Notiziario








Addio al Maestro che scoprì la Xylella

Giovanni Paolo Martelli è stato lo Scienziato che  ha dedicato la  sua vita di studioso ai virus delle piante, un gentiluomo e un grande Maestro. Tra i fondatori della scuola barese di patologia vegetale era conosciuto e stimato in Italia e all’estero.  Ha dedicato la sua vita di studioso  alla salute delle piante, un tema molto sentito dall’opinione pubblica, fonte di alimenti per la sopravvivenza dell’umanità.  Il Professore, stimato anche dai virologi che si interessano della salute umana, ha lavorato in silenzio per decenni con risultati straordinari. Con l’inizio di questo anno ci ha lasciati ,in un momento in cui un nuovo terribile invisibile virus diveniva una grave sciagura per l’intera umanità, purtroppo senza un suo cospicuo contributo per sconfiggerlo.

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Prosecco, viticoltura e salute: accuse infondate

È una delle aree geografiche con le più alte aspettative di vita al mondo e mostra statistiche sanitarie al top per una molteplicità di patologie. Eppure la provincia di Treviso, patria del Prosecco, è una delle più battagliate del Belpaese a causa degli agrofarmaci utilizzati in viticoltura. Se da un lato il successo delle bollicine trevigiane ha portato crescita economica e reputazionale, dall'altro ha infatti inasprito le tensioni fra cittadinanza e viticoltori, accusati questi ultimi di avvelenare il territorio.

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I batteriofagi: una soluzione alternativa agli antibiotici come promotori di crescita in zootecnia?

Non tutti i virus sono nostri cattivi nemici come il Coronavirus tristemente famoso, responsabile della Covid-19, che chissà quando ci permetterà di tornare alla nostra vita di tutti i giorni. Ci sono anche dei virus che non se la prendono con gli animali, ma solamente con batteri specifici. Sono i virus batteriofagi. Se i batteri bersaglio dei batteriofagi sono patogeni per noi e per i nostri animali, come ad esempio i Clostridi o i Campylobacter, i batteriofagi ce ne liberano a tutto nostro vantaggio.

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I vitigni ibridi resistenti alle malattie fungine: l’equivoco dei nomi continua

Come ho già scritto in una nota pubblicata su questa rubrica nel maggio 2019 (http://www.georgofili.info/contenuti/risultato/12385), il problema dell’inquinamento ambientale legato alla coltura della vite è molto sentito in Europa, e la ricerca è ancora oggi prevalentemente orientata  a ridurre l’uso dei fitofarmaci attraverso la creazione di nuove varietà, ottenute da incroci tra la vite europea e varie specie di vite non europee, dotate di resistenza alle malattie fungine.
Questa linea di indagine, perseguita da varie Istituzioni sperimentali, ha portato nel 2015 all’iscrizione nel nostro registro varietale di 10 nuovi vitigni ibridi  da vino bianchi (B.) e neri (N.), ottenuti in Italia dall’Università di Udine con la collaborazione dell’Istituto di Genomica Applicata e dei Vivai Cooperativi Rauscedo. Tali vitigni hanno avuto origine da incroci tra viti americane ed asiatiche, a loro volta incrociati con  varietà di origine francese, ed è noto che mentre a tre di essi i Costitutori hanno attribuito nomi completamente nuovi (Fleurtai, B., Soreli, B. e Julius, N.), agli altri sono stati assegnati i nomi del genitore europeo, integrato da un aggettivo di fantasia  (Cabernet Eidos, N., Cabernet Volos, N., Merlot Kanthus, N., Merlot Khorus, N., Sauvignon Kretos, B., Sauvignon Nepis, B. e Sauvignon Rytos, B.).I vitigni  dell’Università di Udine stanno avendo una buona diffusione nelle regioni in cui sono ammessi alla coltura (Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Veneto e Lombardia), dove le loro qualità si stanno rivelando di ottimo livello anche sotto il profilo della gestione sanitaria, che richiede  solo 2-3 trattamenti annui per la difesa anticrittogamica contro i 12-15 necessari per le varietà di Vitis vinifera
Premesso quanto sopra, è evidente che in generale i  vitigni ibridi di ultima generazione, prodotti in Italia o in altri Paesi, possono essere un mezzo importante per rendere più sostenibile la viticoltura, ma per alcuni di essi non si può dimenticare il  problema legato alla denominazione, poiché utilizzare un vitigno derivato da ibridazione interspecifica che abbia il nome del genitore “noto” può  illudere i viticoltori che la varietà “resistente” sia identica a quella “originale”.
Il problema è molto presente in Francia perché, oltre a quelli italiani, molti ibridi prodotti nel Centro-Nord Europa (Svizzera, Austria, Germania ed Ungheria) hanno utilizzato nomi che richiamano i vitigni francesi usati nell’incrocio e tali  nomi, oltre a creare equivoci, “disturbano” l’immagine “tradizionale” della viticoltura d’oltralpe.

