Notiziario















La Sfinge,"Sphinx pinastri", nelle pinete etnee

Lungo le pendici etnee, la Processionaria dei pini, è costantemente presente, e va incontro a periodiche pullulazioni che causano estese defogliazioni, condizionando la densità di popolazione degli altri lepidotteri defogliatori dei pini. Le specie, di tale categoria ecologico-funzionale, riscontrate nelle pinete etnee, nel corso di indagini condotte nell’ultimo quarantennio, sono: Dendrolimus pini, Panolis flammea e Sphinx pinastri.

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“Acetaria”, i sottaceti degli antichi Romani

Molto si è studiato e scritto sull’origine e il progresso delle tecniche di conservazione degli alimenti nel passato, ma non mancano le sorprese peraltro ricche d’interesse per attuali, possibili applicazioni. Di indubbia importanza è quanto emerge dalla nuova interpretazione che il filologo Enrico Carnevale Schianca dà al termine latino acetaria e che porta considerare meglio la conservazione degli ortaggi da parte degli antichi romani.

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Antibiotici banditi in alimentazione animale e salute dell’intestino

Se facessimo un sondaggio fra la gente chiedendo: “secondo lei, qual è l’organo più importante nell’organismo degli animali superiori?” Sicuramente, al primo posto figurerebbe il cuore, ma anche il cervello sarebbe fra i primi in graduatoria e, altrettanto sicuramente, l’intestino sarebbe relegato in fondo alla classifica. Siamo influenzati nel giudizio pensando a che tipo di lavoro “sporco” fa l’intestino e, anche, pensando al fatto che è “infestato” da miliardi di microrganismi.
Il relativamente nuovo problema sollevato dalla massiccia presenza di batteri divenuti resistenti agli antibiotici e la messa al bando degli antibiotici stessi in alimentazione animale, hanno avuto come conseguenza il fatto che la salute della micropopolazione intestinale non fosse più facilmente controllabile, con conseguenze disastrose sull’efficienza delle produzioni animali. Da qui il rinnovato interesse dei nutrizionisti verso lo studio delle funzioni dell’intestino e la ricerca di prebiotici e probiotici alternativi ai vecchi antibiotici.
Allo scopo di mettere a fuoco l’argomento, vediamo di fare il punto sulle nostre conoscenze attuali al riguardo.
Molteplici sono le funzioni che l’organo intestino svolge: oltre ad essere il sito più importante per la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, esso è anche il maggiore organo endocrino del corpo. Lo strato epiteliale che riveste la parete interna del tubo intestinale è composto da cellule di diversi tipi, fra le quali gli enterociti, con funzioni di assorbimento, di difesa dell’integrità della parete e di secrezione di proteine a spiccata attività antimicrobica. Alla base dei villi sono presenti altre cellule, le cellule del Paneth, le quali, oltre a secernere altre sostanze antimicrobiche, esercitano anche un importante ruolo nel meccanismo delle difese immunitarie. Oltre a tutto questo, l’ambiente intestinale ospita una cospicua varietà di microrganismi, conosciuta come microbiota, fondamentale nel controllo dei patogeni, delle funzioni immunitarie e della produzione di nutrienti indispensabili, fra i quali molte vitamine del complesso B.
Il microbiota intestinale influenza in maniera determinante le condizioni di salute generali dell’animale. Infatti, l’intestino dei neonati viene colonizzato immediatamente dopo la nascita ed i microorganismi inoculati esplicano una azione di “educazione” nei riguardi del sistema immunitario e di moderazione della reazione agli antigeni. Contemporaneamente, il microbiota produce nutrienti, fra i quali alcune vitamine, aminoacidi ed acidi grassi a corta catena, oltre a contribuire alla digestione ed all’assorbimento alimentari.

