Notiziario













Genetica agraria: carenze di dialogo tra scienza e società

La manifestazione “Prima I Geni”, tenuta presso l’ISS Mattei-Fortunato di Eboli (SA), ha rappresentato un importante momento di confronto tra i principali attori della nostra agricoltura su una tematica di grande attualità come quella del genome editing. L’evento, organizzato dalla Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA) in collaborazione con l’Accademia dei Georgofili-Sezione Sud-Ovest, si è svolto lo scorso 23 novembre in un’area fortemente vocata all’agricoltura ad alto reddito, la Piana del Sele.

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Un sacchetto di guai per la distribuzione e i consumatori

Il primo gennaio 2018 gli Italiani scoprirono che si riduceva la libertà economica e c’era una nuova tassa occulta. Era nato l’obbligo per i negozi di vendere i prodotti, in prevalenza frutta e verdura, in sacchetti ecologici a pagamento e per gli acquirenti di acquistarli negli stessi sacchetti. In quei giorni, come forse si ricorderà, vi fu un florilegio di notizie, commenti e pareri emessi da un’umanità variamente competente. Poi, con qualche mugugno, tutto rientrò nel silenzio e i consumatori iniziarono a spendere un centesimo o due in più ad ogni acquisto di ortofrutta, distinto per specie e varietà commerciale.

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La difficile via per nutrire correttamente l’umanità, salvaguardando il pianeta.

Il problema “nutrire la popolazione crescente e salvaguardare il pianeta” non è nuovo, neppure fra i miei interessi, per almeno due ragioni: la prima è che sono consapevole di come lo sviluppo integrale debba riguardare tutto l’uomo, ma anche tutti gli uomini (di ogni dove) compresi quelli del futuro; la seconda è che da zootecnico mi sono sentito “concausa della perdita di efficienza di molti alimenti, se destinati agli animali e non direttamente all’uomo”. Senza entrare in troppi dettagli, l’idea che mi sono fatto – su basi scientifiche che reputo sufficienti e di cui scrivo da anni – è che i prodotti di origine animale sono indispensabili per evitare problemi di malnutrizione (specie nei Paesi poveri), tuttavia è opportuno ridurli al minor livello possibile per evitare talune inefficienze e il non necessario ricorso agli animali.
Con questa premessa, si potrebbe dedurre che condivida l’accoglienza entusiastica del Prof. Amedeo Alpi per il lavoro pubblicato su “Elementa. Science of the Anthopocene” da parte di di un gruppo di ricercatori dell’Università di Lancaster, UK (Berners-Lee M. et al., 2018. Current global food production is sufficient to meet human nutritional needs in 2050 provided there is radical societal adaptation). V. http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=9044
 