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Pandemia da Covid-19 e agricoltura

Gli inglesi parlerebbero di boring, ma prossimo a diventare annoying, con riferimento al tema della connessione Covid 19, disastri ecologici e, questo non deve mai mancare, agricoltura intensiva. Comunque, bene ha fatto “Georgofili Info” a riprendere l’articolo da Repubblica dell’11 maggio (http://www.georgofili.info/contenuti/la-deforestazione-aumenta-il-rischio-di-nuove-pandemie/15023); esso infatti, mi consente di esprimere, con la necessaria fermezza, una serie di puntualizzazioni su questo malvezzo di riferire ogni disgrazia umana alla deforestazione e all’agricoltura (specie se intensiva).
In primo luogo, i rischi da virus “mantenuti in vita” da animali selvatici sono reali, ma hanno ben poco in comune con la deforestazione, semmai col fatto che sempre più vengono facilitati gli scambi con i mercati umidi (specie in Cina e, guarda caso da lì è venuto il SARS-CoV-2, non dal Brasile) e con i fenomeni turistici più o meno estremi nelle aree naturali, cui – ovviamente – si aggiunge la facilità di diffusione legata alla globalizzazione (come constatiamo ogni giorno in agricoltura con le forme aliene). Per favore, si legga al riguardo “Predicting wildlife reservoirs and global vulnerability to zoonotic Flaviviruses” di P. Pandit et al. (2018) su Nature Communications.
In secondo luogo, pur senza negare un ruolo agli squilibri ambientali, ci si deve render conto che le pandemie non si evitano “bloccando nelle foreste i virus”; anche perché le popolazioni locali fanno “man bassa” di quanto le foreste offrono: quante scimmie ed “altro” affumicati sui banchetti del mercato di Kabinda (RD Congo), dove vado spesso, e quanti turisti arrivano in simili località. Piuttosto ascoltiamo gli esperti e non i presunti tali; essi dicono che vi è la necessità di controlli sanitari per l’identificazione precoce di nuovi patogeni potenzialmente zoonosici nelle popolazioni di animali selvatici, al fine di prevedere interventi tempestivi (Jones et al, 2008, Global trends in emerging infectious diseases, Nature); concetto confermato con parole analoghe da UNEP Frontiers 2016 Report Emerging Issues of Environmental Concern nel capitolo delle zoonosi.

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La irrazionale fobia per un serpente bello e utile

Topi, pipistrelli, serpenti, insetti e altri artropodi sono gli animali che, più degli altri, suscitano in molti un’irrazionale e persistente paura e repulsione. Singolare è quella nei confronti del Colubro leopardiano, Zamenis situla, ritenuto il più bel serpente d’Italia per la sua elegante livrea; il rettile che afferisce alla famiglia Colubridae, nella Magna Grecia, veniva considerato sacro ad Asclepio dio della medicina, delle guarigioni e dei serpenti, ed era venerato, nei santuari dedicati al dio.

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Italia, paese dei maccheroni

Numerosa è la bibliografia sulla pasta, un alimento insostituibile dell’intera popolazione italiana, un’identità collettiva, uno stereotipo accettato con naturalezza da una comunità nazionale, un cibo che ha travalicato i confini del nostro paese. Non molte sono le ricerche storiche e sociologiche ben documentate e approfondite su questo alimento e oggi questa lacuna è colmata dal bel libro Il Paese dei Maccheroni. Storia sociale della pasta (Donzelli Editore, Roma, 2019) di Alberto De Bernardi Professore Ordinario di Storia Contemporanea dell’Università di Bologna e dal quale si possono trarre molte considerazioni.

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Siccità, alluvioni ed erosione del suolo

