Notiziario













Come preparare una chicchera di “cioccolata analettica”

Nelle Adunanze del 3 maggio 1840 e del 2 agosto 1842, i Georgofili fra le opere pervenute loro in dono e destinate alla biblioteca accademica, registravano l’arrivo della prima e della seconda edizione (Milano 1839 e 1841) dell’opera Di una polvere alimentare preparata coi pomi di terra del milanese, Georgofilo corrispondente, Antonio Cattaneo (1786-1845).

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Sedano sensuale, il re della tavola

Se il contadino sapesse il valore del sedano, allora ne riempirebbe tutto il giardino recita un antico proverbio, mentre un altro e più greve detto del passato afferma che un buon minestrone deve avere il sentore di ascelle. Un tempo, infatti, si riteneva che quest’ortaggio avesse mille proprietà, era apprezzato dal suo intenso aroma che ha portato a denominarlo di Apium graveolens (molto odoroso). La recente la ricerca biochimica, valorizzata dalla antropologia, attribuiscono al sedano poteri extranutrizionali di feromone che giustificano il suo largo uso nella cucina delle carni, dai brodi agli stufati, ragù e soffritti.

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Il suolo al centro del mondo

Con il 2015, anno internazionale del suolo, lanciato dall’ONU per sensibilizzare i Governi ad una gestione sostenibile della risorsa suolo, è iniziata la decade del suolo (2015-2024). In questo periodo tutti i Governi sono chiamati a promuovere iniziative volte alla conservazione di questa preziosa risorsa di fatto non rinnovabile. Dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile cinque almeno sono basati sul suolo (1, 2, 3, 12, 13), ma analizzandoli compiutamente tutti ci si rende facilmente conto che ruotano intorno a questo tema, ivi compresa la promozione della pace nel mondo. Da parte infatti degli studiosi di geopolitica si leva l’allarme relativo alla proprietà del suolo per garantire cibo alle popolazioni nell’intento.  
Nella piena consapevolezza dell’importanza del suolo per lo sviluppo sostenibile delle popolazioni, la FAO nel 2012 ha promosso la Global Soil Partnership, alla quale attualmente hanno aderito la quasi totalità dei Paesi della FAO.
Nel mese di giugno 2018 si è tenuta presso il quartier generale della FAO a Roma la 6° assemblea plenaria della Global Soil Partnership (GSP), durante la quale sono state illustrate le attività svolte nell’annualità giugno 2017-2018 e programmate quelle per il periodo giugno 2018-2019.
Come responsabile del National Focal Point italiano ho avuto modo di seguire l’evolversi di questa alleanza mondiale sin dal suo nascere nel 2012. Grazie alla professionalità, all’entusiasmo ed instancabile lavoro del segretariato FAO della GSP oggi veramente si può affermare che il suolo è al centro del mondo. Presenti alla riunione oltre 150 paesi, tutti coinvolti nelle attività con una consapevolezza sull’importanza della conservazione del suolo che solo pochi anni fa era inimmaginabile potesse mai esserci. Tutte le regioni del mondo (Pacifica, Europea, Caraibica e Centro Americana, Nord-africana, Africa sub Sahariana, Asiatica, Nord americana, Medio orientale) hanno relazionato sulle attività realizzate sulla diffusione della consapevolezza e del sapere sul suolo
La Global Soil Partnership è governata dal un Panel Tecnico intergovernativo sul suolo (ITPS), in cui siedono esperti eletti dalle otto aree geografiche e dal segretariato GSP presso la FAO e organizzata in 5 pilastri:
-    Pilastro I Gestione sostenibile del suolo
-    Pilastro II Consapevolezza e Divulgazione
-    Pilastro III Ricerca e trasferimento dell’innovazione
-    Pilastro IV Sistema informativo, banche dati e monitoraggio
-    Pilastro V Metodologie e metodi di analisi

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La produzione globale di alimenti e le esigenze nutritive della popolazione umana

