Notiziario

Fondo NextGenerationEU: 8 miliardi di euro in più per lo sviluppo rurale nel 2021-2022

Lo scorso 10 novembre, il Parlamento europeo e il Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo politico sul prossimo quadro finanziario dell’UE per il periodo 2021-2027 (il bilancio dell’Unione) e sul fondo speciale per rispondere alla crisi economica dovuta alla pandemia del  Covid-19.  L’accordo  politico  sui  testi  giuridici  è  stato  raggiunto,  ma  tutto  questo pacchetto  legislativo  e  le  risorse finanziarie,  dipendono  dall’approvazione finale  del Parlamento  europeo  e  del  Consiglio  europeo.  Quello  che  poteva  sembrare  un  passaggio istituzionale pro-forma, rischia invece un blocco a causa del veto di Polonia e Ungheria che rifiutano che i fondi UE siano condizionati dal rispettoo dello Stato di diritto. Sono   in corso negoziati per superare questo impasse procedurale che mette a repentaglio una vera occasione di rilancio dell’UE e di ripresa post-crisi Covid-19

In cosa consiste questo accordo
Il fondo denominato NextGenerationEU è uno strumento dotato di 750 miliardi di euro, tra prestiti e sovvenzioni, destinato a stimolare la ripresa e a riparare i danni economici e sociali causati  dalla  pandemia.  Il  suo  fulcro  è  costituito  da  672,5  miliardi  di  euro  in  prestiti e sovvenzioni disponibili per sostenere le riforme e gli investimen: intrapresi dai Paesi dell'UE. NextGenerationEU opererà inoltre apportando fondi aggiuntivi ad altri programmi o fondi europei come Horizon 2020, InvestEU, Just Transition Fund (JTF) ed il Fondo per lo sviluppo rurale (FEASR).

Per  l’agricoltura  NextGenerationEU  prevede  di  destinare  globalmente  per  le  misure  di sviluppo  rurale  un  supplemento  di  8,07  miliardi  di  euro.  Il  Parlamento  europeo  e  la Presidenza  tedesca  hanno    modificato  l’iniziale  proposta  della  Commissione,  innanzitutto anticipando la disponibilità delle risorse già al 2021, vista l’urgenza di contrastare la crisi, e poi aggiungendo dei criteri di condizionalità  per spendere questi fondi supplementari.
Si prevede che circa il 30% degli 8,07 miliardi di euro di aiuti saranno disponibili già nel 2021, e il restante 70% lo sarà nel 2022. Per una ripresa economica  solida e con un respiro di lungo periodo, è stato previsto nei testi di  regolamento  che  almeno  il  55%  di  queste  risorse  sia  destinato  ad  investimenti di sostenibilità  e  di  digitalizzazione  delle  aziende  agricole.  Più  specificatamente  saranno privilegiati quegli investimenti che mireranno all’ottimizzazione degli input per un’agricoltura  intelligente  e  di  precisione,  che  favoriranno  la  digitalizzazione  e  la  modernizzazione  dei macchinari e delle attrezzature di produzione.
Inoltre, si darà risalto alle energie rinnovabili come il biometano e allo sviluppo e sostegno di filiere corte e sostenibili. Anche i giovani agricoltori potranno beneficiare di questa importante parte di risorse supplementari.

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Le api danno spettacolo in teatro

Fin dall’antichità, le api mellifere, per la loro organizzazione e laboriosità, hanno destato l’interesse di naturalisti, di sacerdoti, di politici e, soprattutto, di artisti, dei quali sono state fonte d’ispirazione per la creazione di opere d’arte figurativa, di saggistica e di poesia, nonché di opere cinematografiche e teatrali. La maggior parte delle rappresentazioni teatrali, nelle quali sono presenti le api, si rivolge a un pubblico di giovani, in grado di recepire messaggi semplici ma efficaci.
Nel testo teatrale “Il Mistero delle api scomparse”, le fate, preoccupate dell’improvvisa moria di api chiedono aiuto ai bambini di tutto il mondo i quali rivolgono l’appello agli adulti, spiegando loro che le api stanno morendo e che, senza l’impollinazione, tutta l'umanità è a rischio. Ma non venendo ascoltati, mettono in atto "lo sciopero delle caramelle", che metterà in crisi le industrie dolciarie. Per scongiurare la quale i maggiori capi di stato si riuniscono  per discutere della situazione e trovare una soluzione all'improvvisa scomparsa delle api. La decisione è presa: incentivare l'agricoltura biologica evitando i pesticidi dannosi. In breve tempo le api ritornano e con loro i colori, i germogli, le piante, i pollini.