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La battaglia dei prezzi infuria, ecco perché la perdono sempre i produttori

Fragole italiane, la Spagna ha rovinato (o sta rovinando) tutto, anche sul fronte export. Kiwi italiano (Hayward), la Grecia sta rovinando tutto. Clementine italiane, la Spagna ha già rovinato tutto. Le pere italiane, chi le ha rovinate?   Mah … i prezzi comunque non sono remunerativi. E altre campane a morto suonano dalla Puglia per l’uva da tavola e le verdure invernali. In questi giorni si susseguono impietosi bollettini di crisi che segnalano l’annata “no” per prodotti che sono il vanto della nostra produzione, cavalli di battaglia anche per il nostro export.   
Mi si consenta una digressione personale. Ieri sono andato a fare un po’ di spesa al mio mercatino rionale a Bologna, nulla di lussuoso, nessuna boutique dell’ortofrutta, solo tanti banchi (senza celle frigo) gestiti a livello familiare che propongono qualità discreta, medio-buona, (nessun pachistano per intenderci con i cartellini a 0,99 al chilo). Ebbene ho comprato 2 kg di Tarocco (calibro piccolo), un mazzo di asparagi, un po’ di insalata, 3 cipollotti Tropea, 1 mazzetto di ravanelli, ho speso quasi 18 euro. Voglio dire: l’ortofrutta al dettaglio costa, gli stessi prezzi del mio mercatino li si può trovare sui banchi di qualche store di medie dimensioni (Coop, Eurospar, Conad) nelle vicinanze. I tempi dei cartellini sotto i due euro sono lontani, ormai sono stabilmente tra i 2-2,5 e i 3 euro/kg. Se poi andiamo su prodotti particolari (kiwi giallo, esotico, biologico, primizie di stagione) o su IV e V gamma i prezzi salgono ancora. I consumatori, che generalmente guardano poco ai prezzi, spendono meno perché hanno meno soldi e si accorgono che lo scontrino alla fine è sempre più alto. Così i consumi calano o sono stagnanti e alla GDO manca fatturato, tranne che per le catene dei discount (dove i prezzi sono nettamente più bassi). Sintesi: il prodotto di qualità medio-buona non viene svenduto dagli intermediari (catene, dettaglianti, mercati rionali), viene solamente pagato poco ai produttori. Di qui le lamentele del mondo produttivo, un coro funebre che si ripete più o meno uguale da un anno all’altro, aggravato da tre circostanze: l’aumento della concorrenza internazionale; la domanda che si rarefà con l’aumento dei prezzi; la destagionalizzazione dei consumi e dei prodotti. C’è frutta e verdura di tutti i tipi quasi 12 mesi all’anno, con i relativi prezzi che variano in base alla provenienza e alla stagionalità. E con un elemento che confonde: i prezzi variano dal Nord al Sud in maniera importante. Quando vado in Puglia o Sicilia mi accorgo che, soprattutto al dettaglio, i cartellini (quando ci sono) indicano valori del 30/40 % in meno rispetto al Nord. 

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Il Ficus del Giardino Garibaldi di Palermo e lo Steri

Il gigantesco Ficus macrophylla subsp. columnaris del Giardino Garibaldi e lo Steri. Il monumento verde e quello di pietra, sede del Rettorato dell’Università di Palermo, convivono a piazza Marina fronteggiandosi e dialogando e sono, per ragioni diverse, due tra i più significativi ed esclusivi monumenti della città.

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Dicerie sull’impiego di insetti dannosi

Vengono attualmente indicate come  fake news quelle notizie false, un tempo note come dicerie, o chiacchere, con le quali vengono diffuse illazioni, maldicenze o pettegolezzi sul conto di qualcuno. Rientrano in tale ambito anche le notizie sul presunto impiego di alcuni insetti fitofagi, nella cosiddetta guerra entomologica.

