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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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Di alberi, uomini e linguaggi Spelacchiati

Fabio Salbitano

Che gli alberi siano organismi di intelligenza eccezionale, lo sappiamo. In questo assunto siamo sicuramente confortati da ricerche, più o meno recenti, che stanno mettendo in luce le loro incredibili capacità organizzative e comunicative. Ma il solo soffermarsi sul fatto che molte delle specie arboree che vivono nei nostri paesaggi contemporanei hanno iniziato la loro storia sul pianeta decine e decine di milioni di anni fa, ci può aiutare a comprendere quanto sia complessa e articolata la loro vita sociale. L’intelligenza degli alberi è profonda e spettacolarmente ricca di linguaggi e possibilità.
D’altronde, parlare con gli alberi è uno dei sogni, forse fra i più antichi, di noi esseri umani: gli individui e le popolazioni della nostra giovanissima specie (qualche centinaia di migliaia di anni, una minima frazione della traiettoria della vita sul pianeta) hanno sempre visto negli alberi simboli e risorse. Ammirazione per questi individui giganteschi e apparentemente eterni, rispetto per la loro prodigalità nel fornire risposte ai bisogni degli uomini. Alberi della vita, del bene e del male, alberi da cui trarre legno, legna, frutti o medicamenti. Oppure più semplicemente, alberi come luogo d’incontro in qualche remoto villaggio. Ammirazione, rispetto, compagnia.
Vorrei riportare due brevi esempi dell’importanza degli alberi nella storia degli uomini e della tensione a trovare linguaggi e sfere comuni. Nelle Finnegans Wake [1], alla domanda su quale sia “il nostro essere sovrano", Yawn descrive 'Oakley Ashe's elm', ossia l’olmo di Oakley Ashe, sintesi generatrice del femminile e del maschile. Ma sappiamo che, in questa sua sorprendente opera, James Joyce inventa continuamente, in una prospettiva polisemica, nuovi termini che sono a loro volta segni, simboli, sintesi. Non è probabilmente casuale che l’albero scelto da Joyce sia un olmo (elm), elemento maschile, ma anche un frassino (ash), raffigurazione del femminile, che poi è anche quercia (oak), albero sacro in gran parte d’Europa. Poco più avanti, nella narrazione - definita intraducibile- delle Finnegans Wake, l’albero si anima di movimenti, nello spazio e nel tempo: le foglie si rinnovano come pagine di lettere, in una concatenazione perpetua di bene e male, dalla notte dei tempi, e i rami danzano, uno e tutti, incontrandosi e stringendosi mani contorte.
Barbalbero (Treebeard), scrive Tolkien [2], è alto quattordici piedi (ossia quattro metri o poco più) e nell'aspetto è simile ad un albero, come tutti i suoi simili. Ha il fisico di un uomo, quasi senza collo, e sarebbe difficile dire se ciò che lo ricopre sia una specie di corteccia verde e grigia, o la sua stessa pelle. Sulle prime gli Hobbit notarono di Barbalbero soltanto gli occhi, occhi profondi che li osservavano, lenti e solenni, ma molto penetranti. Erano marrone, picchiettati di luci verdi.
Due narrazioni, fra le mille e mille possibili, della ricerca di un linguaggio, dell’ansia di comunicazione e di identificazione che gli uomini hanno sempre tentato di instaurare con gli alberi.
Joyce ha impiegato 17 anni per scrivere le 648 pagine delle Finnegans Wake. Curiosamente anche a Tolkien ci sono voluti 17 anni e 1260 pagine per scrivere il Signore degli Anelli, dove Barbalbero prende vita.
Di tutt’altro scrive, divertendosi e divertendoci, Carlo Maria Cipolla [3]. Parla di pepe e di stupidità ma, fra le altre annotazioni, vorrei cogliere un passo dove l’Autore dice che gli Antichi Romani erano notoriamente pratici. E anche parchi. È altrettanto evidente che anche i Nuovi Romani lo siano. In particolare per le parole.
Che c’entra questo?
C’entra, c’entra. Ai Romani sono bastati, infatti, pochi giorni per varare un neologismo dedicato a un albero.