In realtà la mia posizione è ben diversa, ma non perché il loro argomentare sia per principio errato, bensì perché il predetto lavoro è frutto di una serie di semplificazioni che tendono a falsare il risultato e soprattutto la prospettiva.
In particolare:
-    nel momento in cui si parla di fabbisogni proteici pari a 0,75 g/kg di peso vivo, in teoria corretto per non provocare carenza, in realtà non si tiene conto della qualità aminoacidica e in particolare del fatto che questo valore minimo presuppone un buon bilanciamento fra proteine vegetali e animali (circostanza ben nota ai nutrizionisti). Allo stato attuale, queste ultime circostanze valgono solo per una parte e non certo maggioritaria della popolazione mondiale; inoltre, seguendo i suggerimenti del lavoro, il problema potrebbe amplificarsi. Pertanto sarebbe logico, almeno per prudenza, utilizzare fabbisogni ben superiori, che in realtà si deducono anche dalla stessa British Nutrition Foundation, citata nel lavoro, che in una tabella riporta i DRVs (Dietary Reference Values): 2000 kcal/die per l’energia di cui 50 % da carboidrati, non oltre 35 % da lipidi, mentre non si riportano le proteine; poiché l’alcool è sconsigliato, a rigor di logica, il restante 15 % dovrebbe essere rappresentato dalle proteine. In effetti, anche altrove si suggerisce che l’energia da proteine non dovrebbe scendere sotto al 10 % delle calorie, con preferenza per il 15 %; se dunque il fabbisogno energetico è intorno alle 2000 Kcal, le proteine dovrebbero fornire circa 300 kcal, quindi 75 g/die (valore che non è più così lontano dagli 81 g calcolati dai predetti autori come ingestione media giornaliera);
-    argomento analogo potrebbe essere introdotto per alcuni micro-nutrienti, in particolare per il ferro per il quale è semplicemente fuori luogo equiparare la fonte vegetale con quella animale (carne), ma non tedierò oltre il lettore;
-    con una qualche sorpresa ho poi constatato che vengono inserite fra le perdite (di energia, proteine ecc.) le quote non utilizzabili di erbe varie e sottoprodotti fibrosi, mentre in realtà si dovrebbe parlare di un guadagno, di quanto reso disponibile, in quanto derivante da materiali altrimenti inutilizzabili dall’uomo;
-    pure sorprendente la circostanza che non si sia tentata alcuna differenziazione fra paesi dove si pratica un’agricoltura di sussistenza (circa 1/3 della popolazione mondiale e delle terre coltivate), rispetto a quella più o meno intensiva; la prima si caratterizza  per l’esiguità dei prodotti animali – da cui malnutrizione – ma anche perché, in prospettiva, si può pensare ad un aumento della loro produttività senza i rischi ambientali dei Paesi dove è già oggi intensiva;
-    noto infine che a pag. 7 (“future scenarios”) gli autori, adducendo una ragione discutibile: “future yields increases are unpredictable”, fanno una scelta che, senza mancare di rispetto, oserei definire “dello struzzo”, cioè usare i dati produttivi del 2013. Ciò anche perché, nel recente Report OECD-FAO Agricultural Outlook 2018-2028, si parla di un aumento prevedibile della produzione agricola mediamente pari al 20 % e – guarda caso - riferibile soprattutto ai Paesi meno sviluppati, grazie a una intensificazione sostenibile che – anche per gli animali – può significare differenze enormi in termini di efficienza; aspetto che, i predetti autori, neppure adombrano utilizzando al contrario i valori più penalizzanti per le produzioni animali;
-    non posso poi esimermi dal rimarcare che i quattro autori sono tutti appartenenti a     strutture universitarie di tipo sociologico e ambientale, da cui il sospetto che le loro     competenze, almeno nutrizionali e agricole, siano soltanto approssimative.

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“Premio CREA - Giampiero Maracchi 2018” sui temi dell’agroclimatologia

Il “Premio CREA - Giampiero Maracchi 2018” è istituito allo scopo di incentivare nei giovani la passione per la Ricerca. Possono partecipare ricercatori italiani che abbiano pubblicato un lavoro sul tema dell’agroclimatologia, su rivista internazionale con IF.
Il lavoro deve essere stato pubblicato nel 2018 (o accettato entro dicembre 2018).
Il termine per la presentazione delle domande è fissato al 31 gennaio 2019.
Il premio dell’importo di € 2.000,00 sarà assegnato a giudizio insindacabile della Commissione.
La premiazione avverrà in occasione dell’Inaugurazione del 266° Anno Accademico dei Georgofili e il vincitore riceverà comunicazione dal Presidente e dovrà essere presente alla Cerimonia.

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Ai Georgofili la Presidenza della UEAA per il prossimo biennio

Si è svolto a Firenze il 22 e 23 novembre 2018, presso l'Accademia dei Georgofili, il Congresso della UEAA (Union of European Academies for Science Applied to Agriculture, Food and Nature).
La UEAA è l'Unione Europea delle Accademia di Agricoltura e ne fanno parte molti Paesi: dalla Croazia all'Inghilterra, dalla Grecia alla Francia, dall'Estonia alla Georgia, dalla Svezia alla Finlandia, dal Portogallo alla Romania, all'Ucraina e altri ancora.

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"Potenzialità della tecnologia genome editing per la difesa delle piante", un incontro a Pisa

L’incontro, che ha la finalità di fare il punto sulle possibili applicazioni della tecnica del genome editing al fine di fornire nuovi strumenti per la gestione delle malattie delle piante, vedrà l’intervento di esperti ricercatori italiani che toccheranno diversi aspetti connessi con la difesa delle piante da avversità biotiche e abiotiche.