Ormai, da numerosi anni, ne sentiamo di tutti i colori - è proprio il caso di dirlo - su questo argomento. Si utilizzano i dati disponibili a sostegno delle tesi più diverse, contribuendo a confusioni generali tra speranze o paure, dividendo l'opinione pubblica tra apocalittici e ottimisti. Molto più raramente accade di sentire qualche valutazione seria e concreta come quella pubblicata su "Elementa. Science of the Anthropocene" da parte di un gruppo di ricercatori della Università di Lancaster, UK (Berners-Lee M., et al.,2018.  Current global food production is sufficient to meet human nutritional needs in 2050 provided there is radical societal adaptation).
Nell' Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite è scritto a chiare lettere che assicurare cibo sufficiente è un obiettivo primario, ma che questo obiettivo si raggiunge solo tramite un incremento produttivo che genera un forte impatto ambientale in termini, tanto per citarne alcuni, di consumo e inquinamento di acqua, aria e suolo, e una preoccupante riduzione della biodiversità.
L'obiettivo principale del lavoro è consistito nel verificare se i metodi attuali di coltivazione siano in grado di soddisfare la richiesta di cibo nel 2050 quando la popolazione globale, secondo le previsioni dell'Ufficio di Affari Economici e Sociali della Nazioni Unite, raggiungerà i 9,7 miliardi.
La metodologia seguita dai ricercatori, ha consentito di considerare molti parametri; per non affaticare i lettori pensiamo sia cosa utile suddividere le tante informazioni e considerazioni su tre contributi, cominciando con questo primo, dedicato alla misura delle calorie.
Per quanto concerne la valutazione del fabbisogno calorico della nostra dieta, si è accertato che, in media, il consumo di alimenti da parte della popolazione umana comporta un "eccesso" di 178 kcal al giorno e a persona, ammesso che la richiesta in energia media giornaliera, per una vita sana, sia di 2353 kcal a persona (dati FAO e OMS, 2001). Ovviamente questo "eccesso" non tiene conto delle differenze regionali, talora assai ampie, e che comprendono anche gli estremi della obesità e della denutrizione.  A fronte di questi dati è opportuno valutare che una buona percentuale delle calorie, contenuta nei prodotti vegetali raccolti e disponibili per le popolazioni umane e che assomma a 3116 kcal a persona e al giorno, viene persa per varie ragioni per cui si rendono disponibili solo 2531 Kcal, segnando esattamente un eccesso di 178 Kcal come poco sopra riportato.

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Fra gli impropri interventi dello stato

La ripresa parlamentare reca con sé anche altri provvedimenti, oltre all’ approvazione della politica economica. Fra questi spicca, per il dibattito che ha suscitato, il ritorno della regolamentazione degli orari dei negozi. L’obiettivo è la revoca della libertà di apertura, in particolare nei festivi e nelle 24 ore.
Premesso che al momento non è prevedibile l’esito della discussione e che non riteniamo giusto entrare nelle motivazioni di carattere religioso che potrebbero portare alla chiusura tre giorni alla settimana per rispetto delle tre grandi religioni monoteiste, vorremmo considerare alcuni aspetti economici.

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I benefici economici del verde

Diverse ricerche hanno dimostrato che la presenza di verde urbano di qualità nel quartiere degli affari e nelle aree commerciali può promuovere una percezione positiva dell’immagine dei negozi cui si accompagna una migliore predisposizione per gli acquisti. Un ambiente esteticamente gradevole attira infatti i clienti, riduce lo stress da shopping e migliora l’appeal degli esercizi commerciali.

