Notiziario




Rischi in casa per cani e gatti

Cani e gatti fanno oggi parte della famiglia umana nella quale vivono quasi come bambini e se per questi vi sono precauzioni di sicurezza - basta leggere i foglietti d’istruzione dei farmaci, i cosiddetti bugiardini – altrettanto non avviene per gli animali domestici che nelle case dell’uomo rischiano di avvelenarsi più facilmente che se vivessero in libertà. Se nel loro ambiente naturale gli animali hanno sviluppato comportamenti con i quali evitano rischi d’intossicazione soprattutto alimentare, questo non avviene negli ambienti artificiali delle case e dei giardini dell’uomo dove esiste un quasi illimitato numero di alimenti, farmaci, composti chimici nonché piante ornamentali a loro sconosciute e che non possono evitare, quando non è l’uomo stesso causa dell’avvelenamento.
Significativo alla fine del secolo scorso divenne il caso del farmaco Mexaform, un derivato idrossichinolinico largamente usato nell’uomo adulto e nei bambini per la cura delle diarree, e che i proprietari dei cani, soprattutto i medici, quando lo somministrarono al proprio animale per curarlo di una diarrea come fosse un bambino, ne provocarono la morte! Altrettanto pericoloso per i cani ospitati nell’autorimessa di casa è una perdita dell’antigelo dell’automobile che contiene un glicole dolciastro e gradito all’animale, ma molto tossico. Tra le piante ornamentali di casa o giardino, tossiche o irritanti per cani e gatti sono la dieffenbachia, il filodendro, l’oleandro, la stella di natale, l’agrifoglio, il ciclamino, il tasso, l’edera, l’ortensia e l’azalea.

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Segnalazioni in campo zootecnico

Il giornale d’informazione All About Feed del 31 gennaio 2020, che tratta di innovazioni nel campo dell’alimentazione animale a livello mondiale, riporta alcune tecnologie più o meno innovative che vale la pena di segnalare.

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Piantare alberi per combattere il cambiamento climatico, le cose che dovremmo sapere

Secondo uno studio pubblicato su Science il 5 luglio 2019 (Bastin et al.)  piantare alberi su 0,9 miliardi di ettari, un’area pari a quella degli Stati Uniti compreso l’Alaska o della Cina, potrebbe “intrappolare” circa due terzi della quantità di carbonio nell'atmosfera prodotta dalle attività umane dall'inizio della Rivoluzione industriale. 
L’affermazione, fatta sulla base di studi da parte del team di ricercatori del Politecnico di Zurigo, ha attirato l'attenzione di un mondo affamato di speranzose notizie sul clima. Ne è seguito, tuttavia, un dibattito e, secondo quanto sostenuto da altri scienziati sulla stessa rivista scientifica qualche numero dopo, queste cifre eccessivamente piene di speranza potrebbero "fuorviare lo sviluppo della politica climatica". 
L'idea è sicuramente accattivante, semplice e concreta. C'è dunque spazio per piantare, molti, moltissimi alberi, per ridurre la quantità di anidride carbonica emessa naturalmente e/o a seguito delle nostre attività, che altera il clima del nostro pianeta. 
Ai vari proclami e azioni avvenuti negli ultimi tempi, anche susseguenti al succitato articolo, ci sono state, tuttavia, anche reazioni scettiche. Forse troppo scettiche da parte di alcuni esponenti della comunità scientifica ed è indubbio che questo provoca un certo disorientamento nelle persone. Da una parte si dice che piantare gli alberi salverà il pianeta, dall’altra si dice che non è vero, o non lo è del tutto. Allora chi ha ragione? 
Io pianterei alberi dappertutto se potessi ma, ovviamente, la mia volontà e il mio desiderio non necessariamente si trasformano in realtà. Uno sguardo più pragmatico ci dice che piantare alberi è una cosa non solo utile, è fondamentale, ma non è la panacea di tutti i mali. 
Ho pensato di riassumere in questa breve riflessione alcune delle affermazioni e commenti recentemente pubblicati anche su prestigiose riviste scientifiche e sulla stessa rivista, Science, dove è stato pubblicato l’articolo di Bastin et al., e cercherò anche di provare a spiegare il perché di certi eccessivi ottimismi o, all’opposto, dei profondi scetticismi che rischiano di portare, come spesso succede, a uno scontro, anziché al dialogo e all’azione comune.