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Quanto pesa il contributo delle attività zootecniche al riscaldamento globale?

La nota dal titolo “La risposta di Carni Sostenibili a quanto sostenuto da Greenpeace”, pubblicata sul notiziario della nostra Accademia del 4 novembre scorso, dal titolo “No, agricoltura e allevamenti non consumano un’Italia e mezza all’anno” , oltre a sollecitare l’irritazione del collega Giuseppe Pulina, mi ha indotto ad alcune considerazioni che mi permetto di fare qui di seguito.
Partiamo dai bollettini FAO del 2006 e del 2019, secondo i quali il contributo dell’agricoltura alla produzione di CO2 sarebbe del 18%. Già da questo dato consegue logicamente che l’82% proviene da altre fonti.

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Anche l’Italia ha bisogno di una visione a lungo termine per le aree rurali

La scorsa estate, la Commissione europea ha lanciato l’iniziativa sullo sviluppo a lungo termine delle aree rurali che, perlomeno in Italia, non risulta aver suscitato il dibattito che merita. L’idea di rilanciare il territorio rurale è stata formulata autorevolmente dalla Presidente Von der Leyen, la quale, nel suo documento strategico intitolato “Orientamenti politici per la prossima Commissione Europea 2019-2024”, si è così espressa: “Le zone rurali sono il tessuto della nostra società e il cuore pulsante della nostra economia. La varietà di paesaggi, cultura e patrimonio è uno dei principali e più notevoli tratti distintivi dell’Europa. Queste regioni sono una parte fondamentale della nostra identità e del nostro potenziale economico. Avremo a cuore le zone rurali, le tuteleremo e investiremo nel loro futuro”.
La Presidente è stata di parola ed ha avviato un percorso che è iniziato il 22 luglio scorso con la pubblicazione di una Roadmap, con la quale è stata fornita una informativa della iniziativa e dei fondamentali passaggi che la compongono.
Successivamente, all’inizio di settembre, è stata avviata una consultazione pubblica a livello europeo, con la quale si è inteso richiedere ai cittadini, ai portatori di interesse, agli organismi e istituzioni interessate, di rispondere a un corposo questionario, da consegnare entro il 30 novembre 2020.
Nel contempo, sono stati programmati tre eventi pubblici dove l’argomento è stato affrontato e descritto. Sono stati inoltre organizzati dei gruppi tematici all’interno della rete europea sullo sviluppo rurale.
I prossimi appuntamenti in ordine cronologico sono una conferenza programmata per il mese di marzo 2021, nel corso della quale, si ritiene, possano essere illustrati e discussi i risultati della consultazione pubblica e la conclusione di alcuni lavori preparatori affidati a strutture interne ed esterne all’Unione europea (analisi di scenario e previsionali ed altri lavori analitici).
Infine, a coronare questa prima fase preparatoria, ci sarà la pubblicazione di una Comunicazione della Commissione europea sulla visione a lungo termine per le zone rurali, programmata per il secondo trimestre del prossimo anno.
La Comunicazione è uno strumento di fondamentale importanza nell’ambito del cosiddetto “diritto d’iniziativa” della Commissione europea. Lo si è visto di recente con il Green Deal, il Farm to Fork e la Strategia della biodiversità. Con tale documento ufficiale inizia un processo politico che sfocia in atti legislativi ed in decisioni operative destinate ad incidere sui cittadini, le imprese, le Istituzioni e le organizzazioni private. 

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Stare almeno 2 ore alla settimana nella natura migliora la salute