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Che nelle nostre città non sorgano solo grattacieli, ma anche “alberi di trenta piani”

Si va rafforzando la persuasione che la scienza sia il possibile schermo di un sistema di potere economico occulto. La diffusione del pregiudizio antiscientifico è a misura di quella del risorgente pregiudizio anti capitalista. La ‘cultura del sospetto’ non è tanto l’ingenuo riflesso di un’opinione pubblica ignara dei progressi della scienza moderna, quanto una manifestazione della più diffusa sindrome politica contemporanea (Carmelo Palma, 2017).
Ho preso questa frase come incipit di questa riflessione perché trovo che si attagli perfettamente alla situazione che interessa gli alberi nel nostro Paese in cui, per esempio, una specie di manifesto elettorale di una lista civica di un comune del Nord Italia, al primo punto del programma si chiede, anzi promette, un
“abbassamento drastico di tutte le piante di alto fusto”.
Non voglio ancora tornare sull’argomento capitozzatura da me già ampiamente e anche noiosamente dibattuto ma, come al solito, annichilisco di fronte a quella che è una situazione paradossale, come questo scellerato intervento, che non solo viene accettato dai cittadini come “normale”, ma che, anzi, viene richiesto a gran voce, implicando l'impossibilità di qualunque reazione da parte di chi cerca di far ragionare, creando la classica situazione kafkiana.
Tutti abbiamo visto il disastro ambientale causato dal ciclone di fine ottobre (e da altri precedenti) che ha colpito il nostro paese e siamo rimasti sconcertati di fronte a tutti gli alberi che sono stati abbattuti. Però cosa è che adesso si chiede a gran voce? Capitozzature e abbattimenti, perché il pericolo non è il cambiamento climatico e gli eventi estremi. Il pericolo sono gli alberi, cioè chiediamo di aggiungere disastro al disastro.
Io stesso ho detto più volte che è necessario un rinnovo delle nostre alberature (mi riferisco soprattutto a quelle poste su strada), ma ciò non vuol dire abbattere indiscriminatamente.
Vuol semplicemente dire che dobbiamo riflettere su ciò che sarà o, meglio, dovrà essere la nostra città e, quindi, ragionare in termini di “gestione versus rinnovamento”, ponendosi, cioè, la domanda: ha senso (economico, ecologico, tecnico...) gestire qualcosa che sappiamo non essere adatto e potenzialmente rischioso, oppure è meglio pensare a un graduale ricambio di quegli alberi che presentano problematiche tali da risultare poco facilmente mantenibili?

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Proteggere le coste per salvare l’economia del mare

Quando il 19 Ottobre u.s. decidemmo di portare all'attenzione della opinione pubblica la difficile e complicata problematica dell'erosione costiera nella nostra regione, non sapevamo che di lì a qualche giorno si sarebbero verificati sul territorio italiano una serie di cataclismi che evidenziarono la ormai difficile prevedibilità di eventi climatici estremi, ma anche una oggettiva fragilità di tanti ambienti italiani, tra i quali le coste. Ci furono presentate tante situazioni italiane -e anche toscane- con numerosi tratti di costa completamente stravolti sia sotto il profilo ambientale, ma anche sotto quello dei numerosi e diversi manufatti strutturali variamente danneggiati se non distrutti.
D'altra parte l'ambiente costiero è valutato dagli esperti come molto dinamico; la linea di costa può subire modifiche a seguito delle azioni del clima, ma anche in dipendenza della natura geologica, dei fattori biologici e, infine, antropici.
Si può pensare alla ineluttabilità di tali eventi e alla scarsa possibilità di contrasto che abbiamo; si usa dire che la forza del mare non può essere contrastata, però sappiamo che, nonostante il problema non sia semplice, si possono intraprendere promettenti strategie difensive (scogliere frangiflutti, difese radenti, pennelli, ripascimenti, dragaggi, ecc.). Che tali interventi siano necessari è dimostrato dai notevoli danni registrati in varie località marine durante il periodo di mal tempo pocanzi citato, danni che potevano essere contenuti se si fosse intervenuti per tempo. Particolare attenzione va data a quegli interventi che interessano un limitato tratto di costa in erosione, perché possono innescare fenomeni erosivi sui tratti adiacenti non protetti. Inoltre l'arretramento delle coste si associa spesso alla demolizione dei sistemi dunali, che costituiscono una valida protezione degli ambienti retrostanti e quindi della vegetazione presente. La manutenzione degli ambienti dunali è pertanto fondamentale.

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Salveremo il Pianeta non mangiando carne?

Alla domanda espressa nel titolo rispondono gli Autori del libro “La sostenibilità delle carni e dei salumi in Italia” (editore Franco Angeli): Elisabetta Bernardi, nutrizionista e biologa specializzata in scienze dell’alimentazione; Ettore Capri, ordinario di Chimica agraria all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Osservatorio europeo per lo sviluppo sostenibile in agricoltura; Giuseppe Pulina, ordinario di Zootecnia speciale all’Università di Sassari, presidente dell’associazione Carni Sostenibili e accademico dei Georgofili.