Nonostante i forti temporali che hanno interessato il nord Italia nella prima metà di maggio, con i conseguenti locali eventi alluvionali, stiamo vivendo la primavera più secca degli ultimi 60 anni. Da gennaio ad oggi il nostro Paese ha ricevuto poco più della metà della pioggia che dovrebbe cadere normalmente.
In effetti l'Italia è un paese che presenta criticità sia per carenza che per eccesso idrico. Sebbene la maggior parte del suo territorio sia interessata da un deficit idrico più o meno accentuato, non mancano aree caratterizzate da un elevato surplus. Da secoli la nostra agricoltura intensiva si è avvalsa di una opportuna gestione delle risorse idriche ai fini irrigui e la raccolta e conservazione delle acque meteoriche è una pratica diffusa e anche molto sofisticata, tanto che attualmente in Italia ci sono circa 8.350 dighe che raccolgono 13 miliardi di metri cubi di acqua.
Se la carenza d'acqua è da sempre un importante fattore che limita la produzione agricola e zootecnica in Italia, si stima che la sua incidenza dovrebbe aumentare con il cambiamento climatico, che si prevede particolarmente negativo nell'Europa meridionale. Secondo l'IPCC, le aree del Mediterraneo rischiano di subire temperature più elevate, maggiore variabilità delle precipitazioni e maggiore frequenza di eventi estremi. Si prevede che nel complesso le precipitazioni saranno più irregolari, con prolungati periodi di siccità associati a precipitazioni di forte intensità, proprio come in questa primavera, che ne aumenteranno l’erosività per il suolo.

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La Golden Power nel settore agroalimentare

L’art. 15 del d.l. 23/2020 ha previsto modifiche significative alla disciplina della Golden Power con l’estensione al settore agroalimentare, coerentemente con le previsioni dell’art. 4, par. 1, lett. c, del Reg. (UE) 2019/452. E’ questa una novità di certo rilievo che riflette la volontà del legislatore italiano di accordare al settore agroalimentare questo particolare regime di protezione, già previsto per altri settori strategici per gli interessi nazionali (i.e. difesa, trasporti, telecomunicazioni, energia), in caso di acquisizione o di investimenti su aziende italiane da parte di soggetti stranieri.
Pur condividendo la necessità di proteggere questo settore, strategico per definizione in ragione dell’attività di produzione di alimenti, che si fonda sull’agricoltura, e fortemente radicato nel nostro Paese con un peso rilevante in termini di produzione ed export, non si possono non sollevare interrogativi e criticità della norma, e ancor più auspici per i successivi interventi legislativi.
La Golden Power, originariamente prevista dal d.l. 21/2012, impone di seguire una procedura di notifiche e di scambio di informazioni sull’operazione con il Governo, e riconosce al Governo stesso particolari poteri di veto in caso di acquisito di partecipazioni societarie o di aziende o rami di aziende, oppure per impedire l'adozione di determinate delibere societarie, atti e operazioni da parte di soggetti stranieri. Timori accresciuti maggiormente dall’epidemia di Covid-19 e dagli effetti economici che si riversano sulle aziende italiane indebolendole ulteriormente ed esponendole ad operazioni speculative da parte di società o fondi stranieri, talvolta anche a partecipazione statale.
Visto il quadro attuale, Il d.l. 23/2020 ha infatti ampliato i poteri di controllo del Governo, potendo questi essere ora esercitati anche su operazioni intra-europee e su acquisizioni di quote di minoranza, oltre che poter essere attivati d’ufficio e persino in caso di mancata notifica. Quest’ultima deve essere effettuata a seguito di una specifica procedura ed entro un termine limitato dalla sottoscrizione di atti e contratti e, in ogni caso, prima dell'esecuzione della relativa transazione ovvero dalla delibera da parte della società. Gli atti compiuti in violazione di tali indicazioni o nel mancato rispetto di tale procedura sono nulli. Nella maggior parte dei casi è altresì prevista una sanzione amministrativa, il cui valore è pari al doppio del valore dell’operazione e comunque non inferiore all’1% del fatturato relativo all’ultimo bilancio depositato dall’impresa, oltre che una serie di misure accessorie.

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L’economia al tempo della pandemia: il vincolo burocrazia

Dopo tante previsioni formulate nei mesi scorsi sulle conseguenze economiche della crisi provocata dalla Covid-19, diverse ma concordi su un calo record del Pil,  nella prima settimana di maggio l’Istat ha reso nota la stima sull’andamento dell’economia nel primo trimestre 2020. Come era logico attendersi il calo calcolato su dati reali è consistente e pari al 4,7% rispetto allo stesso periodo del 2019 ed al 4,8% sull’ultimo trimestre 2019. Su base annua giungerebbe al 4,9%. L’andamento risente del rallentamento degli ultimi 2019 e della dinamica di marzo, con il blocco totale, rispetto a gennaio e febbraio. Il dato relativo all’Ue si traduce in una contrazione del 3,8%.

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La buona televisione. E il valore aggiunto agricolo

Leggo con un po’ di fastidio data la pochezza di argomentazioni scientifiche un articolo di Donatello Sandroni sul rapporto tra agricoltura e televisione pubblicato da Georgofili INFO (http://www.georgofili.info/contenuti/televisione-e-agricoltura-fra-narrazione-e-realt/15003). Ritengo perciò doveroso esprimere, con tutto il rispetto, un diverso parere.

