 
Anche se le attività legate alla zootecnia, specie se intensiva, contribuiscono solo in minima parte alla produzione dei gas serra, esse sono spesso additate come attività da contrastare, specialmente da parte dei ben pensanti che vorrebbero far regredire l’evoluzione della nostra specie da specie omnivora a erbivora.
L’attività zootecnica sta risentendo pesantemente degli effetti del riscaldamento globale, sia per le maggiori difficoltà di produzione degli alimenti destinati agli allevamenti, sia per l’effetto negativo dello “stress termico” dei nostri animali.
A questo punto ci domandiamo: cosa possiamo fare per limitare il contributo negativo della zootecnia al problema del global warming? Anche se altri settori quali l’industria, per il 26%, o la produzione di energia elettrica, per il 38%, contribuiscono in maniera decisamente più pesante rispetto a tutte la attività agricole, che incidono per il 18% circa.
I gas serra, considerati i maggiori responsabili del fenomeno del riscaldamento globale sono l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4) e i gas azotati, il principale dei quali è il protossido di azoto (N2O). Dalla parte dell’industria zootecnica, se si adottano strategie finalizzate alla riduzione dei gas serra, si contribuisce, per quanto possibile, a limitare i danni.

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Api, una battaglia continua

Quasi quotidianamente la stampa propone articoli sulle api e sulle minacce che questi preziosi insetti subiscono da un uso sconsiderato di pesticidi o dai drammatici cambiamenti climatici in corso. L’allarme è più che legittimo, ma tralascia altri aspetti non meno preoccupanti e meno noti legati a nuovi parassiti e predatori che grazie alla globalizzazione affliggono ulteriormente il lavoro degli apicoltori. Nell’ultimo anno tuttavia si è insinuato nel mondo apistico un nuovo elemento di disturbo di cui certo non si sentiva la mancanza. Niente di biologico o di materiale, piuttosto una frattura intellettuale o culturale, qualcosa cioè di immateriale, ma non per questo meno pericolosa. Si sono infatti diffuse idee e proposizioni minimamente supportate da basi scientifiche, ma piuttosto romantiche ed emozionali, riproponenti una sorta di ritorno ad una improbabile Arcadia Felix. In base a queste idee, ad esempio, le api non sono animali domestici: come se gli oltre 19.000 imprenditori a partita IVA del settore che detengono circa il 79% di un patrimonio apistico nazionale stimato in circa 1.400.000 colonie, fossero dei semplici appassionati entomologi. E ancora: la selezione può fare solo danni e molto meglio sarebbe lasciare fare a madre natura perché in Italia disponiamo della celebre varietà Ligustica di Apis mellifera che tutto il mondo ci invidia. La moltiplicazione delle migliori famiglie attraverso la conosciuta pratica del traslarvo infatti indebolisce la varietà e ne minaccia la variabilità genetica, quindi il miglioramento genetico alla fine è comunque un peggioramento. Dietro questi e altri “ragionamenti” si intuisce chiaramente una visione dell’apicoltura in base alla quale le varietà di Apis mellifera emerse in Europa al termine dell’ultima era glaciale sono qualcosa di immutabile. Non importa se altrove la selezione ha prodotto ceppi migliorati che manifestano caratteristiche di resistenza alle malattie, produttività, docilità o migliore capacità di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici decisamente superiori alle nostre api di casa: noi abbiamo la fortuna di avere la Ligustica. Dobbiamo solo far sì che questa non venga inquinata da fuchi di questi ceppi estranei e lasciar fare alla selezione naturale abbandonando l’uso di pratiche zootecniche che nulla devono avere a che fare con l’apicoltura. Purtroppo, vicina questi poco giudiziosi propositi è la Legge Regionale dell’Emilia-Romagna n. 2 del 4 marzo 2019 che definisce questa Regione come un’isola riservata esclusivamente alla Ligustica.

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In memoria del Prof. Ottone Ferro

Ottone Ferro, professore emerito di polita agraria dell’Ateneo di Padova, si era laureato in Scienze Agrarie presso l’Università di Bologna nel 1962.
Sotto la guida del professor Perdisa, inizia le prime ricerche di economia dell’azienda agraria che continuò successivamente come assistente e poi come aiuto presso l’Istituto di economia agraria dell’Università di Padova con lavori che si distinsero per rigore metodologico, originalità e profondità di indagine.