Questo è ciò che emerge da una ricerca pubblicata lo scorso anno su Scientific Reports. Forse sembrerà banale questa affermazione, ma la ricerca ha bisogno di prove sperimentali ripetibili e non può basarsi sulla semplice percezione personale ed è sciocco dire: “ah beh, hanno scoperto l’acqua calda” oppure “io l’ho sempre saputo”. La ricerca mira a estendere e approfondire le conoscenze in modo sistematico, svolta con intendimenti e metodi scientifici, anche quando non si applica alle “Scienze propriamente dette”. Per cui anche la “scoperta dell’acqua calda” ha una sua spiegazione scientifica: grazie alla ricerca di qualche secolo fa, sappiamo che l’acqua si scalda perché, se posta a diretto contatto con una fiamma, agitandola, esponendola ai raggi del sole oppure facendoci passare la corrente, aumenta il movimento delle molecole che la compongono che si spostano e cominciano a scorrere le une sulle altre e determinano il riscaldamento.
Un numero crescente di prove epidemiologiche indica che una maggiore esposizione o il contatto con ambienti naturali (come parchi, boschi e spiagge) è associata a un miglior stato di salute e un maggior benessere, almeno tra le popolazioni urbanizzate e ad alto reddito. Pur se la quantità e la qualità delle prove può essere variabile, vivere in aree urbane con una dotazione elevata di aree verdi è quasi sempre associato a minori probabilità di malattie cardiovascolari, obesità, diabete, ospedalizzazione per asma, disagio mentale e, in ultima analisi, mortalità tra gli adulti e minori rischi di obesità e miopia nei bambini.
Tuttavia, la quantità di spazio verde nel proprio quartiere (ad esempio, la percentuale di verde in un raggio di 1 km dalla casa), o la distanza della propria casa dallo spazio verde o dal parco più vicino accessibile pubblicamente è solo un modo per valutare il livello di esposizione alla natura. Un'alternativa è misurare la quantità di tempo che le persone effettivamente trascorrono all'aperto in ambienti naturali, a volte denominata esposizione "diretta”. Entrambi gli approcci sono potenzialmente informativi e si completano l’un l’altro.
La vicinanza della propria abitazione ad aree naturali o ad aree verdi può essere correlata a fattori di promozione della salute come il ridotto inquinamento atmosferico e acustico (sebbene le relazioni siano complesse); e può anche fornire un'esposizione "indiretta" tramite la visione di ambienti “verdi” da casa. La vicinanza residenziale è generalmente correlata positivamente anche all'esposizione "diretta"; cioè le persone nei quartieri con più spazi verdi generalmente dichiarano di visitarli più spesso rispetto alle persone per le quali questo accesso non è diretto.

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Le “palette” della sulla, da curiosità botanica a potenziale utilizzo agronomico

La sulla (Sulla coronaria) è una Fabaceae originaria del Bacino del Mediterraneo, nota per la sua ampia adattabilità a vari stress ambientali e la sua capacità di prosperare senza sintomi di clorosi  in terreni aridi e alcalini fino a pH 9,6. Una caratteristica morfologica del suo apparato radicale, unica e poco conosciuta, è la produzione di “pale o palette”, radici laterali modificate che acquisiscono una forma curva e appiattita.

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Allarme rosso per il vino. E per l’ortofrutta no?

I consumi in questo secondo atto della pandemia non stanno andando bene. Frustrazione, rabbia, sgomento, disillusione e portafogli sempre più vuoti dei consumatori fanno prevedere consumi sempre più ridotti e comunque concentrati nella fascia di primo prezzo dei prodotti.
Sarà un caso, ma in questi giorni sta esplodendo la guerra dei prezzi e delle promozioni nelle catene della Distribuzione moderna, con molte iniziative ‘sottocosto’.

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Il ritorno delle zuppe in tazza