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Inquinamento antibiotico ambientale

Una recente trasmissione televisiva ha diffusola notizia che nelle verdure e nelle carni di animali, anche di allevamenti nei quali non si usano antibiotici, vi sono batteri antibioticoresistenti. Risultati ampiamente prevedibili se non scontati perché da tempo è nota la normale diffusione dei batteri antibioticoresistenti, indipendentemente dall’uso degli antibiotici e anche quando questi non sono usati nell’uomo e negli animali. Che vi siano microrganismi che producono antibiotici e che siano antibioticoresistentiè un fenomeno antichissimo, che probabilmente risale all’inizio della vita sulla terra (Perry J., Waglechner N., Wright G. - The Prehistory of Antibiotic Resistance - Cold Spring HarbPerspectMed. – 6 Jun, 2016).  Batteri resistenti ad antibiotici β-lattamici, tetracicline e glicopeptidi presenti in campioni di trentamila anni fa del permafrost dell'alto nord canadese e risultati analoghi si hanno studiando il permafrost siberiano.
Geni di resistenza agli antibiotici (β-lattamici, fosfomicina, cloramfenicolo, aminoglicoside, macrolide, sulfamidici, chinoloni, tetraciclina e vancomicina) sono presenti nel microbioma intestinale di una mummia andina precolombiana di Cuzco, in Perù (980 - 1170 d. C.) e nelmicrobioma orale di quattro scheletri umani adulti provenienti da un monastero medievale (circa 950 - 1200 d. C.) dimostrando che una resistenza agli antibiotici aminoglicosidici, beta-lattamici, bacitracina, batteriocine, macrolidi e altri ha un’origine antichissima. Anche quello che si ritiene il più antico batterio conservato nella National Collection of Type Cultures (NCTC) del Regno Unito, una Shigella flexnerie che nel 1915 uccise un soldato durante la prima guerra mondiale, molto prima della scoperta e dell'uso di antibiotici, risulta resistente alla penicillina e all’eritromicina.
Oggi è certo che l’antibioticoresistenza ha una storia evolutiva che inizia molto prima dell'era degli antibiotici e che la naturale produzione di antibiotici è strettamente legata all’antibioticoresistenza. L’antibioticoresistenza nasce negli stessi microrganismi che, producendo gli antibiotici usati nella competizione con altri microrganismi, producono anche i geni della resistenza per non essere danneggiati dagli antibiotici da loro stessi creati e per questo gli antibiotici e l’antibioticoresistenza sono un fenomeno naturale largamente diffuso nei terreni e in ogni ambiente. L’insieme dei microrganismi (microbioma) presenti negli uomini e animali e nei diversi ambienti, unitamente al complesso dei geni di resistenza agli antibiotici (resistoma) hanno una diversità e un’estensione che testimonia la loro lunga storia evolutiva. L’attuale aumentata diffusione della resistenza agli antibiotici è un problema che sta raggiungendo i livelli di crisi in conseguenza della pressione selettiva che con gli antibiotici l’uomo esercita sui microbiomi presenti nei diversi ambienti, animali e umani.

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La restrizione dell’uso di rame: benefici per la salute e l’ambiente o penalizzazione per l’agricoltura biologica?