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Il ritorno dei giovani all’agricoltura

L’associazione culturale “Lettera Appenninica” della Montagna Pistoiese promuove e organizza ogni estate un festival della letteratura di crinale su un tema specifico che quest’anno era “Il cibo delle terre alte”. Fra i vari eventi, uno verteva sul latte e i suoi derivati e, nella locandina, si evidenziava, a caratteri cubitali, la partecipazione della più giovane “pastora” della zona, Rachele Petrucci.
In un momento in cui si auspica il ritorno dei giovani all’agricoltura, ma l’ostacolo maggiore per questo è senza dubbio la mancanza di un reddito dignitoso.

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Microbiota e fitoestrogeni

Le diverse sensazioni e le differenti risposte che le singole persone hanno di fronte agli stessi cibi è rimasta a lungo inspiegata fino a quando non si è scoperto il ruolo degli enzimi digestivi e di fenomeni di allergia che oggi permettono di dare una spiegazione e fornire mezzi d’intervento per l’intolleranza al lattosio del latte e alla celiachia. Molti sono ancora i fenomeni oscuri delle intolleranze alimentari e soprattutto delle differenti risposte che singole persone hanno di fronte agli stessi cibi e per le quali s’inizia a vedere una spiegazione considerando il ruolo del microbiota digestivo. La microflora dell’apparato digerente, soprattutto del grosso intestino, è formata da un insieme di batteri, lieviti, virus e altri microrganismi noto come microbiota. La storia dell'influenza del microbiota gastrointestinale sul funzionamento metabolico dell'organismo inizia in medicina veterinaria negli anni cinquanta del secolo scorso, mentre recente è in medicina umana e oggi il termine microbiota si associa a quello di microbioma (la somma di informazioni genetiche microbiotiche) con circa quarantamila citazioni nelle banche dati biomediche.
La formazione del microbiota inizia durante lo sviluppo embrionale, aumenta dopo la nascita e generalmente si stabilizza tra il secondo e il terzo anno di vita. Le persone hanno composizioni microbiotiche molto differenti, e all'interno di un individuo la composizione è abbastanza stabile. Il microbiota ha una composizione che comprende batteri, protozoi e virus e svolge un ruolo chiave nel metabolizzare i composti che attraversano il tratto gastrointestinale, comprese le particelle di cibo, i farmaci e le tossine dall'ambiente esterno, così come i composti espulsi nel tratto gastrointestinale come gli acidi biliari. Il microbiota influenza la digestione, scinde i complessi saccaridi, produce acidi grassi a catena corta, supporta la disintossicazione, sintetizza varie vitamine, interviene nei meccanismi immunitari, fa parte dei sistemi di difesa contro i patogeni, regola la differenziazione delle cellule epiteliali e ha effetti indiretti sul sistema nervoso centrale, influenzando percezioni come il gusto, l'umore e il comportamento producendo anche una vasta serie di enzimi importanti nel metabolismo degli steroidi. Alcune vie metaboliche, ad esempio gli ormoni steroidei nel microbiota, sono simili o uguali a quelle dell'ospite, mentre altre sono specifiche e determinate dalla composizione microbica. Anche gli ormoni prodotti dagli esseri umani sono metabolicamente trasformati dalla microflora e possono quindi avere un'attività diversa dall'ormone originale, tanto che il microbiota intestinale è stato addirittura definito un nuovo organo endocrino. Il microbiota con la sua variabilità, fino i due terzi di questa microflora digestiva differisce tra i singoli individui, è oggi ritenuto responsabile di molte diversità nei processi metabolici, ormonali e immunologici, come stanno dimostrando le significative differenze che vi sono nel metabolismo dei fitoestrogeni presenti negli alimenti vegetali.

