Genome editing: un nuovo modo di approcciare l’argomento

Luigi Bavaresco 13 gennaio 2021

Il genome editing, che potremmo tradurre, in ambito agrario, con tecnologia per l’evoluzione assistita (TEA) è una tecnica rivoluzionaria che permette di agire a livello del DNA  facendogli  esprimere delle nuove funzioni ritenute positive per l’uomo, per un animale, per una pianta, per un microorganismo. Nel regno vegetale questa tecnica ha permesso di ottenere piante di interesse agrario, che resistono a malattie, siccità, ecc., ma questa nuova biotecnologia  non è ammessa ovunque. Nell’UE per esempio  il genome editing è assimilato (vedi decisione della Corte di Giustizia europea del 25 luglio 2018) a quelle tecniche con le quali si ottengono gli organismi geneticamente modificati (OGM), che sono di fatto proibiti alla coltivazione. Da un punto di vista scientifico l’ equiparazione tra  genome editing e OGM non è corretta;  gli organismi pubblici, nazionali ed europei però stanno cambiando idea e probabilmente sarà possibile anche in Europa poter sperimentare in campo, e poi coltivare, piante (la vite per esempio) che siano state rese più resistenti a vari fattori di stress biotico  e abiotico: questo nuovo individuo, nel caso della vite, sarà considerato (probabilmente) un clone di quel vitigno, per cui la piattaforma ampelografica di una certa denominazione non cambierà; questo intervento infatti  simula quanto la natura fa normalmente in pieno campo da millenni e che viene valorizzato mediante la selezione clonale.  Il cambio di visione della Commissione europea (da ostile a positiva) è riscontrabile anche dal fatto che il genome editing è stato inserito nella strategia “From Farm to Fork” come strumento  per realizzare gli obiettivi di sostenibilità tracciati dal Green Deal. Le prospettive sono quindi positive, ma per renderle concrete  e utili i paradigmi scientifici da soli non bastano; bisogna infatti  che queste nuove tecnologie si sviluppino all’interno di  una “governance” condivisa (a livello internazionale) non solo dalla comunità scientifica, ma anche dalla società, perché solo così l’innovazione porterà vantaggi a tutti gli attori delle varie  filiere agroalimentari, dai produttori ai  consumatori.

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Arrivederci, non addio, Gran Bretagna

Dario Casati 13 gennaio 2021

Dal 23 giugno 2016, il giorno del referendum sull’uscita della Gran Bretagna (UK) dall’Ue, al 31 dicembre 2020 sono trascorsi quattro anni  e mezzo. Tanto è stato necessario perché si potesse giungere ad un accordo sulle regole che governeranno d’ora in poi i rapporti fra le Parti.
La separazione è avvenuta in due tempi: a fine 2019, con la firma di un Trattato internazionale che definisce le modalità dell’uscita dell’UK dall’Ue e, a fine 2020, con un Accordo commerciale e di cooperazione  entrato in vigore il 1° gennaio 2021 in via provvisoria, in attesa delle necessarie ratifiche. L’Accordo regola tutti gli aspetti concreti della separazione ed è costituito da un volume di oltre 1200 pagine.
Per arrivare alla conclusione le Parti hanno compiuto un defatigante lavoro che, ancora ai primi di dicembre, sembrava sul punto di naufragare per alcune “divergenze significative”che sembravano insanabili. I punti aperti erano tre: le condizioni per una competizione leale negli scambi fra le Parti, le modalità per dirimere contrasti che sorgessero fra di esse e le regole per i diritti di pesca. Come in ogni trattativa, fino all’ultimo il risultato è rimasto in sospeso e ha richiesto passaggi clamorosi come i decisivi contatti diretti fra il premier inglese Boris Johnson e la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’Accordo è stato raggiunto con una volata finale alla vigilia di Natale: il Parlamento inglese l’ha approvato il 27 dicembre, quello europeo il 29 e il Consiglio dei Ministri Ue il 31.
Nonostante i sussulti finali, le questioni in discussione ai primi di dicembre lasciavano intendere che il traguardo fosse in vista. Considerando che l’interscambio totale  fra UK e Ue vale circa 660 miliardi di euro all’anno e i diritti di pesca in acque inglesi 650 milioni, si comprende come non potesse essere un ostacolo insormontabile.

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TUFF e pianificazione forestale

Piermaria Corona 13 gennaio 2021

Il d.lgs. 3 aprile 2018, n. 34 (testo unico in materia di foreste e filiere forestali, TUFF) costituisce la legge quadro di indirizzo e coordinamento in materia di gestione del bosco, le cui finalità sono volte a: “migliorare il potenziale protettivo e produttivo delle risorse forestali del Paese e lo sviluppo delle filiere locali a esso collegate, valorizzando il ruolo fondamentale della selvicoltura e ponendo l’interesse pubblico come limite all’interesse privato”.

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Il metano ti dà una mano

Mauro Antongiovanni 13 gennaio 2021

“Il metano ti dà una mano” era lo slogan pubblicitario di qualche tempo fa, che ci invitava a consumare il metano come fonte energetica, in quanto il meno inquinante fra i combustibili fossili e non fossili. Ma c’è chi, oggi, punta l’indice contro il metano se prodotto dall’apparato digerente degli animali erbivori a partire dalla componente alimentare fibrosa o prodotto dalle fermentazioni vegetali nelle acque delle coltivazioni del riso e rilasciato in atmosfera. Onestamente, il contributo alla diminuzione della concentrazione di gas serra in atmosfera che può venire dalla regolamentazione delle attività agricole appare modesto rispetto a quanto si possa ottenere ponendo un freno all’uso di combustibili fossili nelle centrali elettriche, nella climatizzazione degli ambienti e nei trasporti terrestri ed aerei.

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