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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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La capitozzatura, brutta e dannosa

Francesco Ferrini

La capitozzatura consiste, come è noto, nel drastico raccorciamento del tronco o delle branche primarie (sbrancatura) fino in prossimità di questo. Tale operazione è una delle principali cause delle cattive condizioni in cui versano molti alberi ornamentali. Il tronco capitozzato viene, infatti, lasciato dal taglio senza difese e così i tessuti, anche nelle specie con buona capacità di compartimentalizzazione, iniziano a morire dalla superficie del taglio stesso verso l’interno. La corteccia, inoltre, viene improvvisamente esposta ai raggi solari, con un eccessivo riscaldamento dei vasi floematici più superficiali, che sono danneggiati. La capitozzatura è, perciò, un’operazione che deve essere evitata ogni volta che sia possibile. Nel caso in cui non esistono alternative, si dovrà operare in modo da ridurre al massimo i danni per la pianta.
I dati relativi agli effetti della capitozzatura sono, tuttavia, di carattere prevalentemente pratico ed empirico, mentre limitati sono i risultati della ricerca a causa del tempo richiesto per l’ottenimento di risultati attendibili e replicabili e dell’impegno economico necessario.
Interessanti appaiono i risultati ottenuti in una sperimentazione pluriennale condotta presso la Fondazione Minoprio su piante di Acero montano sottoposte a diversi tipi di potatura. I risultati indicano che le conseguenze delle potature dipendono in larga misura dalla tipologia di intervento eseguita sull’albero. Le tecniche, come la capitozzatura, che rimuovono la gemma apicale senza lasciare e/o impostare un germoglio che possa diventare il nuovo ramo leader della branca portano a uno sviluppo maggiore di succhioni, che spesso risultano codominanti. Questi crescono velocemente producendo una grande area fogliare nel tentativo di vincere la competizione di quelli vicini e per questo sviluppano foglie molto larghe, ma molto sottili, e ricche in clorofilla, così da massimizzare l’assimilazione carbonica quando le condizioni ambientali non sono limitanti. Il rovescio della medaglia è che questa struttura morfo-funzionale modificata, a causa della ridotta massa fogliare specifica, è molto suscettibile a vari tipi di stress, biotici e abiotici. In un certo senso la potatura fa regredire il ramo potato a un comportamento più pionieristico, che però risulta meno tollerante agli stress ambientali, come evidenziato dall’alta frequenza di disseccamenti osservata nelle branche capitozzate. I germogli da gemme avventizie o latenti che si sviluppano a seguito di questo tipo di taglio risultano uniti più debolmente alla branca genitrice, portando nel tempo a maggiori problemi di stabilità.

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La degenerazione del paesaggio delle ville venete

Tiziano Tempesta

Le ville venete costituiscono una componente fondamentale del patrimonio storico e culturale del Veneto e la loro importanza è stata riconosciuta dall’UNESCO che tra il 1994 e il 1996 ha inserito 24 ville di Andrea Palladio tra il patrimonio dell’umanità. La loro diffusione nel territorio, iniziata nel Quattrocento, ha interessato larga parte della regione contribuendo profondamente alla definizione delle caratteristiche del suo paesaggio. All’inizio del Quattrocento la politica della Serenissima subì un radicale mutamento che la portò nel giro di pochi anni ad estendere i suoi domini all’entroterra, creando un vasto dominio che si estendeva nel Veneto, nel Trentino, nel Friuli e in parte della Lombardia. La nobiltà veneziana acquisì gradatamente vasti possedimenti e investì ingenti capitali nell’agricoltura. Nelle proprietà sorsero delle ville che assunsero la duplice funzione di luogo di piacere e di centro di un’azienda agricola. Nel territorio veneto erano già presenti agli inizi del Quattrocento degli insediamenti nobiliari che presentavano però caratteristiche per certi versi diverse da quelle della villa veneta così come si andarono configurando dalla seconda metà del Cinquecento. Le ville più antiche della nobiltà originaria della terraferma, anche per ragioni di sicurezza, avevano conservato una struttura che rifletteva la loro origine feudale. Le dimore rurali erano generalmente circondate da alte mura e da torrioni che avevano una funzione difensiva dovuta all’insicurezza del territorio circostante. L’affermazione del dominio della Serenissima, da un lato rese più sicuro il territorio facendo venir meno la necessità di tale isolamento, dall’altro estese al territorio regionale l’uso della villa quale luogo di delizie e di riposo. A tale riguardo, un ruolo centrale fu svolto dalla cerchia degli umanisti che si andavano raccogliendo attorno a Gian Giorgio Trissino e alla sua Accademia di cui fece parte Andrea Palladio. Essi ripresero la concezione classica della villa romana di età imperiale vista come luogo di riposo e di riflessione filosofica per il nobile in cui una funzione fondamentale era svolta dal contatto con la natura e con il paesaggio naturale o coltivato circostante. La villa veneta così come si andò configurando nel pensiero e nelle opere di Andrea Palladio divenne perciò una struttura fortemente inserita e integrata nel paesaggio. Secondo Palladio un edificio prestigioso doveva essere ben visibile dalla campagna, ma, al contempo, doveva garantire una buona visibilità del paesaggio circostante sia per ragioni economiche che estetiche. La villa comunque mantenne sempre uno strettissimo legame con l’agricoltura e fu spesso il centro di un’azienda agricola come testimoniato dalla sua struttura architettonica. Al corpo padronale centrale si affiancarono sempre strutture produttive quali le ampie barchesse che servivano per il deposito dei mezzi e dei prodotti e le torri colombare.

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Il blog dei Georgofili per i giovani

La micropropagazione e le tecnologie in vitro al XXX International Horticultural Congress di Istanbul

Maurizio Lambardi

Dal 12 al 16 agosto, presso il Centro Congressi di Istanbul, si terrà il “XXX International Horticultural Congress” (http://www.ihc2018.org), l’evento principe, a cadenza quadriennale, dell’International Society for Horticultural Science (ISHS). Dopo l’eccezionale successo delle ultime due edizioni in termini di partecipazione (Lisbona e Brisbane, rispettivamente nel 2010 e 2014), si hanno grandi aspettative anche per questa edizione dall’ambizioso motto Bridging the World through Horticulture  che si svolgerà in una delle più affascinanti e “dense di storia” città del mondo.

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Scienza e fenomenologia del kebab

Giovanni Ballarini

Da sempre i popoli mangiano carni arrostite e nella Fertile Mezzaluna, circa nel Decimo secolo dell’Era Corrente, i Persiani in uno scritto medico usano la parola kebab per indicare la grigliatura, ma soltanto in tempi recenti, sembra nel XIX secolo, a Bursa, in Turchia, avviene la rivoluzione dello spiedo verticale.

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