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Michele Psello e la sua "Laus vini" mille anni fa…

Esattamente mille anni fa nasceva Michele Psello (1018-1078), uno dei più grandi e fecondi studiosi alla corte di Bisanzio. A quel tempo, passato l’anno mille, Bisanzio era nel pieno di una rinascita culturale che accompagnava la evangelizzazione dei popoli slavi. Psello, dopo aver fatto il giudice nelle province più lontane (1042) fu richiamato a Costantinopoli, dove gli fu affidata la cattedra di Filosofia e poi entrò nella segreteria del Basilius. Fra le migliaia di cose che scrisse, una riguarda da vicino la nostra rivista intitolandosi in greco Encomio del vino, un libello ora riproposto dall’editore fiorentino Daniele Olschki a cura di Lucio Coco che lo ha tradotto (Firenze, 2018).
Questa piccola opera è, in realtà, preziosa perché dimostra come il vino, anche in epoche così lontane, nel pieno medioevo, costituisse una bevanda preziosa e “sacra” per il mondo cristiano insieme con il pane e l’olio. Lo spunto a scrivere l’Encomio del vino venne all’autore quando irruppe nella sua casa, all’ora di pranzo, un conoscente “né sgradevole nell’eloquio né astemio”. Naturalmente, sedutosi, fu invitato a “desinare anche lui” e gli fu versato un calice di un vino che era stato donato a Psello. Questo vino esaltò l’ospite che si mise addirittura a ballare. Poi chiese da dove venisse quel nettare di Zeus e di Semele. Psello rispose che gli era stato donato da un “signore amico, importante per dignità”, e che riteneva quel vino prezioso perché il Nostro, gli aveva curato un dente dolorante proprio mentre lo beveva.
Non a caso l’autore dedicò il suo Encomio del vino proprio all’amico che glielo aveva donato. Scrive infatti, Psello, che è sempre da lodare chi offre in dono del vino poiché il vino, che per gli epicurei era “la bevanda più dolce e più gradevole fra tutte”, per i cristiani rappresentava “il sangue divino nei mistici sacrifici, la purificazione dal peccato e la salvezza di tutto il cosmo”. Il vino fu il primo dono che Dio fece agli uomini dopo il diluvio universale anche per le sue proprietà terapeutiche. “Il vino – scrive Psello – è una cosa buona in ogni occasione per tutti: per chi è di buon umore è un amico dell’allegria; è buono per chi è sano per la conservazione della salute; è una consolazione per chi è depresso ed è una cura per chi è malato”. “Il vino – scrive ancora il dotto – rallegra il cuore, incita alla gratitudine, muove al canto, genera commozione e richiama le lacrime che rendono propizio Dio”.

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Georgofili: ratificata la nomina del Presidente Vincenzini

E’ giunta con decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali l’attesa nomina a Presidente dei Georgofili dell’Accademico Prof. Massimo Vincenzini, che ha riscosso un’approvazione molto ampia dal Corpo Accademico votante.
L’11 giugno 2018, nell’Aula Magna dell’Ateneo fiorentino, nel corso di una Giornata dedicata allo scomparso Presidente Giampiero Maracchi, il Presidente Onorario Prof. Scaramuzzi, nel suo intervento, concluse esortando “tutti gli Accademici ad usare ciascuno la propria forza della ragione”. Confidando nelle serene e solidali decisioni che i Georgofili sono chiamati ad adottare, auspicava “una veloce ripresa delle attività prioritarie, capaci di valorizzare e sviluppare ulteriormente l’Accademia”.
Il giorno dopo, 12 giugno, il Consiglio Accademico convocato dal Presidente F.F. Pietro Piccarolo, discusse della possibile scelta di un unico candidato. Le ragioni espresse furono convincenti ed unanimi. Il Consiglio Accademico verbalizzò e sottoscrisse una lettera da tutti firmata, anche dai Presidenti delle sette Sezioni dei Georgofili, che fu quindi inviata agli Accademici votanti.
Il candidato prescelto, unanimemente sostenuto, fu il Prof. Vincenzini il quale stava ultimando i suoi incarichi all’Università e già da 6 anni era membro del Consiglio Accademico, con l’incarico di seguire l’amministrazione.
Le votazioni avvennero tra il mese di giugno e i primi di luglio. Lo spoglio dei voti si svolse il 12 luglio nella sede dell’Accademia, nel corso di un’assemblea del Corpo Accademico. Con un numero elevato di voti, fu eletto come nuovo Presidente il prof. Massimo Vincenzini. Occorreva tuttavia che il Ministero competente controllasse e ratificasse questo risultato, rimasto atteso per più di 2 mesi.
L’8 ottobre il nuovo Presidente Vincenzini ha formalmente iniziato il suo ruolo di Presidente dell’Accademia dei Georgofili. Gli esprimiamo le più sincere congratulazioni e i più vivi auguri di buon lavoro.