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Economia e mercato di cacao e cioccolata

Il mercato del cacao è un caso estremo di struttura a clessidra, con da un lato circa 5 milioni di piccoli coltivatori, in paesi in via di sviluppo, e dall’altro miliardi di consumatori finali. In mezzo, pochissimi enormi trader e trasformatori, che fanno sia semilavorati che prodotti finiti, spesso commercializzati sotto più marchi, accompagnati da centinaia / migliaia di piccoli trader, processor, e produttori di grocery. La ICCO – Organizzazione Internazionale del Cacao dovrebbe favorire il dialogo tra le parti.

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Il tarassaco, erba spontanea utile alla salute

Nell’arco dei millenni, la conoscenza e i diversi utilizzi delle piante sono state tappe fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo, nato probabilmente, come quasi tutti i primati, erbivoro.  La natura offriva spontaneamente e l’uomo primitivo raccoglieva istintivamente e nel tempo ha imparato a riconoscere le varie erbe eduli e a distinguerle da quelle tossiche e velenose.
Molti dei principi attivi di numerosi farmaci che noi abitualmente utilizziamo, oggi prodotti dalle industrie per sintesi chimica, derivano dalle conoscenze e dalle esperienze, che il più delle volte risalgono ad epoche remote, sulle erbe e sulle piante medicinali.
Tutte le piante spontanee contengono numerosi composti salutari e terapeutici: vitamine, sali minerali, acidi organici, enzimi, polifenoli.

Il Tarassaco o dandelio, dall’arabo tarahsaqun = cicoria selvatica o dal greco ταράσσω =  scompiglio e αkos =rimedio (quindi "rimedio allo scompiglio), botanicaente appartiene alla famiglia delle asteracee.
E’ una pianta rustica e diffusissima, ricchissima di tanti composti salutari e terpeutici.  La taraxacina, che le conferisce il caratteristico sapore amaro, è il principio maggiormente attivo e quantitativamente maggiore presenti nelle foglie e nella radice.
Nel passato, specie nelle campagne, veniva effettuata in primavera la "tarassocoterapia” a scopo depurativo e disintossicante: per circa 10 gg. l’alimentazione era quasi esclusivamente costituita da foglie, fiori, steli e radici di tarassaco, usati cotti, crudi o per infusione.
Componenti nutrizionali di g 100 di tarassaco contengo 36 calorie e sono costituiti da acqua (87%), carboidrati (g 6,4), Proteine (g 3,1), Lipidi (g 1,1), Fibre (g 3,4), K (g 0,44), Fe mg 3,20), Ca (mg 316), P (mg 65), Vit. (mg 35), Vit. A (µ g 992), Vit. E (mg 3,44), Vit. K (mg 778,4 = 1112 %RDA).  (U.S. Department of Agriculture, Agricultural Research Service. 2011)
Ma nel tarassaco troviamo ancora,  vitamine del gruppo B, folati, beta-carotene, sali minerali antiossidanti (Zn, Se, Cu, Mn), acido linoleico e linolenico, taraxacina, taraxina, taraxeroloso, sostanze tanniche e amare, resinose e mucillaginose, enzimi, acidi organici, fitosteroli, triterpeni, flavonoidi, luteina, zeoxantina, inulina....E' un alimento altamente alcalino che svolge azione benefica per tutto l'organismo e, in particolare, per la cura, usato come  topico o per via generale, di numerose patologie cutanee.

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Fatta l’Europa, bisogna fare gli Europei