Tra le ricadute maggiormente evidenti e repentine che il cambiamento climatico ha favorito, favorisce e favorirà, appare incontrovertibile l’insorgenza e lo sviluppo di fitopatologie funginee per il cui controllo è indispensabile l’impiego ripetuto e corposo di agrofarmaci. La difesa è naturalmente più difficoltosa in regime di coltivazione biologica, i cui disciplinari prevedono l’impiego di una ristretta lista di composti/sostanze “di copertura” ed i prodotti a base rameica sono i più utilizzati ed antichi, efficaci su un ampio spettro di fitopatologie e, non da ultimo, risultano maggiormente economici.Accolto il parere della Commissione Plants, Animals, Food and Feeds e dell’EFSA (“Review of the existing maximum residue levels for copper compounds according to Article 12 of the Regulation EC n. 396/2005”, March 1st 2018, doi:10 2903/efsa 2018.5212, e “Conclusion of the peer rewiev of the pesticides risk assessment of the active substance copper compunds” EFSA J. 2018,16(1),5152), la Commissione Europea ha emanato il Regolamento di Esecuzione 1981/2018 (in vigore dal 1 febbraio 2019) nel quale si “raccomanda” la riduzione dell’ apporto di rame da 6 a 4kg/ettaro/anno con lissage di 28 kg/ha complessivi, nel lasso temporale di sette anni, fatte salve deroghe a livello nazionale. La recente “raccomandazione” rappresenta un ulteriore passo verso la sostituzione del rame nel novero dei composti fitosanitari, in osservanza dell’art. 24 del regolamento CE 1107/2009. Se tuttavia tale strategia è adesa ai fondamenti propri dell’agricoltura sostenibile ed alle linee politiche inerenti, essa presenta nel contempo altrettante criticità che potranno investire particolarmente nel settore biologico le coltivazioni ad alto reddito, la viticoltura in primis, che richiedono prioritariamente trattamenti con prodotti rameici. Per contro la disposizione europea potrebbe paradossalmente permettere condizioni tutt’altro che restrittive per quelle colture erbacee che tradizionalmente sono soggette a rotazione almeno triennale (generalmente in alternanza a cereali e oleaginose) come ad esempio il pomodoro da industria e la patata, i cui trattamenti rameici potrebbero perfino eccedere la dose annua di 9 kg/ha di rame! Il criterio discriminatorio seguito dalla Commissione per addivenire alle “raccomandazioni” pare decisamente precauzionale, distante dalla oggettiva valutazione di rischio, forse più teso ad accondiscendere strategie comunitarie di armonizzazione (l’uso di rame per il controllo delle fitopatologie è già stato vietato nei Paesi Bassi ed in Scandinavia e bandito da disciplinari di produzione di organizzazioni ed enti di certificazione di Paesi del centro-nord Europa). Appare ragionevole chiedersi se l’uso del rame in agricoltura rappresenti davvero causa di detrimento per la salute e la qualità dell’ambiente o se la raccomandazione della Commissione UE non sia volta piuttosto a penalizzare la coltivazione biologica.

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‘Biodiversità’: espressione massima della interconnessione fra Scienza, Arte e Poesia

Presentare la poliedrica opera: “Il Mosaico della Felicità. Biodiversità tra Scienza, Arte e Poesia” (che a breve uscirà per i tipi della casa editrice Levante, di Bari) è una operazione ardua, direi quasi ardita e velleitaria in quanto si tratta di armonizzare due ‘culture’ ritenute erroneamente e fortemente divergenti: ‘Umanistica’ e ‘Scientifica’.

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Insetti: inconsapevoli armi biologiche

Il recente annunzio della DARPA (Agenzia del Pentagono per i progetti di ricerca scientifica avanzata), della produzione di insetti, vettori di virus infettivi,per modificare geneticamente i vegetali, nell’ambito  del progetto Insect allies, ha destato preoccupazione negli esperti, poiché tali insetti (Aleirodi, Afidi e Cicaline), sono in grado di attaccare alcune colture di un Paese nemico e di distruggerne la produzione alimentare, se utilizzati per la cosiddetta “guerra entomologica” che, nel 1972, è stata vietata dalla Convenzione sulle Armi biologiche di Ginevra, sottoscritta da 180 Paesi.

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Il teff da “pianta panizzabile” a “prodotto” sugli scaffali