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“Nuove” tecnologie per monitorare l’impatto ambientale sulla vegetazione: la spettroscopia

Lorenzo Cotrozzi

Il cambiamento climatico è ormai riconosciuto come una delle più gravi minacce ambientali, sociali ed economiche che il mondo si trova ad affrontare e le soluzioni al problema sono tanto chiare quanto oggettivamente difficili da raggiungere: ridurre le emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale e adattarsi ai futuri scenari per diminuirne gli effetti sfavorevoli. Vi è poi da considerare il fenomeno della crescita della popolazione globale (che passerà dagli attuali 7,5 a circa 10 miliardi di abitanti nel 2050), con conseguente innalzamento repentino della richiesta agro-alimentare e la contestuale riduzione delle superfici coltivate. Queste sono sfide fondamentali per l’agricoltura e per i processi decisionali delle relative politiche agricole.
E allora rimbocchiamoci le maniche (!), ispirati dalle sempre attuali (seppur ormai ventennali) parole del Prof. Giovanni Scaramuzzi (Patologo vegetale dell’Università di Pisa), casualmente rinvenute durante la stesura del presente contributo: “L’innovazione tecnologica costituisce il «motore» potente dell’agricoltura, anzi di tutta l’economia nazionale. E l’agricoltura deve avere un futuro; oltre alla quantità, qualità e sicurezza degli alimenti, essa ha sulle proprie spalle anche altre pesanti responsabilità, quali la protezione del paesaggio, la salvaguardia dell’ambiente, il contributo alla vita rurale”. Effettivamente, l’innovazione tecnologica in agricoltura sta aprendo scenari e possibilità di cambiamento nella gestione delle comuni pratiche, difficilmente ipotizzabili fino a qualche tempo fa.
Adeguate tecniche di monitoraggio sono necessarie per diagnosticare l’impatto ambientale sulla vegetazione, nonché per valutare l’efficacia delle procedure adottate. I metodi tradizionali, che prevedono analisi fisiologiche e biochimiche di materiale vegetale campionato, possono essere precisi, ma presentano limitazioni, essendo mini-invasivi e/o distruttivi e richiedendo, solitamente, tempo e rilevanti risorse economiche. Approcci alternativi stanno emergendo grazie allo sviluppo di nuovi sensori, all’avanzamento delle capacità computazionali e al miglioramento delle metodologie (l’innovazione tecnologica!). In tale contesto, si inserisce la spettroscopia di vegetazione, una tecnica pratica ed efficace per la valutazione dell’interazione pianta/ecosistema-ambiente.

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Il blog dei Georgofili per i giovani

L’Itinerario Italiano: Lorenzo Baroni e il suo “lavoro in corso”

Luciana Bigliazzi, Lucia Bigliazzi

Dell’arrivo in Accademia di un utile e corposo volumetto dava comunicazione il segretario degli Atti Giuseppe Sarchiani nell’adunanza del 5 marzo 1806, esprimendo compiacimento per il dono ricevuto da parte del suo autore, il georgofilo Lorenzo Baroni, socio ordinario dal 7 luglio 1802.
Si trattava della quarta edizione dell’Itinerario Italiano, uscito anonimo a Firenze presso Niccolò Pagni nel 1800; l’esemplare donato ai Georgofili, corretto e aumentato era stato prodotto sempre a Firenze dagli stampatori Tofani e Compagni nel 1805 ed era acquistabile nel negozio del “mercante di stampe” Niccolò Pagni presso la locanda dell’Aquila Nera.

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I rimboschimenti di pino nero: risorsa o problema?

Orazio La Marca

Il 27 novembre si è tenuta presso l’Accademia dei Georgofili una giornata di studio sul futuro dei rimboschimenti di Pino nero che in Italia interessano circa 136.000 ettari distribuiti in varia misura praticamente in tutte le Regioni. La Toscana secondo l’IFNC (2005) ne ha oltre 11.000 ettari mentre il primato spetta alla Calabria con quasi 40.000 ha.
Si tratta dei risultati di una vasta attività, finalizzata per lo più alla difesa idrogeologica di territori collinari e montani, iniziata dopo il primo conflitto mondiale e proseguita soprattutto dopo l’ultima guerra. Oggi questi boschi si concentrano per oltre i 2/3 nella fascia di età che, secondo la normativa vigente in Toscana, è matura per la rinnovazione.

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