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Nessuna abiura nei confronti degli OGM, ma uno sguardo al futuro

Tutte le conoscenze e tecnologie genetiche applicate alle piante coltivate dal 1900 ad oggi sono state capaci di far progredire l’agricoltura e continuano a far parte della cassetta degli attrezzi dei genetisti agrari.
La SIGA ha sostenuto con continuità e coerenza l’adozione delle piante transgeniche (impropriamente dette OGM) in agricoltura, basandosi sulla solidità dell’evidenza scientifica. Lo ha fatto per più di 20 anni, senza temere di andare, a volte, controcorrente rispetto ai sentimenti dell’opinione pubblica e della politica italiana e europea, dialogando costantemente con l’una e con l’altra in ogni possibile occasione. Come Presidente della Società tengo a ribadire che questa posizione, che ho sempre sostenuto anche personalmente, non è cambiata e che la Società continua a ritenere che sia stato un errore grave e dannoso per l’agricoltura italiana ed europea aver impedito l’impiego di OGM per scelte politiche. Chi analizza i fatti senza pregiudizi ideologici non può non rilevare come la transgenesi abbia consentito di sviluppare varietà di grande successo, quali ad esempio il mais Bt resistente alla piralide, il cui divieto di coltivazione in Italia, perché transgenico, ha penalizzato e continua a penalizzare molti agricoltori italiani.
La necessità di ribadire con forza queste convinzioni deriva da una mia nota apparsa nel Notiziario dell’Accademia dei Georgofili lo scorso 29 Aprile che, a causa di un titolo probabilmente eccessivamente provocatorio, ha dato l’impressione che volessi disconoscere gli indubbi meriti dell’approccio transgenico. Al contrario, volevo manifestare la necessità di evitare che le nuove tecnologie di evoluzione assistita – TEA –, che si stanno proponendo come potenzialmente rivoluzionarie nel miglioramento genetico dell’immediato futuro, non subiscano l’ostracismo di cui sono stati oggetto gli OGM.

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“OGM” “fallimentari”? Parole e fatti

In un suo recente intervento (www.georgofili.info/contenuti/biotecnologie-e-miglioramento-genetico-riuscir-il-genome-editing-dove-hanno-fallito-gli-ogm/14970), il prof. Mario Enrico Pè dichiara il “sostanziale fallimento degli OGM in agricoltura”, adducendo alcuni argomenti logicamente ed empiricamente insostenibili.
La radicale affermazione è che “di fallimento si tratta, nonostante i milioni di ettari coltivati nel mondo con OGM.” Se le parole hanno un senso, “fallimento” significa fallimento: non ci verrà rimproverato se usiamo una mera tautologia, perché ci sembrerebbe offensivo per qualsiasi lettore trascrivere una definizione da un dizionario. La bizzarra proposizione che unisce la nozione di “fallimento” con la diffusione mondiale della tecnologia (solo dove è permessa, benché non manchino casi di vendite sottobanco e contrabbando di sementi transgeniche dove sono proibite) ha già costretto qualche commentatore ad acrobazie semantiche, con espressioni tipo “fallimento di successo” (www.stradeonline.it/scienza-e-razionalita/4208-un-fallimento-di-successo#).
L’autore rileva che “le varietà OGM di successo si limitano all’introduzione di un numero di caratteri che si può contare sulle dita di una mano. Un risultato ben magro per una tecnologia che si proponeva di rivoluzionare il modo di fare miglioramento genetico.“ E’ vero. Non poteva essere altrimenti, visto che la regolamentazione anti-scientifica (Ammann 2014) adottata in molti paesi, in particolare in Europa, e ancor più in Italia, ha imposto agli sviluppatori dei cosiddetti “OGM” – acronimo senza senso, non dimentichiamolo: un ingannevole e tendenzioso meme virale, non un concetto – irragionevoli carichi burocratici e asfissianti restrizioni alla sperimentazione delle colture transgeniche: generando così un oligopolio dovuto al fatto che solo multinazionali con le spalle finanziariamente larghe possono sostenere i costi connessi (Miller e Conko 2003) – aziende che, ovviamente, hanno puntato solo sui tratti commercialmente più redditizi (soprattutto resistenza agli insetti e tolleranza agli erbicidi).
Quindi, dire che “il loro fallimento sia dipeso in buona parte anche dall’incapacità di questa tecnologia di proporre quella gamma di caratteristiche ‘migliori’ necessarie a rendere fortemente desiderabili le piante OGM anche al di fuori dell’agricoltura intensiva” è scorretto: non si tratta di “incapacità della tecnologia”, ma di camicia di forza legalistica imposta (non dappertutto) a chi quella tecnologia voleva svilupparla.