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Bufale o Fake News: un nemico sempre più forte per la Scienza

Parleremo sì di bufale, ma non di quegli splendidi animali che ci donano prodotti di eccellenza, sia lattiero caseari che carnei, che rappresentano il nostro settore agroalimentare nel mondo; parleremo invece delle cosiddette “bufale virtuali” meglio note come fake news. 
Attualmente, sempre più velocemente e, purtroppo, troppo spesso in modo superficiale, si diffondono notizie anti-scientifiche per fornire delle risposte a curiosità comuni a lettori distratti.
L’attuale problema che si sta verificando è alimentato dai social media dove accade spesso che la risposta preceda magicamente la domanda per cui viene generata a posteriori.
Questo terreno fertile è dove cresce la “bufala” così che la fake news creata risulta molto spesso essere inattaccabile dalla comunità scientifica. 
Curiosamente il termine “bufala” utilizzato per indicare qualcosa di falso ha diverse origini e di certo qualcuna sarà anch’essa una bufala.
C’è chi fa risalire il termine al dialetto romano dove indica la “sola” ovvero una sorta di frode, ma c’è chi invece fa riferimento al concetto di “popolo bue”, facile da guidare con l’anello al naso e quindi una “bufala” è tale perché indirizza chi legge in modo passivo verso un qualsiasi obiettivo sbagliato o meno che sia. 
La leggenda classica ci racconta di Prometeo che augurò a Giove di procreare Pale, una ninfa custode di un segreto tale da essere temuto anche dallo stesso Giove. Pertanto, spinto dalla paura, Giove spedì Pale nella Campania Felix a governare le bufale, imparando così l’arte del formaggio e il segreto della mozzarella. Tale segreto portò Giove a condannare Pale alla solitudine impedendole per sempre di incontrare persino Tusciano, il suo amore terreno. 
Chiediamoci come accorgerci che stiamo leggendo una bufala.
Di solito le fakes si basano su concetti semplici, comprensibili e che non consentono a chi legge di replicare in nessun modo e lasciano del tutto basiti i lettori indicando senza alcun dubbio il colpevole che coincide talvolta con multinazionali o dei gruppi internazionali. 

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Problemi di potatura e abbattimento arboreo in ambiente urbano

Sempre più sovente dobbiamo assistere a conflittualità fra pubbliche amministrazioni e cittadini (talvolta organizzati in comitati spontanei) sulla materia degli abbattimenti arborei nei parchi, giardini e pubbliche vie. Né sempre il programma di sostituzione e reintegrazione arborea indicato dal pubblico amministratore convince e soddisfa il cittadino. 

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Strategie produttive nell’oliveto tradizionale

In passato, la gestione della fertilità da parte dei contadini era una variabile fondamentale per la produzione agraria, svolgendo quindi un ruolo chiave imprescindibile nell’agricoltura preindustriale. La dipendenza dal letame (risorsa non sempre disponibile) o da altre forme di fertilizzazione (p.es. interramento materia organica) potevano essere una reale limitazione, soprattutto in contesti di forte competizione per l’approvvigionamento della materia organica o di carenza di manodopera. 
Paradigmatico il caso dell’oliveto del Salento pugliese, dove i livelli produttivi sono stati sorprendentemente alti fino alla fine del XIX° secolo, proprio quando l’agricoltura era di tipo biologica, ossia senza l’ausilio di fertilizzanti chimici di sintesi, all’epoca sconosciuti