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Africa: territorio e tecniche innovative compatibili con le aziende familiari

La visione attuale dell’Africa da parte del mondo occidentale non è cambiata negli ultimi decenni e viene spesso evidenziata solo la difficile situazione delle popolazioni e la loro condizione critica del sistema socioeconomico e alimentare. Emerge frequentemente la scarsa considerazione e conoscenza delle reali potenzialità agroindustriali e sociali dei Paesi Africani, che opportunamente definite consentirebbero uno sviluppo economico integrato ed in equilibrio con le risorse ambientali e naturali disponibili sul territorio. La crescita dell’economia dei Paesi africani rimane legata alle origini etniche, storiche e culturali delle popolazioni, le quali, nonostante l’influenza discutibile del periodo coloniale, devono migliorare le loro condizioni con gradualità, basandosi sulle reali ed oggettive competenze locali. 
La professionalità, la capacità operativa e organizzativa, in loco, devono essere adeguate alle tecnologie che vengono messe a disposizione dai Paesi occidentali. Lo sviluppo dei Paesi Africani dipende molto dalla loro volontà di accettare e partecipare al processo di innovazione tecnologica, che deve inserirsi in una società rurale in fase di forte trasformazione. Tale cambiamento sociale non deve essere imposto, come spesso avviene, ma accompagnato tenendo presente l’origine, la storia, le abitudini e tradizioni delle popolazioni per cui gli interventi devono migliorare il loro sistema di vita senza stravolgerlo. In Africa, vengono effettuate dai Paesi Europei, compresa l’Italia, molte azioni umanitarie e di sviluppo socioeconomico nel settore agroindustriale e alimentare. Queste sono presentate e gestite come interventi assistenziali in territori limitati, con scarso coordinamento e non concordati con le Amministrazioni locali e governative, per cui i benefici sulle popolazioni sono limitati. I Paesi africani soffrono l’eccesso di carità e donazioni, che spesso disincentivano la crescita sociale ed economica delle comunità, soprattutto rurali, che aspettano l’aiuto esterno per il vivere quotidiano e non per creare processi innovativi compatibili con la loro base culturale. 
Le esperienze acquisite, positive e negative, dai molti progetti di cooperazione con i Paesi africani, evidenziano le difficoltà operative accompagnate da forme suggestive di informazioni che vengono, a volte, distorte dalla realtà esistente in molte comunità rurali, dove l’agricoltura viene ancora gestita con sistemi tradizionali e con i mezzi tecnici disponibili sul territorio. Assieme a sanità, scuola e formazione, l’agricoltura consente già a molte popolazioni africane di avere una sufficiente disponibilità di cibo, che non sempre raggiunge le tavole delle famiglie in quanto una parte si perde a seguito della mancanza di infrastrutture adeguate, esperienza degli operatori, tradizioni e abitudini alimentari.

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L’anticiclone africano cambia l’Europa

Incendi devastanti e animali in difficoltà in Australia, immagini di dromedari con la gobba imbiancata di neve in Arabia Saudita, fotografie di rose e primule in fiore in Gran Bretagna e in Italia: di tutto questo si sono «riempiti» i media nelle ultime settimane. Ma, nel contempo, abbiamo ancora davanti agli occhi le immagini del novembre scorso, quando il nostro Paese è stato colpito da disastri notevolissimi per precipitazioni molto violente e a Venezia l’acqua alta ha superato ripetutamente valori estremamente elevati, allagando più volte gran parte della città.
Che cosa sta accadendo al clima della Terra? Si tratta di cambiamenti che sono sempre avvenuti o siamo in presenza di caratteristiche nuove, magari attribuibili a una «perturbazione umana» al clima naturale? Si tratta della riproposizione di condizioni già viste in passato, tipiche di una variabilità naturale del clima, o c’è dell’altro? Ebbene, oggi la scienza del clima dà alcune risposte a queste domande.
Dai dati delle stazioni meteorologiche sparse in tutto il mondo, sappiamo che la temperatura media globale della Terra alla sua superficie è aumentata di circa 1° C nell’ultimo secolo. Il trend degli ultimi decenni è confermato anche da misure satellitari. Siamo dunque in presenza di un riscaldamento globale: dobbiamo preoccuparci? Solitamente ci si preoccupa di situazioni nuove, di quanto non si è già sperimentato. Ma la Terra ha vissuto il passaggio tra ere glaciali e periodi caldi, come mostrano i «carotaggi» di ghiaccio in Antartide, e altri momenti di caldo anomalo ci sono stati negli ultimi duemila anni. Alle elementari non ci insegnavano forse che Annibale aveva attraversato le Alpi con gli elefanti e che la Groenlandia è chiamata così perché nel momento della sua colonizzazione era una terra verde (Greenland)? E allora?

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La cimice dei letti

Da alcuni anni, anche nei Paesi occidentali più sviluppati, con sempre maggiore frequenza, si verificano, in abitazioni, alberghi, cinema, teatri, e mezzi pubblici, le perniciose infestazioni di un insetto ematofago, che suscita ribrezzo ma, finora non segnalato quale vettore di malattie umane. Si tratta della ben nota Cimice dei letti, Cimex lectularius, che ha accompagnato l’uomo, e altri vertebrati, nel corso dell’evoluzione. 
L’Emittero, ormai cosmopolita, ritenuto di origine asiatica, era già noto agli antichi Romani e Greci. E' stato recentemente segnalato in Germania, a Berlino. 

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Olio Evo, concluso a Bari il primo congresso internazionale di formazione

Trentacinque ricercatori provenienti da tutto il mondo. Tre giorni di formazione e progettazione. Sei premi alle migliori ricerche scientifiche per sostenere la lunga e tortuosa carriera della ricerca accademica. Un solo protagonista: l’olio extravergine di oliva. Un’atmosfera adrenalinica ha pervaso la terza giornata del Training Congress Evoo Research’s Got Talent, durante il quale si sono sfidati, con lealtà e rigore scientifico, i 35 migliori talenti del mondo esperti di olio extra vergine di oliva, nel corso dell’evento internazionale svoltosi a Bari dal 20 al 22 gennaio 2020.