Esaù vende la sua progenitura per una zuppa di lenticchie narra la Bibbia, di polta e cioè zuppe e non pane vivono per molti secoli gli antichi romani afferma Plinio il Vecchio, le zuppe sono il cibo dei laboratores medievali, nel Rinascimento le zuppe accolgono i nuovi cibi americani come i fagioli e le patate, Francesco I di Francia fatto prigioniero a Pavia da una contadina è rifocillato con una zuppa che diviene celebre come zuppa alla pavese e nell’Ottocento nella pasticceria italiana non manca la zuppa inglese. Infinite sono le zuppe nella cucina contadina che la donna di casa prepara raccogliendo dall’orto, dai campi e dalle boscaglie ogni tipo di verdure, quindi un piatto stagionale e a chilometro zero come la ribollita, il cui nome deriva dal fatto che le contadine toscane ne cucinano una gran quantità, soprattutto il venerdì essendo piatto magro, che poi è ribollito in padella nei giorni successivi o, come avviene in altre regioni, è trasformato in polpette vegetali fritte nello strutto.
Nel corso dei tempi, la cucina popolare inventa ogni sorta di zuppe di verdure e legumi e diverse qualità di ortaggi dando origine alle zuppe alla certosina, contadina o alla paesana, di fagioli, piselli, fave, ceci, lenticchie ecc. e nei paesi di mare non mancano zuppe con aggiunta di vongole, alla marinara o di pesce che nelle varie regioni hanno i nomi di boiabessa, brodetto, buridda, cacciucco ecc. Zuppe non mancano in altri paesi mediterranei (sopa in spagnolo, soupe in francese, suppe in tedesco) o la ratatouille francese e sono presenti nei paesi asiatici. Tutte le zuppe sono mangiate in una ciotola o in tazza usando il cucchiaio e nel passato hanno dato origine a proverbî popolari come quello che "chi vuol far l’altrui mestiere fa la zuppa nel paniere".
Nella grande famiglie delle zuppe, odiernamente si tende a distinguere i minestroni e le vellutate, il primo per un maggiore numero di verdure, le seconde sono passati di verdura dalla consistenza cremosa, inoltre le zuppe a base di verdura sono consistenti, non contengono pasta e sono anche accompagnate con fette di pane, mentre le minestre sono più liquide, hanno più brodo e comprendono anche pasta o cereali.
Le zuppe della cucina popolare tradizionale da mangiare in una tazza o ciotola sembravano scomparse ma da una decina di anni sono in forte ripresa anche per merito delle zuppe fresche diverse dal minestrone in lattina, che hanno una scadenza ravvicinata, vanno conservate in frigorifero, sono costituite da ingredienti semplici, hanno un trattamento termico e sono spesso proposte anche in versione biologica. In Italia il mercato delle zuppe fresche ha un fatturato che supera i 190 milioni di Euro con una crescita di oltre venti milioni di Euro nell’ultimo anno e queste preparazioni rappresentano più della metà dei primi piatti pronti all’interno dei punti di vendita della distribuzione moderna italiana. Questi incrementi sono dovuti una diversificata varietà di condizioni: da una parte sono particolarmente gradite dalle persone anziane e da un’altra parte la diversità di composizioni e gusti, per cui non si può dire che “è la solita zuppa”, conquista nuovi consumatori di ogni età, anche i giovani che non conoscevano le zuppe e la loro presentazione in tazze o ciotole.

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Quali sono i prodotti frutticoli di stagione?

Tra gli argomenti da discutere proposti dalla FAO, in occasione della recente Giornata mondiale dell’Alimentazione, c’era quello della scelta dei prodotti di stagione; semplice a dirsi un po’ più complesso a farsi.
L’urbanizzazione massiccia che ha caratterizzato la società italiana nel secondo dopoguerra, ha fatto sì che la grande maggioranza dei giovani di oggi non conosca la campagna come luogo di produzione agricola  e abbiano un’idea vaga e confusa di come e quando i prodotti che trovano in vendita e sulla tavola siano prodotti e raccolti nel nostro Paese anche perché la maggior parte della frutta tradizionale italiana è in vendita quasi tutto l’anno.
La realtà produttiva è enormemente cambiata negli ultimi decenni e con essa il concetto di frutta di stagione. Le ragioni di questi cambiamenti sono diverse: coltivazione in serra,  coltura protetta, coltura fuori suolo,  miglioramento genetico,  globalizzazione dei commerci.
Le fragole , quando io ero un ragazzo, erano il tipico frutto della primavera e nella mia Regione erano chiamate con il nome dialettale di “magiostri”, per indicare la loro raccolta nel mese di maggio; oggi le fragole si raccolgono 12 mesi l’anno e sono sempre presenti sui banchi di vendita. Ciò è possibile grazie alla coltivazione in serra, alla coltura protetta e alle innovazioni di tecnica colturale, così come avviene anche per il lampone e per i mirtilli.
A metà degli anni ’60 iniziarono le prime esperienze di protezione dell’uva da tavola con film di polietilene per anticipare il germogliamento e , di conseguenza, la maturazione, con grandi vantaggi economici per i migliori prezzi spuntati sui mercati. Insieme con l’anticipo, si osservò che l’uva, protetta dalla pioggia , era anche meno soggetta agli attacchi di muffa grigia e nacque l’idea di proteggere le varietà tardive, Italia in primo luogo,  per poter posticipare la raccolta senza incorrere nei gravi danni da Botrytis dovuti alle piogge autunnali. Oggi, in Italia, la quasi totalità dell’uva da tavola è  in coltura protetta ampliando il calendario di raccolta di circa 3 mesi rispetto al pieno campo.  La stessa tecnica per anticipare la raccolta fu poi applicata al pesco e all’albicocco.