La lunga controversia fra il Governo italiano e le Istituzioni europee non è ancora conclusa e quindi non si conoscono vinti e vincitori, dunque conviene attenderne l’esito. Potremmo chiudere così, senza grandi rimpianti, rinviando le osservazioni a quel momento. Per capire meglio le cause del conflitto vorremmo tornare ad una notizia del mese scorso. Dal 1973 esiste un sondaggio permanente organizzato dalle Istituzioni dell’Ue che registra gli umori della popolazione europea sulle principali questioni. Il sondaggio raccoglie opinioni e tendenze nei singoli paesi e li confronta, registrandone l’evoluzione. L’ultimo è stato fatto a sette mesi dalle elezioni per il Parlamento Europeo (PE) che si terranno a maggio. I risultati indicano che gli Italiani sono i meno soddisfatti dell’Ue. Solo il 43% ritiene che l’Italia ne abbia tratto vantaggi mentre il 45% è di parere contrario. Il dato sorprende: eravamo fra i più europeisti e ora siamo in coda, la media europea è rispettivamente del 68% e del 24%.  Ma non stupisce, già da alcuni anni il consenso verso l’Europa calava. I dati contengono almeno due altre sorprese. La prima è che in Italia il gradimento per l’euro è alto, al 65%, superiore alla media Ue di 61% e da aprile è cresciuto del 4%. La seconda riguarda la domanda se l’appartenenza all’Ue sia un bene. La risposta trova il 42% di favorevoli contro 18% di contrari e 37% di incerti. Nel 2014, all’epoca delle precedenti elezioni europee, accadeva il contrario: il giudizio sulla soddisfazione per l’Ue era positivo, mentre quello sull’euro era negativo.
Il malcontento ha radici lontane e motivazioni forse confuse, ma le soluzioni più drastiche talvolta indicate, come l’uscita dall’Ue o dall’euro o da entrambi, vengono considerate un male peggiore. Sembra quasi che gli strali dell’opinione pubblica si scarichino su un soggetto poco conosciuto e lontano, ma, tutto sommato, non eliminabile, identificato genericamente con l’Europa. Allora era l’euro, oggi in maniera poco chiara l’Ue o, spesso, “i burocrati” che la governano.

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La vite nel paesaggio dei Colli Euganei

Nel volume “La vite nel paesaggio dei Colli Euganei”, gli Autori, avvalendosi di un’ampia documentazione fotografica, analizzano e descrivono il ruolo fondamentale che la vite ha svolto e che tuttora svolge sui Colli Euganei.

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Un’antica pratica agronomica efficace contro i Vermi del Pistacchio

Il Pistacchio, Pistacea vera, Anacardiacea originaria del Medio Oriente, secondo Plinio, è stato introdotto in Italia, circa 2.000 anni fa, da Lucio Vitellio, governatore della Siria. In Sicilia, la coltivazione è stata promossa dagli Arabi (VIII–IX secolo d. C.), come testimoniano i termini siciliani, di origine araba: frastuca, per indicare i frutti, e frastunaca, per la pianta. Attualmente, la coltivazione del Pistacchio è praticata nella Valle del Platani, nel nisseno e nella zona etnea, dove è presente l’80% della superficie regionale, localizzata nei comuni di Adrano, Biancavilla e soprattutto di Bronte; nei cui territori, grazie a una combinazione di fattori ambientali che ne hanno favorito lo sviluppo, le produzioni di pregio, si sono affermate, soprattutto nei mercati esteri, nei quali viene esportato l’80% dei pistacchi. Il restante 20% è destinato all’industria alimentare nazionale.

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Alimenti senza additivi

Nella Unione Europea additivi sono qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento in quanto tale e non utilizzata come ingrediente tipico degli alimenti, indipendentemente dal fatto di avere un valore nutritivo, che aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari per un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, trattamento, imballaggio, trasporto o immagazzinamento degli alimenti, si possa ragionevolmente presumere che diventi, essa stessa o i suoi derivati, un componente di tali alimenti, direttamente o indirettamente. Gli additivi sono classificati in base alla loro funzione e si possono individuare tre grandi gruppi. A) Additivi che aiutano a preservare la freschezza degli alimenti, conservanti, che rallentano la crescita di microbi, e antiossidanti che prevengono i fenomeni di irrancidimento. B) Additivi che migliorano le caratteristiche sensoriali degli alimenti: coloranti, addensanti, emulsionanti, dolcificanti, esaltatori di sapidità. C) Additivi tecnologici, usati per facilitare la lavorazione degli alimenti, ma che non hanno una specifica funzione nel prodotto finale (definiti anche adiuvanti): agenti antischiuma, antiagglomeranti ecc.
Gli additivi non sono una invenzione della chimica o dell'industria e anche nel passato si utilizzava la salatura delle carni e del pesce, l’aggiunta di succo di limone a frutta e verdura per evitarne l’imbrunimento, l’aceto nella preparazione di conserve vegetali, il salnitro nelle carni insaccate, la solfitazione dei mosti e dei vini. Un additivo tradizionale per conservare le carni è il fumo di legni soprattutto resinosi e nei salami l'aggiunta del vino. A volte è difficile distinguere tra additivo e condimento e per esempio il sale, che nei salumi è un ingrediente, è anche un condimento, un nutrimento particolare e un conservante. Le spezie, nostrane e esotiche, sono additivi per l'apporto di aromi, ma anche per le loro attività antibiotiche (antisettiche). Inoltre l’origine di un additivo non ne modifica le caratteristiche e un nitrato o nitrito prodotto dall’industria non è diverso da quello naturale conte-nuto negli spinaci.
Molti additivi sono costituenti naturali di alimenti, come l’acido citrico, la lecitina, le pectine, i tocoferoli. Gli additivi alimentari sono stati e continuano a essere ampiamente studiati sotto il profilo tossicologico e il loro uso è sotto il controllo di Organizzazioni internazionali e nazionali. Nella Unione Europea un additivo alimentare può essere autorizzato soltanto se, sulla base dei dati scientifici disponibili, il tipo d’impiego proposto non pone problemi di sicurezza per la salute dei consumatori, se il suo impiego può essere ragionevolmente considerato una necessità tecnica che non può essere soddisfatta con altri mezzi, se il suo impiego non induce in errore e comporta vantaggi per il consu-matore. Per alcuni additivi è fissata una Dose Accettabile Giornaliera (DGA) che rappresenta la quantità di additivo che può essere ingerita giornalmente, attraverso la dieta e nell’arco di vita, senza avere effetti indesiderati.