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L’Europa contro il progresso in agricoltura.

Il 25 luglio scorso la Corte di giustizia europea in una sentenza ha equiparato le varietà di piante ottenute dall'incrocio della stessa specie (cioè senza inserire un Dna estraneo, si chiama mutagenesi), agli organismi geneticamente modificati (Ogm) che invece presentano un patrimonio genetico inesistente in natura.  Il che significa autorizzare gli Stati membri a proibire quei prodotti.

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I Georgofili e le loro sezioni

L’Accademia dei Georgofili, fondata a Firenze nel 1753, dettò presto un significativo logo, come guida per gli intenti dei propri soci, rivolti soprattutto all’agricoltura, direttamente e indirettamente. Quel logo è stato e tuttora continua sempre ad essere espresso con le stesse tre parole latine: Prosperitati Publicae Augendae. E’ rimasto saldo ovunque l’Accademia svolga le sue attività rivolte al miglioramento del pubblico benessere, meritando apprezzamenti e sostenitori.

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I distretti del cibo: novità e aspettative

I Distretti del Cibo sono la forma rinnovata dei distretti in agricoltura che il legislatore nazionale ha proposto con la legge di bilancio 2018. Dunque, sono l’ultima generazione di quella grande famiglia di distretti che si sono diffusi nell’ultimo ventennio e sono stati posti per rinnovarne le finalità, allineandole con i nuovi obiettivi della PAC, di Cork 2.0 e delle politiche per l’ambiente e il cambiamento climatico.
I distretti in agricoltura nascono come uno strumento di politica economica finalizzato a organizzare e sostenere i sistemi produttivi agricoli e agroalimentari locali e promuovere lo sviluppo delle Comunità delle aree rurali, la cui identità storica e culturale diventa tratto distintivo ed elemento da valorizzare, unitamente allo specifico paniere di prodotti tipici e a denominazione.
Pur nell’articolata varietà di modelli che le Regioni hanno adottato, tali distretti operano attraverso lo sviluppo di progettazioni integrate del territorio distrettuale, che vedano coinvolte in modo sinergico iniziative sia private che pubbliche. Perciò il distretto è da considerarsi anche metodo di governance dei sistemi rurali, basato sul partenariato pubblico privato locale e sulla governance multilivello. Dunque i distretti rappresentano una forma compiuta di applicazione del principio di sussidiarietà in ambito economico, con effetti di riequilibrio territoriale e impatti sociali rilevanti, quali il contrasto allo spopolamento di tali zone.
All’atto pratico, sono strumenti complessi da utilizzare, e tuttavia si può sostenere che alla base del loro perdurante successo stia proprio la molteplicità di obiettivi privati e collettivi che consentono di perseguire in un quadro progettuale e programmatico unitario e integrato.

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“Fiorentina” patrimonio dell'UNESCO?