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Patriottismo alimentare e il problema del prezzo giusto e remunerativo

Stiamo entrando in un mese decisivo per la lotta al virus con misure che saranno comunque  via via più stringenti e limitanti alla nostra libertà, mobilità e ai trasferimenti delle persone. Già si stanno delineando gli stili di acquisto che già abbiamo visto durante il  precedente lockdown. Stanno ripartendo alla grande gli acquisti nella Distribuzione moderna e le grandi catene si preparano alla battaglia dei prezzi. Ismea prevede, con la nuova ‘stretta’ su bar, ristoranti e alberghi, un arretramento della spesa per consumi alimentari fuori casa del 48% rispetto al 2019.

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Considerazioni e prospettive per le piantagioni da legno su terreni agricoli in Italia

La filiera dei prodotti a base di legno rappresenta una delle più rilevanti attività economiche del nostro Paese, con un fatturato annuo di oltre 40 miliardi di euro. Essa, peraltro, risulta fortemente dipendente dall’estero per l’approvvigionamento della materia prima, per oltre due terzi derivante da importazioni. Ciò è causa di numerose problematiche, quali la relativa fragilità dell’industria nazionale di trasformazione, sempre più legata dalle scelte di mercato di Paesi stranieri (wood insecurity), e il rischio di attività illegali di importazione basate su prezzi più competitivi e sulla distribuzione di materiale non gestito in termini di sostenibilità ambientale nelle zone di origine.

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Il futuro del pane: lieviti selezionati e farine speciali

In anni recenti abbiamo assistito ad un progressivo cambiamento dell’atteggiamento dei consumatori nei confronti del cibo, che viene maggiormente apprezzato quando può essere riferito a un territorio particolare e a un modo di produzione specifico o tradizionale. E il pane non fa eccezione. Abbiamo pani a denominazione di origine protetta (DOP), come il pane di Altamura in Puglia, la pagnotta del Dittaino in Sicilia, il pane Toscano, ma anche pani a indicazione geografica protetta (IGP), come il Pane casareccio di Genzano nel Lazio e il Pane di Matera in Basilicata. A livello regionale, solo in Toscana troviamo ben 12 diversi pani denominati PAT (prodotti agroalimentari tradizionali), dalla Bozza di Prato ai pani di Altopascio e di Montegemoli, al pane di patate della Garfagnana. Tali pani sono spesso prodotti utilizzando quello che viene definito “lievito madre” o “impasto acido”, in inglese "sourdough", che è rappresentato da complesse comunità di lieviti e batteri lattici che, insieme al tipo di acqua e di farina, conferiscono al prodotto caratteristiche sensoriali e nutritive uniche. I lieviti più frequentemente isolati dagli impasti acidi sono rappresentati non solo da Saccharomyces cerevisiae, il lievito utilizzato a livello globale per la produzione di pane, ma anche da specie appartenenti ad altri generi, quali Kazachstania humilis, Wickerhamomyces anomalus, Torulaspora delbrueckii, Kazachstania exigua, Pichia kudriavzevii e Candida glabrata.
Le diverse specie e i diversi ceppi all’interno di ciascuna specie di lievito possiedono varie caratteristiche metaboliche che conferiscono particolari proprietà al pane prodotto: alcuni sono capaci di sintetizzare amminoacidi essenziali e vitamine, come tiamina, vitamina E e folati, altri producono esopolisaccaridi prebiotici e composti bioattivi come polifenoli, acidi organici ed enzimi. Tale biodiversità metabolica è stata oggetto di ricerche condotte nei laboratori di Microbiologia Agraria dell’Università di Pisa, al fine di individuare i lieviti più efficienti dal punto di vista funzionale, per la produzione di pane ad alto valore salutistico. 139 lieviti, isolati da vari tipi di cibi e bevande fermentati, sono stati caratterizzati e selezionati sulla base delle loro proprietà protecnologiche, funzionali e molecolari, attraverso screening in vitro e in vivo. Una prima selezione ha permesso di individuare 39 lieviti con elevata attività antiossidante e una notevole capacità di degradare i fitati, composti antinutrizionali contenuti nelle farine, rendendo così disponibili preziosi elementi minerali come calcio, ferro, zinco e magnesio.