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L’incredibile viaggio delle piante

La maggior parte delle piante con le quali abbiamo comunemente a che fare in casa, in giardino, nell’orto o nei parchi, viali e aiuole delle nostre città, non hanno granché in comune con i loro antenati selvatici. Sono quasi tutte, infatti, piante addomesticate e, come tali, talmente lontane dai loro progenitori come un lupo lo è da un barboncino. Anzi, nel caso delle piante la distanza che separa le piante domestiche dai loro progenitori è spesso maggiore. Prendiamo, per esempio, il mais, una delle colture più comuni esistenti sul Pianeta. Chiunque ha visto un campo o, perlomeno, una pannocchia di mais. Bene, il suo antenato si chiama “teosinte” e, credetemi, non lo riconoscereste: non ha nulla a che fare con la pianta del mais. Quando l’uomo iniziò a coltivarlo, circa diecimila anni fa, la sua spiga era formata da otto, dieci semi, e le sue dimensioni non superavano i quattro, cinque centimetri. Nel mais odierno una spiga matura può essere lunga anche quaranta centimetri e contenere fino a mille semi. Irriconoscibile. Lo stesso vale per il grano, il pomodoro, il riso, la melanzana, il peperone, la rosa, la margherita, il tulipano, la mela, la vite, la banana, la magnolia, il tiglio, il pioppo o qualunque altra pianta abbia intrapreso un cammino comune con l’uomo.
Perché questa è l’addomesticazione: un lungo viaggio comune durante il quale due specie imparano a stare insieme, che si consolida un rapporto mutualistico dal quale sia l’addomesticato che l’addomesticatore traggono benefici. Anzi, a voler essere pedanti, utilizzando una delle definizioni più recenti: “l’addomesticazione è una relazione multigenerazionale o mutualistica in cui un organismo assume un significativo grado di influenza sulla riproduzione la cura di un altro organismo al fine di garantirsi una fornitura certa e continua di una o più risorse di interesse. Attraverso la stessa relazione, l’organismo partner ottiene dei vantaggi rispetto agli individui che rimangono fuori da questo rapporto privilegiato”. Un processo che, contrariamente a quanto si crede, non è nella totale disponibilità dell’uomo ma è piuttosto un pas de deux fra due partner consenzienti.
Non tutte le specie animali o vegetali possono diventare domestiche. L’addomesticazione richiede consuetudine, prossimità con l’uomo, capacità di convivenza e caratteristiche fisiche compatibili. E, infine, una volta che tutto questo sia stabilito, c’è ancora il caso di cui tenere conto. Perché abbiamo addomesticato il lupo e non la volpe o il licaone? Perché il grano e il riso e non un’altra delle centinaia di specie vegetali che producono semi ricchi di amido? Perché la vite e non un’altra bacca? Per caso. Alcuni preferirebbero, forse, parlare di fortuna. Io sarei più cauto: non è affatto un evento fortunato per qualunque organismo vivente entrare in rapporto con l’uomo. Fare affari con noi, infatti, anche se all’inizio può sembrare una buona idea, a conti fatti assomiglia molto ad un patto con il diavolo: ci si perde l’anima.

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