Al di là delle quasi generalizzate espressioni di soddisfazione, non prive di elementi di sorpresa, la notizia delle iniziative intraprese per far entrare la “Bistecca alla Fiorentina” nel Patrimonio dell’UNESCO merita qualche riflessione. E non potrebbe essere altrimenti quando, come in questo caso, si tratta di un prodotto risultante da una filiera complessa nella quale sono coinvolte molte, e diverse, categorie di operatori.  A monte però è necessario porsi la domanda se la Fiorentina si debba considerare un bene materiale o immateriale. La risposta non può che essere: “entrambi”, perché la “materialità” della Bistecca, taglio particolarmente pregiato del quarto posteriore, è innegabile. D’altra parte la stessa è frutto di una lunga tradizione culturale caratteristica di Firenze e, in parte, dell’intera Toscana, tradizione che non ha nulla da invidiare ad altre che, in diversi continenti, sono andate fregiandosi di questo riconoscimento in anni recenti. “Bene” anche immateriale dunque, che peraltro, al contrario di balli e canti di culture lontane, non credo corra il rischio di essere dimenticato, come non possono essere dimenticate Firenze e la Toscana. Ma torniamo alla “materialità” della Fiorentina. Nessuno può negare che la tradizione preveda l’impiego di bistecche provenienti da bestiame locale, in primo luogo di razza Chianina, sia per le oggettive caratteristiche di qualità, sensoriale e dietetica, delle carni provenienti da questa razza, che per le  dimensioni del taglio, che non possono limitarsi a questioni di spessore (voce troppo spesso esagerata) ma esigono anche una superficie ampia, raggiungibile solo in razze di grandi dimensioni come la nostra; in secondo istanza possono essere considerate altre razze autoctone locali  (Calvana in primis, Marchigiana, Romagnola, Maremmana) che, se non altro, condividono con la Chianina gran parte del patrimonio genetico e dei sistemi di allevamento e di alimentazione, nel pieno rispetto proprio delle tradizioni culturali che si intende valorizzare. Non avrei perplessità sull’uso di lombate di Piemontese o di Limousine italiana, ma ne avrei sull’impiego di razze extracontinentali, non perché il risultato sia per forza mediocre (anzi, per esperienza posso dire che una Fiorentina fatta con un taglio di Angus può essere ottima) ma perché è “diverso” da quello delle nostre razze in termini di quantità e distribuzione del grasso, di composizione chimica e di aroma. Non dimentichiamo che la specificità è il primo vero requisito qualità di un prodotto alimentare e un prodotto che può essere tutto e il contrario di tutto non può essere di qualità e tanto meno fregiarsi di un marchio come quello in discussione, da alcuni considerato prestigioso.

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Considerazioni sulla fibra alimentare

Negli ultimi 40 anni numerosi studi hanno dimostrato gli effetti salutistici della fibra alimentare. Per questo motivo, organizzazioni come European Food Safety Authority (2010) e FDA (2014) ne hanno aumentato da 25 a 30 g il fabbisogno giornaliero raccomandato per una dieta da 2000 Kcal.
Solitamente la fibra viene fornita dai cereali e dai loro sottoprodotti, ma stanno diventando sempre più interessanti anche i residui ricchi di fibra, ottenuti dai processi di trasformazione di frutti e ortaggi, da impiegare in formulazioni alimentari funzionali.

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Una specie ittica innovativa nel panorama nazionale: l’Ombrina ocellata

La produzione mondiale di pesce di allevamento, pari ad 80 milioni di tonnellate, ha superato quello della pesca tradizionale, rifornendo il mercato del 53% del pesce richiesto a livello mondiale (FAO 2018). Una specie innovativa - Ombrina ocellata (Sciaenops ocellatus) o Red drum - è allevata esclusivamente sul Gargano, tra i territori di Lesina e Varano.

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Specie aliene invasive (SAI) dannose all’agricoltura