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Carlo, Magno anche a tavola

Carlo Magno cosa mangiava? E monaco Alcuino di York che regole alimentari gli dava? Queste domande sono pertinenti dopo aver visto le storie romanzate dei film e della televisione che ci propongono un medioevo carnivoro con personaggi come Carlo Magno, Adelchi ed altri grandi mangiatori di carni. Quale la realtà? Domanda alla quali per Carlo Magno possiamo rispondere, perché il biografo Eginardo nella sua Vita Karoli e lo storico Alcuino nel suo De virtutibus et vitiis liber ci hanno lasciato molte e precise indicazioni.
Carlo Magno, a modo suo, da Eginardo è presentato come un moderato, perché quanto a tavola si fa servire soltanto quattro portate, oltre alla carne arrostita, suo cibo preferito. Anche da vecchio Carlo Magno rimane affezionato all'arrosto e non si adatta al lesso consigliato dai medici. Una dote, quella di essere un forte mangiatore di carne, che Carlo riconosce anche ad Adelchi, figlio dello sconfitto Desiderio, quando a Pavia s’introduce in incognito alla mensa del vincitore e si fa notare quale poderoso mangiatore di carni e soprattutto di midollo del-le ossa di cervi, orsi e bufali. Mangiando come un leone che divora la preda Adelchi si qualifica come un fortissimo soldato e con la sua virilità alimentare conquista Carlo Magno.
Per un nobile medievale rinunciare alla carne è motivo di profonda umiliazione, anzi la maggiore delle punizioni imposta dal potere ci-vile e poi imitata da quello ecclesiastico. Astenersi dalla carne, volontariamente o per imposizione, è una grande, se non la massima penitenza. Il mangiar carne non è quindi soltanto una libertà, ma anche un dovere, tanto che il saggio Alcuino deve precisare che il vizio della gola è il peccato di chi si fa preparare cibi più raffinati di quanto richiesto dalle necessità del corpo o dalla qualità della sua persona. L'alimentazione - scrive Jaques Le Goff - è la prima occasione per gli strati dominanti della società di manifestare la loro superiorità ed il lusso alimentare assieme all'ostentazione del cibo esprimono un comportamento di classe, quindi una sorta di dovere sociale.

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Governo italiano e Commissione Ue, notizie buone e cattive

C’è in giro un pericoloso trionfalismo dopo il varo del governo Conte bis e la nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo agli Affari economici. L’Italia che torna a farsi valere in Europa, ritrovato protagonismo, ecc.
Su questo nuovo governo Conte bis in generale valuteremo cammin facendo, il bello viene adesso con la manovra economica per il 2020. Ci limitiamo ad osservare che il programma – evidentemente raffazzonato in pochi giorni – contiene tutto e il contrario di tutto e anche per l’agricoltura (al punto 29, l’ultimo) si tratta di un insieme di buoni propositi e nulla più.
Più incisive e pragmatiche le prime dichiarazioni del neoministro per l’Agricoltura, Teresa Bellanova, che intende lavorare su temi quali l’export, la lotta a dazi e barriere, la difesa del made in Italy e dell’agricoltura mediterranea in Europa, il contrasto alle emergenze come xylella e cimice asiatica, oltre che naturalmente la lotta al caporalato, l’impegno di una vita della Bellanova, ex sindacalista. Certo il comparto ha bisogno anche di interventi ‘macro’: riduzione del cuneo fiscale, rilancio degli investimenti per le infrastrutture, incentivi per la diffusione di tecnologie innovative, costo del trasporto, dell’energia…tutti interventi che dipendono solo in parte dalla Bellanova ma dall’azione complessiva del governo (e dalle risorse che avrà a disposizione). Però il piglio è quello giusto, anche nel richiamo al lavoro a stretto contatto con le imprese. E sull’export ha già parlato chiaro schierandosi a favore del Ceta, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada attualmente in vigore ma che il governo italiano non ha ancora ratificato.  Ratifica osteggiata da tutto il neoprotezionismo di casa nostra, dalla Coldiretti ai 5 Stelle, e che potrebbe trovare una sponda nel neoministro degli Esteri Luigi di Maio che non a caso ha già chiesto per sé la delega al Commercio estero. Come mettere Dracula alla presidenza dell’Avis. Come si possa conciliare la necessità di esportare di più (da tutti conclamata) con la continua guerriglia ai trattati di libero scambio, è materia da lettino dello psicanalista.
Sul caporalato bisogna trovare una linea che non sia vessatoria per le imprese , che snellisca  e agevoli il reclutamento della manodopera, che non scarichi costi impropri sulle aziende, che riduca gli oneri burocratici a loro carico, che stabilisca nuove norme sul lavoro stagionale, che chiami in causa le politiche di certe catene della Gdo che tra corsa al ribasso dei prezzi, aste al doppio ribasso, promozioni stracciate costruiscono le premesse per lo sfruttamento del lavoro nero nelle campagne. La lotta al caporalato deve uscire dl limbo del moralismo e delle buone intenzioni per entrare sul terreno delle best practices, delle azioni concrete da concordare con le imprese.   

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