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Verso un’agricoltura sostenibile in Africa: nasce EWA-BELT

Nel complesso scenario dei cambiamenti climatici in atto a livello globale il progetto di ricerca EWA-BELT, finanziato dal programma Europeo Horizon 2020, raccoglie la sfida di realizzare una “cintura” africana interregionale in grado di promuovere l’intensificazione agricola sostenibile e lo scambio di buone pratiche tra diversi contesti dell'Africa orientale e occidentale.
Il progetto, promosso e coordinato dal centro interdipartimentale Nucleo di Ricerca sulla Desertificazione (NRD) dell’Università degli Studi di Sassari, vede partecipe un ampio partenariato che coinvolge diverse Università, Istituti di Ricerca, ONG e società private con sede in vari paesi europei (Italia, Regno Unito, Francia, Grecia) e africani (Etiopia, Kenya, Tanzania, Ghana, Burkina Faso, Sierra Leone).
Nei quattro anni di durata complessiva del progetto, iniziato ufficialmente il primo ottobre 2020, EWA-BELT si propone di affrontare un ampio spettro di problematiche legate alla sicurezza e qualità alimentare, come ad esempio la scarsa produttività delle colture, l’alimentazione e il benessere animale, la scarsa disponibilità di colture e varietà adatte ad ambienti di coltivazione di tipo intensivo, le perdite in pre- e post-raccolta, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali (erosione e perdita della fertilità dei suoli, pascolamento eccessivo, degrado della qualità dell'acqua, etc.), le difficoltà di collegamento tra produzione e mercato e la scarsa connessione tra ricerca e agricoltura.
EWA-BELT si prefigge, inoltre, di promuovere un approccio responsabile e pro-attivo delle comunità e delle istituzioni locali rispetto alla sostenibilità dell'uso delle risorse naturali attraverso lo sviluppo di strategie di rafforzamento delle competenze, l'adozione di un approccio partecipativo multi-attore e il consolidamento della cooperazione transfrontaliera tenendo in particolare conto delle tematiche relative alla parità di genere.
Nelle diverse aree agro-climatiche distribuite tra i paesi dell’Africa dell’Est (Etiopia, Kenya e Tanzania) e dell’Ovest (Burkina Faso, Ghana e Sierra Leone) saranno individuati 38 casi studio in cui le attività di ricerca saranno guidate da un approccio gender-sensitive di tipo partecipativo e integrato, realizzato tramite la costituzione di Farmers’ Field Research Units (FFRUs). Le FFRUs saranno concepite come uno spazio di dialogo e di interazione i fra diversi attori (agricoltori, ricercatori e altri portatori di interesse) in cui saranno promosse e realizzate, oltre alle attività di ricerca e innovazione, attività di disseminazione dei risultati e di capacity-building (workshop, visite sul campo etc.). Verrà, dunque, posta la massima attenzione all’inclusione e alla cooperazione tra partner, portatori di interesse e istituzioni locali, così da garantire piena efficacia del progetto e sostenibilità nel lungo periodo.

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No, agricoltura e allevamenti non consumano un’Italia e mezza all’anno

Non ci saremmo occupati di una analisi pubblicata su un blog senza essere passata al vaglio della comunità scientifica, se non fosse balzata alle cronache nazionali veicolato dall’ormai onnipresente Greenpeace (si veda l’articolo: https://espresso.repubblica.it/inchieste/2020/10/15/news/agricoltura-e-allevamenti-non-sono-sostenibili-ogni-anno-consumano-un-italia-e-mezza-1.354532).
Ma è bene farlo, sempre nell’ottica di contrastare una disinformazione dilagante.

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Se i mirtilli stimolano il sistema immunitario dei polli, possono difendere anche noi?

Dal 29 settembre scorso è disponibile on line un articolo pubblicato dalla rivista Poultry Science dal titolo: “Organic cranberry pomace and its ethanolic extractives as feed supplement in broiler: impacts on serum immunoglobulin titers, liver and bursal immunity”, autori Quail Das et al. dell’università di Guelph, Canada. Il lavoro è stato condotto su polli da carne ed ha riguardato le risposte del loro sistema immunitario alla somministrazione del pastazzo di mirtilli rossi e del suo estratto alcolico nel mangime a diversi livelli di concentrazione.