Giustificata preoccupazione destano, nell’opinione pubblica, le sempre più frequenti introduzioni di specie e sottospecie, definite SAI (Specie Aliene Invasive) o “Alloctone Invasive”, che sopravvivono e si riproducono in areali diversi da quelli di origine e la cui diffusione minaccia la biodiversità dei nostri ambienti, ovvero interferisce negativamente con le attività umane e ha ricadute sanitarie o socio-economiche.
Fino al XVI secolo le introduzioni di specie alloctone effettuate, direttamente o indirettamente, dall’uomo, anche nel nostro Paese, erano quasi sempre accidentali e numericamente poco consistenti: la Mosca mediterranea della frutta e molte Cocciniglie sono arrivate con frutti infestati; mentre intenzionali sono state quelle del Baco da seta, Bombyx mori, dall’Estremo Oriente, e della Cocciniglia del carminio, Dactylopius coccus, dall’America centrale. Fin dall’800, numerose specie esotiche, parassite o predatrici di fitofagi dannosi, sono state impiegate in programmi di controllo biologico. Con il trasferimento, accidentale o intenzionale, di entità alloctone vengono superate quelle barriere naturali che hanno circoscritto lo sviluppo di flora e fauna nelle aree di origine. Allarmanti sono le invasioni biologiche da parte di fitofagi esotici che, con la globalizzazione dei mercati e con la rapida e intensa rete di trasporto, in numero sempre crescente, vengono introdotti in nuovi ambienti dove, anche grazie ai mutamenti climatici, trovano condizioni ambientali idonee al loro sviluppo e pullulamento.
Secondo i dati del DAISIE (Delivering Alien Invasive Species in Europe), in Italia, che per le favorevoli condizioni climatiche, è uno dei paesi Europei maggiormente interessati dalle invasioni biologiche, sono presenti oltre 1.500 specie aliene, un terzo delle quali sono insetti capaci di adattarsi, sia a variazioni termo-igrometriche che a nuovi substrati alimentari e riproduttivi; inoltre possono differenziarsi biotipi, dotati di un potenziale biotico più elevato rispetto alle popolazioni originarie e in grado di dar luogo, nei nuovi ambienti, a esplosioni demografiche, anche per l’assenza di efficaci limitatori naturali. La stragrande maggioranza delle specie invasive di insetti, direttamente dannose, ovvero vettrici di virus o microrganismi patogeni, sono state accidentalmente introdotte negli ultimi 30 anni. Nel 1988 Tremblay ha elencato 40 specie di insetti introdotti in Italia, in massima parte dalle Americhe e dall’Asia. Il ritmo attuale di “arrivo” di specie fitofaghe è calcolato in circa 8 unità per anno, mentre, fino all’immediato dopoguerra, lo stesso numero di specie perveniva in circa 15 anni. Si calcola che le specie esotiche siano pervenute da America (37%), Asia (29%), Africa (14%), Australia (6%) e da Altri Paesi (14%).
Per quanto empirica, la "Regola del 10%" di Williamson, per la quale “Su 100 specie aliene introdotte, solo 10 si insediano stabilmente e solo 1 diventa effettivamente invasiva", dà un’idea dell’entità del fenomeno.

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Genova, non basta un nuovo ponte

Genova per noi lombardi e piemontesi è una città speciale, come la Liguria e il suo mare. Vederla colpita in modo tragico dal crollo inconcepibile del Ponte il 14 agosto perciò è un dolore profondo e indicibile. Abbiamo provato per giorni una stretta come se ciò fosse accaduto da noi, nelle nostre case, nelle città, nelle campagne e nelle montagne di questo triangolo d’Italia a cui apparteniamo.
Poi abbiamo visto la volontà, la tenacia, la caparbietà e le poche chiacchiere dei liguri e il cuore si è aperto alla speranza. Mentre la popolazione, il porto, la città continuano a vivere, a lavorare, a cercare di ripartire siamo fermi, con loro, ad aspettare che i riti della politica si compiano e inizi la ricostruzione.
Il crollo di un ponte che siamo abituati a considerare perpetuo è peggio di un tradimento. Quanti ponti romani ancora sono in funzione, anche nelle più impervie valli che dalle montagne scendono al mare. I ponti, persino nella mente burocratica che ha disegnato le banconote dell’euro come un filo conduttore dell’unione monetaria, sono fatti per unire e per favorire passaggi e comunicazioni. Anche questo. Chi lo ha percorso lo ricorda sempre sovraccarico. Univa le due parti della Liguria, Levante e Ponente e anche molti flussi di traffico: di Genova stessa; dell’Italia, per le direttrici da Nord e da Est verso Sud e Ovest; dell’Europa, sull’itinerario dall’Atlantico alle estreme propaggini Settentrionali ed Orientali.
Dopo la distruzione del relitto la costruzione del nuovo ponte e già siamo arenati ai preliminari, mentre crescono il mugugno e l’impazienza dei genovesi, dei liguri e di tutti.
Ma il problema non è la ricerca di responsabilità, colpe o vendette e nemmeno chi e come costruirà il nuovo ponte. Il problema è il futuro di Genova. Il nuovo ponte sarà un rimedio all’accaduto, ma non darà risposte per il futuro della città e della regione. La Superba, l’antica e orgogliosa signora dei mari, da anni è in declino. I giganteschi cantieri navali, ricordo di infanzia, le navi in costruzione che arrivavano sino alla strada a Sestri non ci sono più. Genova ha perso le sue caratteristiche che non possono essere sostituite dai Centri commerciali.

