Consumo di suolo: dati allarmanti dell’ultimo rapporto ISPRA

Marcello Pagliai 16 ottobre 2019

Nel rapporto ISPRA si chiarisce che per consumo di suolo si intende il suolo consumato a seguito di una variazione di copertura: da una copertura non artificiale a ad una artificiale. Il fenomeno appare in crescita, ma con un sensibile rallentamento nella velocità di trasformazione, a causa probabilmente della attuale congiuntura economica e, aggiunge il sottoscritto, non certo a un presunto aumento di una sensibilità verso i problemi ambientali o ai numerosi allarmi lanciati.
Oltre alle situazioni eclatanti di palese deturpazione del paesaggio o di opere realizzate senza la minima valutazione di impatto o di rispetto di una pianificazione territoriale, è evidente che il progressivo consumo di suolo significa una sua impermeabilizzazione. E’ intuitivo che, in occasione di eventi piovosi eccezionali, in conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, la massa d’acqua che trova un ambiente impermeabilizzato non ha la possibilità di drenare e quindi si gonfia formando masse idriche, arricchite dai sedimenti asportati per erosione del suolo, sempre più consistenti che nel loro moto turbolento e impetuoso causano i disastri a cui troppo spesso assistiamo. 
Ma veniamo ai numeri davvero inquietanti dell’ultimo rapporto nazionale ISPRA: il consumo di suolo nel 2018 continua a crescere in Italia e le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 51 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, circa 14 ettari al giorno. Una velocità di trasformazione in linea con quella degli ultimi anni. Infatti tra il 2016 e il 2017 le nuove coperture artificiali hanno riguardato circa 5.200 ettari di territorio, ovvero in media poco più di 14 ettari al giorno: circa 2 metri quadrati di suolo sono stati persi irreversibilmente ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo degli anni 2000 e il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo), il consumo di suolo si è consolidato negli ultimi tre anni. In sintesi, dagli anni '50 ad oggi, tale consumo è aumentato del 180% e così la superficie naturale in Italia si riduce ogni anno, aumentando gli effetti negativi sul territorio, sull'ambiente e sul paesaggio.
Questi dati, a dir poco allarmati, fanno il paio, fra l’altro, con la nuova edizione dell'Atlante mondiale della desertificazione (UE) dove si afferma che oltre il 75% delle terre emerse sono già degradate. L’Italia è perfettamente in questa media e tale degradazione è dovuta essenzialmente al non corretto uso del suolo legato, non solo, alle attività agroforestali, ma anche e soprattutto alle attività extra agricole. Pochissimi studi (Italiani, ma anche Europei) stimano il danno economico causato dalla perdita di una risorsa non rinnovabile come, appunto, il suolo, soprattutto in un’ottica di lungo termine. A questo proposito si può evidenziare come sia difficile conciliare la sostenibilità economica con quella ambientale. Infatti, le nuove tecnologie, l’uso di macchinari sempre più pesanti e potenti se da un lato hanno consentito un’accelerazione dei tempi di lavoro e un vantaggio economico dall’altro, operando su territori talvolta estremamente fragili, sia in ambienti agricoli sia forestali, hanno contribuito a compattare e degradare il suolo i cui danni però saranno ben più evidenti e valutabili nel lungo termine, fermo restando che il suolo è essenzialmente una risorsa non rinnovabile; per formare 1 centimetro di suolo occorrono dai 100 ai 1000 anni. L’erosione, ad esempio, supera mediamente di 30 volte il tasso di sostenibilità (erosione tollerabile). 

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Sicurezza, paure alimentari e comunicazione