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A lezione di tutela ambientale, forestale e agroalimentare

Presso il Centro di Eccellenza per le Stability Police Units (CoESPU) di Vicenza, nato dopo l’accorpamento del Corpo Forestale dello Stato con l’Arma dei Carabinieri, è stata istituita una Cattedra di “Polizia per la Tutela Ambientale, Forestale e Agroalimentare”.   La nuova disciplina ha arricchito ulteriormente l’offerta formativa del Centro, che svolge attività formativa addestrativa a favore di personale di polizia, civile e militare, proveniente da ogni continente.
L’attività della Cattedra si estrinseca nella predisposizione, formulazione e somministrazione di lezioni di “consapevolezza ambientale” durante i diversi corsi che hanno luogo al CoESPU, rispettando e applicando i principi dell’andragogia. La didattica si arricchisce e si integra con una parallela e costante analisi della dottrina e dei suoi sviluppi in materia ambientale che possono poi diventare oggetto di divulgazione.
Lo studio delle politiche ambientali consente innanzitutto di capire quali indirizzi le organizzazioni internazionali considerino prioritari e strategici: si fa riferimento in primis alle Nazioni Unite che, nell’ultimo decennio, hanno saputo elevare qualitativamente in maniera esemplare la propria performance ambientale. Dalla situazione di fine millennio scorso, nella quale l’impronta ambientale della complessa macchina delle Nazioni Unite produceva un inquinamento annuo pari a quello della città di Londra, sono stati fatti consistenti passi avanti.
Nel codice di condotta dei “caschi blu” (forze internazionali di pace delle NU) è stata inserita la regola che recita: “Mostra rispetto e promuovi l’ambiente – compresa flora e fauna- del Paese che ti ospita”. Frase semplice ma ricca di significato, il “mostrare rispetto” è la traduzione del basico principio “Do no harm”, non fare danni. Il “promuovere”conferisce invece all’azione delle forze ONU una valenza di ben più ampio respiro: promuovere significa infatti rendersi protagonisti di un atteggiamento proattivo, ponendo in essere concrete azioni di tutela e salvaguardia dell’ambiente.
L’evoluzione, in seno alle Nazioni Unite e alle sue articolazioni, è assolutamente singolare e di valore: dalla priorità individuata nella mitigazione dell’impatto e nella diminuzione dell’inquinamento creato da ogni attività condotta (dal Palazzo di Vetro alle basi di Missione nelle aree più remote e fragili del globo) il concetto è stato ulteriormente elaborato: l’ambiente richiede ad ogni operatore di essere responsabile delle sue azioni e delle conseguenze derivate, coinvolgendo direttamente quindi anche la sfera personale oltre a quella professionale.

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Ripensare le città attorno agli alberi

Sono passati 25 anni da quando il futurologo George Gilder sentenziò: “…Le città sono un avanzo lasciatoci dall’era industriale”. Analizzando le potenzialità di Internet (che si stava rapidamente diffondendo, anche se era ancora limitata a una piccola percentuale della popolazione mondiale) Gilder riteneva che la Rete avrebbe annullato le distanze rendendo obsolete le città. La storia degli ultimi anni ha invece mostrato una tendenza opposta: i grandi agglomerati urbani sono cresciuti e stanno crescendo in modo talvolta incontrollabile. Di conseguenza una porzione sempre maggiore della popolazione si sta spostando nelle grandi città del pianeta. Internet non ha svuotato di senso le città, anzi le tecnologie digitali hanno invaso le strade e i quartieri arricchendoli di nuovi servizi e creando un nuovo modo di vivere i centri abitati in cui il verde dovrà essere l’attore principale e non venire relegato a ruoli da comparsa.
Occorre, quindi, agire velocemente per questo nuovo “urbanismo verde” (Green Urbanism). Negli ultimi trentacinque anni circa, è emerso un dibattito internazionale sulla teoria delle eco-città e si è sviluppato un campo di ricerca rilevante sul futuro dell’urbanistica e della città stessa che è, per definizione, interdisciplinare; richiede la collaborazione di paesaggisti, agronomi e forestali, ingegneri, urbanisti, ecologi, pianificatori dei trasporti, fisici, psicologi, sociologi, economisti e altri specialisti, sulla base della specificità dei luoghi. Alla base di questo approccio c’è lo sforzo per ridurre al minimo l’uso di energia, acqua e materiali in ogni fase del ciclo di vita della città o del distretto, massimizzandone efficienza ed efficacia, inclusa l’energia incorporata nell’estrazione e nel trasporto dei materiali, la loro fabbricazione, il loro assemblaggio negli edifici e, infine, la facilità e il valore del loro riciclaggio quando la vita di un singolo edificio è finita.
Però non abbiamo molto tempo ed è necessario bilanciare la velocità del processo decisionale (in genere lento) con la necessità di agire in tempi relativamente brevi e affrontare questioni molto difficili. Quali sono gli aspetti della società che dovrebbero essere maggiormente considerati? Cosa è giusto ed equo? Chi saranno coloro i cui interessi saranno soddisfatti prima?
In queste città del futuro la conservazione degli spazi verdi attuali e la progettazione di nuovi avranno un ruolo vitale per migliorare, ad esempio, la gestione delle precipitazioni (sempre più concentrate e caratterizzate da violenti episodi) e la qualità dell’aria. Dovranno anche aiutare a combattere l’effetto isola di calore urbana e a migliorare la salute.