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I misteriosi cerchi di pietra di Lampedusa

"Esistono dunque di certo, s'anche invisibili, i venti: essi flagellano il mare: essi la terra, le nubi essi, che con improvviso turbine squarciano e spazzano via" (Lucrezio, "De Rerum Natura", libro I). E i venti soffiano, quasi incessanti, anche sulla piccola isola di Lampedusa (la percentuale di giorni di calma assoluta è di appena il 4%). Quelli più frequenti sono la Tramontana, il Grecale, lo Scirocco, il Libeccio e il Maestrale (quest’ultimo, da nord-ovest, predomina sugli altri, insieme alla Tramontana che spira da nord). La velocità media è intorno a 20 chilometri orari con punte che possono superare i 60 km/ora.
I venti influiscono in modo continuo sull’attività agricola. Quelli che soffiano ad una velocità superiore a 10 km/ora possono ostacolare la crescita stessa delle piante, coltivate e spontanee.
Accade così che nella più grande delle isole pelagiche, lo spirare frequente del vento e un clima piuttosto caldo e arido (a Lampedusa cadono in media 300-350 mm di pioggia all’anno, distribuite mediamente in una quarantina di giorni concentrati fra ottobre e febbraio) rendono difficile la pratica di un’agricoltura da reddito o addirittura di mera sussistenza.
Normalmente, per superare la carenza di acqua si ricorre all’irrigazione; invece, per proteggere le piante dall’azione del vento si possono adottare varie pratiche difensive. In una tavoletta sumera, datata intorno al 3.000 a.C., si parla dei danni che il vento può provocare alle piante e si suggerisce anche un possibile rimedio: circondare il campo coltivato con alberi frondosi. Le barriere frangivento (attuate con alberi ma anche siepi di piante sempreverdi, staccionate di legno, pannelli di metallo o pvc, reti a maglia fitta, ecc.) sono, di norma, il mezzo per difendersi dai venti.  Fra le barriere frangivento vanno annoverati anche i muri di recinzione, più o meno alti e, come e se tali, forse anche i cosiddetti “cerchi di pietra” di Lampedusa (“timpuni”, cioè zolla di terra dissodata, nel dialetto locale e siciliano) (Fig. 1), intorno ai quali però ancora non si è avuto tempo e modo di fare completa chiarezza nonostante siano lì da diversi secoli (se non millenni) e nonostante la loro indiscutibile rilevanza nella storia antica di Lampedusa.
Il primo ad occuparsene è stato l’archeologo inglese Thomas Ashby (1874-1931), il quale, nel giugno del 1909, mentre si trovava per lavoro a Malta, organizzò un rapido sopralluogo a Lampedusa.  Nonostante la brevità della spedizione (durata solo tre giorni), Ashby fece alcune interessanti scoperte. Ad esempio, gli riuscì di individuare quelli che secondo lui erano i segni di un popolamento preistorico (ca. 4.800 a.C., la datazione stimata degli insediamenti) nell’isola pelagica.

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