Come è accertato, la globalizzazione ha messo in contatto il “mondo dei prodotti” e oggi sugli scaffali dei negozi e della grande distribuzione i prodotti del mondo ci solleticano con la loro variegata offerta. Osservare quegli scaffali è occasione spesso per porsi alcune domande o quantomeno lasciarsi trascinare dalla curiosità (almeno per chi non ha rinunciato ad essere sempre incuriosito dal nuovo). La globalizzazione può dunque essere vista anche come una opportunità!
Quei prodotti hanno una storia molto antica e nei loro paesi di origine sono serviti per secoli a sfamare e a sostenere la vita di intere popolazioni; pochi tuttavia immaginerebbero che su alcuni di essi già si scriveva, si studiava e se ne tentava la coltivazione in Toscana più di due secoli fa.
E’ il caso dell’Eragrostis tef introdotto a Firenze negli anni settanta del Settecento grazie all’esploratore e viaggiatore inglese James Bruce (1730-1794) di passaggio dalla capitale del Granducato prima di trasferirsi a Roma. Era il 1773 e i semi erano stati consegnati all’allora direttore della Zecca, Antonio Fabbrini al quale la stessa Accademia dei Georgofili, di cui era socio ordinario, sovente aveva affidato partite di semi di cui tentare la coltivazione nel suo ameno giardino detto “agli Aranci”.
Erano da poco superati gli anni drammatici che avevano visto decimata la popolazione per fame; carestie tremende che avevano avuto effetti devastanti non soltanto in Toscana, ma nell’intera Europa ed è noto quanto l’Accademia fiorentina avesse operato e operasse sia per difendere il grano dalle malattie, sia per trovare succedanei atti a nutrire la popolazione in assenza di frumento. I Georgofili accolsero pertanto con grande favore la corposa Memoria avente ad oggetto il teff presentata da Attilio Zuccagni nel corso dell’Adunanza del 7 settembre 1774: “fu dato luogo a leggere per il primo al sig. dott. Attilio Zuccagni, il quale lesse una molto ben ragionata e istorica memoria sopra una pianta coltivata in Abissinia ed ivi nominata Tef, del seme della quale fanno quei popoli del pane”. Zuccagni che a sua volta aveva dato avvio, grazie ad alcuni semi datigli dal Fabbrini, alla coltivazione del teff nel Giardino annesso al Gabinetto di storia naturale di cui era direttore, ottenne plauso unanime da parte degli accademici e seduta stante, non soltanto fu decretata la stampa della Memoria, ma fu anche acclamato socio ordinario: “e tanto essa piacque a quegli accademici, che trovandosi un posto vacante di Accademico ordinario per la morte del fu sig. Stefano Forzoni Accolti, lo conferirono ad esso a pieni voti”.

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Perché gli alberi creano innesti radicali naturali intraspecifici?

Con il termine “innesto radicale” s’intende l’instaurarsi di connessioni tra due (o più) strutture ipogee che comportano l’unione di cambio, floema, xilema e la conseguente formazione, almeno parziale, di continuità vascolare. In questo modo, gli apparati radicali di alberi appartenenti alla stessa specie (“innesti intraspecifici”) o, assai meno frequentemente, a specie/generi differenti (“innesti interspecifici”) risultano maggiormente espansi e performanti, garantendo così,una serie di vantaggi e benefici reciproci. Sono altresì noti casi di “autoinnesto”, tra radici del medesimo individuo.

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Yogurt antico e sempre nuovo

Lo yogurt è parte della dieta umana da diversi millenni e nasce in paesi a clima caldo nei quali l’acidità è un mezzo di mantenimento del latte per un limitato periodo di tempo, mentre per una conservazione prolungata il latte è trasformato in formaggio. Fin dall’antichità allo yogurt sono attribuite proprietà salutistiche e nel 1909 il premio Nobel russo Yllia Metchnikoff suggerisce che i lattobacilli nello yogurt sono una delle cause della longevità della popolazione contadina bulgara.

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Gli insetti in alimentazione animale