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Avversità climatiche: una lotta impari per gli agricoltori

Che le produzioni agricole siano sempre state condizionate dagli andamenti climatici è noto fin da che modo è mondo ed è tanto più vero ora in virtù dei cambiamenti climatici in atto che si possono sintetizzare, in estrema sintesi, con l’alternarsi di periodi piovosi con precipitazioni che tendono a intensificarsi (violenti nubifragi) e a distribuirsi su un numero minore di giorni e di lunghi periodi di siccità.
Gli effetti più drammatici di queste anomalie climatiche finiscono per aggravare proprio la situazione di quei settori produttivi più in difficoltà come, ad esempio, l’olivicoltura che proprio in questo periodo ci si appresta alla raccolta delle olive, con un certo anticipo rispetto alla tradizione, un po' per scelta per ottenere un prodotto migliore, un po' per la naturale anticipazione della maturazione in seguito ai cambiamenti climatici, appunto.

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Chiamare carne, hamburger e salsicce prodotti di origine vegetale è circonvenzione di consumatore?

Se è vero che l’abito non fa il monaco, è altrettanto vero che se incontro per strada qualcuno vestito da monaco penso che lo sia veramente. E sono portato a crederlo anche se sulla tonaca esibisce un cartellino con su scritto in piccolo “bada che non sono un monaco”. Su questo banale principio di saggezza comune si è basata la battaglia che l’associazione europea degli allevatori ha portato in Parlamento Europeo per la corretta etichettatura dei prodotti simil-carne a base vegetale. Il 23 ottobre scorso il supremo organo collegiale dell’Unione si è espresso con voto non vincolante sulla denominazione di carne e derivati (hamburger, salami, ecc..) di prodotti di origine vegetale.  L’iniziativa è nata sulla scorta di una decisione della Corte di Giustizia Europea che nel giugno 2017, con sentenza sulla causa C-422/16, aveva rilevato che “i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come «latte», «crema di latteo panna», «burro», «formaggio» e «yogurt», che il diritto dell’Unione (Regolamento UE n. 1308/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre   2013, recante organizzazione comune  dei  mercati  dei  prodotti  agricoli) riserva ai prodotti di origine animale. Ciò vale anche nel caso in cui tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione, salvo le eccezioni  espressamente  previste”.
Gli emendamenti al Reg. 1308/2013 (https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2013:347:0671:0854:it:PDF ) sottoposti al vaglio del Consiglio erano tre: a) il 165, che prevedeva la prescrizione per cui i “nomi che rientrano nell'articolo 17 del Regolamento (UE) n. 1169/2011 e che sono attualmente utilizzati per prodotti con basi e preparazioni di carne sono riservati esclusivamente a prodotti contenenti carne, in particolare nel caso delle denominazioni bistecca, salsiccia, cotoletta,  hamburger e burger”; b) il 264, che recitava “i nomi così come i termini e denominazioni di vendita relativi a carni che vengono utilizzati per denotare carni, tagli di carne e prodotti a base di carne secondo Articolo 17 del regolamento (UE) nº 1169/2011 sono riservati esclusivamente alle parti commestibili di animali e ai prodotti contenenti carne”; c) il 275, che proponeva la sostituzione integrale dell’art. 78 del reg. 1308/2013, introducendo il dettato per cui “oltre agli standard di marketing applicabili, se del caso, le definizioni tagli e tagli di vendita di cui all'allegato VII si applicano a settori o prodotti carne bovina, carni ovine, vino, latte e prodotti lattiero-caseari destinati al consumo umano, carne di pollame,  uova, grassi da spalmare destinati consumo umano, olio d'oliva e olive da tavola, carne di maiale, carne di capra, carne di cavallo,  carne di coniglio”.
Dopo due giorni di intensa discussione, i tre emendamenti sono stati respinti con le seguenti votazioni: 165, 379 contro / 284 a favore; 264, 399 contro / 243 a favore-; 275, 524 contro/110 a favore.

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