Giovanni Ballarini 16 ottobre 2019

Nel 1986 nel Regno Unito si scopre la Mucca Pazza, una mortale malattia che distrugge il cervello delle mucche e che si teme possa colpire anche l’uomo. Nell’Unione Europea, dove vige la libera circolazione delle merci e quindi anche delle carni bovine, scoppia la grande paura delle encefalopatie spongiformi che terminerà soltanto l’11 settembre 2001, quando subentrerà la grande paura del terrorismo, secondo il principio del chiodo scaccia chiodo. La Mucca Pazza spaventa perché è una malattia mortale, provocata da un agente all’epoca d’origine sconosciuta, che colpisce il cervello e per la quale vi è una ridda incontrollata di previsioni anche pessimistiche, se non catastrofiche, che arriva a profetizzare la morte di oltre un milione di europei, in una grande confusione di notizie e interpretazioni di quanto via via è accertato. Degli avvenimenti ogni paese dà una sua versione, spesso sovranista e cioè privilegiando la sovranità nazionale in con-rapposizione a una comunicazione comunitaria, quale dovrebbe essere per un problema sovranazionale come quello della Mucca Pazza. Gravi sono le conseguenze sull’economia dovute non solo per le misure messe in atto per controllare la crisi, quanto per la paura che scatena crisi di fiducia nelle istituzioni e casi di psicosi, portando anche a immotivati cambiamenti dei consumi alimentari. In conseguenza della crisi della Mucca Pazza l’UE nel 2002 istituisce l’EFSA, l’agenzia sovranazionale che ha il compito di fornire pareri scientifici e informazioni sui rischi esistenti ed emergenti connessi alla catena alimentare.
Nel 2017 in diversi paesi dell’UE nelle uova di gallina, loro derivati e alimenti all’uovo (biscotti, paste ecc.) ci si accorge della presenza Fipronil, una molecola vietata per i suoi effetti negativi sulla salute umana. Con opportune indagini che durano alcuni mesi si scopre che in allevamenti di galline del Belgio e dei Paesi Bassi ha grande successo un insetticida presentato come costituito da vegetali e quindi naturale o biologico, ma nel quale è stato fraudolentemente inserito il Fipronil, insetticida destinato solo ad alcune specie di animali d’affezione. L’incidente è risolto senza danni per la salute dei consumatori, ma anche in questo caso molti sono i danni conseguenti la paura che si scatena in modo incontrollato.
Nei due episodi indicati, come in molti altri casi analoghi, oltre ai danni economici degli incidenti, risultano evidenti i danni della paura che pervade i consumatori e sempre più evidenti sono i rischi di una disinformazione, spesso di tipo sovranista, che in caso d’incidente si scatena nei diversi paesi dell’UE.
Nel quadro della grande trasformazione nei sistemi di comunicazione e d’informazione avvenuta negli ultimi due decenni, con una sempre più larga diffusione di notizie anche false, distorte o utilizzate per fini impropri, alla luce dell'esperienza acquisita in merito la Commissione Europea, con la Decisione di Esecuzione 300 (UE) del 19 febbraio 2019 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea 21 febbraio 2019, ha istituito un piano generale per la gestione delle crisi riguardanti la sicurezza degli alimenti e dei mangimi. Con questa Decisione la Commissione Europea assume un ruolo più incisivo in termini di comunicazione e di coordinamento generale degli Stati membri per evitare le crisi.

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Elaiogastronomia: l’arte culinaria associata alla conoscenza degli oli extra vergine di oliva e del loro corretto abbinamento con le pietanze

Maria Lisa Clodoveo 16 ottobre 2019

L’elaiogastronomia si sta affacciando al mercato della ristorazione offrendo un nuovo segmento di consumo e favorendo la nascita di professionalità nuove, tanto nella brigata di cucina quanto in quella di sala.
Vivere una esperienza elaiogastronomica richiede formazione oltre che un investimento economico, da parte del ristoratore, nella creazione della carta degli oli che necessità dell’acquisto dei migliori oli nel panorama olivicolo nazionale e internazionale. 

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Più verdi e più sani: aree verdi e benessere mentale

Francesco Ferrini 16 ottobre 2019

Se analizziamo gli studi che mettono in relazione la presenza di verde con il benessere mentale, emerge chiaro come le evidenze positive stiano aumentando parallelamente all’affinamento degli studi e al conseguente miglioramento delle conoscenze. Un lavoro pubblicato recentemente su PNAS, la prestigiosa rivista della National Academy of Sciences americana (Engemann et al., 2019), nel quale sono stati analizzati i dati sanitari di oltre 940.000 bambini nati tra il 1985 e il 2003 relativi alle connessioni fra la salute mentale e lo spazio verde che circondava le loro case, ha evidenziato che il rischio relativo di sviluppare un disturbo psichiatrico nell'adolescenza o nell'età adulta era significativamente più alto - dal 15 al 55 percento – per i bambini che vivevano in aree con limitata presenza di verde.

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