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Non solo Covid-19: l’inquinamento contribuirebbe anche alle patologie neuro-degenerative

La demenza, che comprende sia la demenza vascolare sia il morbo di Alzheimer, è la settima causa di morte in tutto il mondo (i decessi dovuti a demenza sono più che raddoppiati tra il 2000 e il 2015) tanto da arrivare a essere, nel 2018, una malattia da mille miliardi di dollari (totale mondiale di costi diretti) per la quale non esiste ancora una vera e propria cura. Pertanto, la prevenzione primaria di tutte le forme di demenza è una delle principali preoccupazioni globali per la salute pubblica e lo sarà ancora di più nei prossimi decenni.
Per il morbo di Alzheimer, la ricerca ha indagato l’influenza dello stile di vita precedente e i risultati hanno stimato che circa un terzo delle forme con cui si manifesta potrebbe essere attribuibile a fattori di rischio potenzialmente modificabili come il fumo e l'inattività fisica.
Più recentemente la ricerca si è estesa anche sul rapporto fra fattori di rischio ambientale e demenza e un'ampia revisione sistematica degli studi condotti ha evidenziato prove moderate di un'associazione con otto diversi fattori tra cui l'inquinamento atmosferico e la neurodegenerazione e sono quindi necessarie ulteriori ricerche per chiarire del tutto questi aspetti.
Mentre l'inquinamento atmosferico è un fattore di rischio consolidato per le malattie cardiovascolari e respiratorie, il suo ruolo in relazione alla demenza è, infatti, molto meno considerato e compreso. Una recente ricerca pubblicata su Environmental Health (vedi bibliografia) ha associato la vicinanza dell'abitazione a una strada trafficata all'incidenza di demenza non-Alzheimer, morbo di Parkinson, morbo di Alzheimer e sclerosi multipla. Lo stesso lavoro ha mostrato alcuni effetti positivi del verde nei riguardi dell'incidenza della patologia.

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L'economia della pandemia tra speculazioni e monopoli di Stato

Ancora non si sa quando finirà l’emergenza Covid-19 e quali saranno le conseguenze. L’incertezza  e la percezione di un ignoto che spaventa induce a subire  anche ciò che altrimenti sarebbe inaccettabile. Gli esempi non mancano, vediamone due: l’assalto a farina e pasta e  la vicenda delle mascherine.
Quando si profilava la chiusura quasi generalizzata di ogni attività, tranne di quelle necessarie a salute ed alimentazione, si verificò un vero e proprio “assalto” all’acquisto di alimentari. L’istinto di sopravvivenza riemergeva da un remoto passato e spingeva a un comportamento compulsivo nel ricordo del tempo di guerra. Significativamente la lotta al virus è definita enfaticamente “una guerra”. La paura della carestia, descritta da Manzoni in tutti i suoi effetti anche economici, spingeva a scegliere alimenti conservabili come farina, pasta, scatolame, zucchero, sale e l’ortofrutta meno deperibile. Nelle prime settimane roventi la spesa è salita del 28% per poi arretrare al 18%. Tantissimo in tempi normali, ma non abbastanza per compensare il crollo di domanda della ristorazione. Il cibo non è mai mancato, se non per ragioni logistiche, i prezzi sono saliti per i derivati del frumento, le conserve in scatola, mele, patate e carote. Il caso del frumento è stato enfatizzato, anche se l’effetto  su pane e pasta si è sentito poco. Il prezzo del grano tenero in poche settimane è tornato circa ai livelli precedenti, la farina stentava a comparire sugli scaffali per ragioni pratiche, mentre il duro, in salita già a fine 2019, ha proseguito il suo movimento che sembra essersi fermato nelle due prime settimane di maggio. Massimi sui 309-310 €/tonn., superiori agli ultimi due anni, ma inferiori a quelli precedenti. La produzione italiana di grano da tempo non soddisfa la domanda interna che si è rivolta alle importazioni condizionate oggi da problemi logistici dovuti anche ai blocchi degli scambi. La produzione mondiale, le previsioni sui raccolti dell’annata, la prevista debolezza della domanda post crisi e  le dimensioni rassicuranti degli stock hanno frenato le spinte al rialzo. Per il grano, dopo i primi sussulti  più emotivi che razionali,  prevalgono logiche di mercato e prezzi di poco superiori agli ultimi anni, ma inferiori ad esempio a quelli del 2015, in un clima di reazione composta.

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