La ricerca di nuove fonti alimentari proteiche sostenibili sta attirando sempre più attenzione, soprattutto a causa dell’impatto sull’ambiente della coltura della soia e dell’utilizzazione delle farine di pesce. Negli ultimi tempi l’interesse dei nutrizionisti si è particolarmente diretto verso le farine di insetti come ingredienti più sostenibili in alimentazione.
Un team di ricercatori olandesi, tedeschi e svizzeri si sta interessando alla trasformazione industriale di colonie di Hermetiaillucens, un insetto comunemente conosciuto come Black Soldier, in prodotti intermedi per la mangimistica animale e l’alimentazione umana.
In Italia il gruppo di ricerca che fa capo al prof. Schiavone dell’università di Torino ha pubblicato l’anno scorso due lavori sulla utilizzazione alimentare della farina delle larve di Hermetia (FOTO) nella dieta per polli da carne. Il primo di questi lavori (Dabbou et al., 2018) riguarda l’impiego della farina parzialmente sgrassata come ingrediente proteico al posto della farina di soia, a livelli crescenti: 0,5%, 10% e 15%. I risultati hanno chiaramente dimostrato che il livello più alto di inclusione ha avuto degli effetti significativamente positivi sulle performance di crescita, specie nei periodi “starter” e “grower”. Non sono stati riscontrati effetti di alcun genere sui parametri ematici, con l’eccezione dell’aumento della concentrazione di fosforo. Ma l’altezza dei villi e la profondità delle cripte intestinali hanno risposto negativamente al livello più alto della farina d’insetti. Il secondo lavoro (Schiavone et al., 2018) riguarda invece l’impiego del grasso di larve di Hermetia come ingrediente energetico, sempre nella dieta di polli da carne, al posto dell’olio di soia. I tassi di sostituzione sono stati del 50% e del 100% dell’olio di soia. In questo caso non sono state registrate differenze significative nei parametri di accrescimento e conversione alimentare, ma sono state riscontrate alcune trascurabili alterazioni istopatologiche alla milza, timo, borsa di Fabrizio e fegato. La conclusione dei ricercatori torinesi è stata così sintetizzata: “l’impiegodi larve di Hermetia non ha effetti negativi sui parametri di accrescimento, ma non favorisce la salute intestinale”.

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Alberi e smartphones

Un paio di giorni fa mi è capitato di vedere il film “Il professore e il pazzo”, uscito da pochi giorni in Italia. Il film prende origine da una storia vera riguardante l’amicizia tra un uomo enciclopedico e autodidatta (Murray), e il dottor Minor, un internato in un manicomio criminale, che lo aiuta a trovare l’origine delle parole della lingua utilizzata all’epoca in tutto l’impero britannico. L’impresa sappiamo che finì addirittura dopo la morte dei due studiosi. Un’opera mastodontica che è tuttora riferimento per la lingua inglese e l’origine delle sue parole.
L’uomo è da sempre stato spinto dalla curiosità, caratteristica che è, comunque, presente in molte specie animali. Secondo la più classica delle definizioni la curiosità è un istinto che nasce dal desiderio di sapere qualcosa. Ha aspetti emozionali che riguardando l’esplorazione, l’investigazione e l’apprendimento. Considerato un comportamento positivo sia nella scienza che nell’intelligenza, guida alla scoperta di nuove informazioni, il carburante della scienza e delle discipline dello studio dell’uomo.
Ecco, io sarei curioso di sapere qual è l’origine della notizia che circola riguardo a certe amministrazioni, ma anche privati cittadini, che capitozzano (ossia potano in modo da mutilarli per sempre e riducendo i benefici ambientali da loro forniti) o addirittura tagliano gli alberi, perché questi interferirebbero (come tutti i corpi che si frappongono alle onde elettromagnetiche, peraltro) con il segnale trasmesso dalla rete 5G.
Non dico che non sia vero, seppur abbia molti, molti dubbi al riguardo (ma non ho conoscenze tali da poter affermare il contrario). Ma pensiamo veramente che gli alberi vengano capitozzati o tagliati per questo motivo? Cioè per una cosa che ancora non c’è, che forse arriverà nel 2020, e della quale si sa ben poco (ripeto, io per esempio non ne so nulla, perché non sono esperto in onde elettromagnetiche).
Forse attribuiamo ai capitozzatori e a coloro che li sostengono un livello di conoscenza dell’ingegneria elettronica e di coscienza ambientale che non credo abbiano. Così come capita che sempre al 5G venga attribuito il motivo dell’abbattimento di alberi che vengono poi quasi sempre ripiantati.

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