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Un patto verde per l’Europa, quali conseguenze per l’agricoltura?

L'Unione Europea è determinata a diventare da qui al 2050 il primo blocco regionale climaticamente neutro.
Questo recente annuncio della Presidente della Commissione Europea, già nell'aria al momento del suo insediamento, trova attuazione nel cosiddetto European Green Deal Investment Plan. Il piano di investimenti per un'Europa sostenibile, presentato il 14 gennaio dalla Commissione, ha lo scopo di stimolare investimenti pubblici e l'impiego di fondi privati, grazie agli strumenti finanziari dell'Unione, per circa 1.000 miliardi di euro. 
Secondo la Commissione tutti gli Stati Membri, tutte le regioni e tutti settori economici dovranno costruire questa transizione, ma alcune di queste saranno particolarmente toccate e conosceranno delle profonde mutazioni economiche sociali. A questo scopo il meccanismo per una equa transizione fornirà un sostegno finanziario e pratico, in maniera tale che esse possano aiutare i settori oggetto della trasformazione a superare la sfida climatica.
C'è però un rovescio della medaglia, infatti, anche se questo piano, attraverso un insieme di misure di sostegno diretto di almeno 100 miliardi di euro aiuterà il benessere della popolazione e renderà l'Europa più competitiva, si propone come primo obiettivo di eliminare i sistemi energetici più inquinanti come quelli basati sui combustibili fossili e di conseguenza individuando regionalmente i possibili maggiori beneficiari.
La Commissione, oltre a creare le incitazioni finanziarie che dovranno permettere il successo degli investimenti verdi, provvederà a fornire delle incitazioni regolamentari e aiuterà i poteri pubblici e gli attori del mercato a sviluppare i progetti necessari alla transizione. Tutto ciò lascia intravedere una azione di pungolo e controllo che la Commissione europea svilupperà anche nella messa in opera delle attuali politiche europee, orientandole sempre di più in un senso climaticamente positivo, ma anche rendendola più rigida per l'applicazione dei vari piani di sviluppo nazionali e regionali.
Il piano lanciato la scorsa settimana si propone di finanziare almeno 1.000 miliardi di euro di investimenti sostenibili nei 10 anni a venire, a creare delle incitazioni allo sblocco e al nuovo orientamento degli investimenti pubblici e a fornire un sostegno pratico, aiutando i poteri pubblici e i promotori dei progetti per la realizzazione di progetti sostenibili.

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Sangue vegetale nelle imitazioni della carne

“Cavare il sangue” da una rapa è un antico proverbio che indica un impossibile o non profittevole modo di operare. La rapa è un ortaggio di scarso valore, che non riveste una grande considerazione nella tradizione popolare e dal quale è impossibile pretendere risultati apprezzabili da chi è palesemente incapace di produrli, come può invece essere il sangue inteso come una forza vitale dotata di grande valore gustativo e simbolico. Un’opinione che è oggi sembra essere sfatata dal successo che sta avendo la legaemoglobina (leghemoglobina o legoglobina), una globina di batteri che vivono nelle leguminose dalle quali, anche se non sono una rapa, si ricava un “quasi sangue” o un “sangue vegetale” usato in preparazioni alimentari per vegetariani, vegani e non solo.

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L’essenziale è invisibile agli occhi: Soil4Life

Nel novembre 2017 è stato finanziato dall’ U.E. il progetto Life “Soil4Life, l’essenziale è invisibile agli occhi”, coordinato da Legambiente e che vede come partner beneficiari associati CIA, CCIVS, CREA, ERSAF, ISPRA, SNPA, Politecnico di Milano, Comune di Roma e Zelena Istra. Obiettivo prioritario del progetto riguarda la diffusione della cultura sulla gestione sostenibile del suolo al fine di arginare il consumo di suolo nella sua accezione più ampia che vede al centro del dibattito l’incessante sottrazione di suolo fertile per l’agricoltura, che mal si coniuga con la richiesta da parte delle Nazioni Unite di intensificare le produzioni per azzerare la fame nel mondo.

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Chi paga il conto della sostenibilità?

Ormai quando sento ripetere ossessivamente la parola ‘sostenibilità’ sento puzza di bruciato, dell’ennesimo trappolone. E mi vengono cattivi pensieri. Mi spiego. Dai due giorni del salone Marca a Bologna è uscita una indicazione precisa, basata su dati di fatto inoppugnabili e su un retropensiero non reso esplicito. La marca del distributore (MDD) è ormai una solida realtà economica e di mercato. Vale quasi 11 miliardi di euro di fatturato, con una crescita più di tre volte superiore rispetto a quella dell’industria alimentare italiana negli ultimi 17 anni. Anche la quota di mercato è cresciuta passando dall’11,3% nel 2003 al 19,9% nel 2019 e un ulteriore aumento è previsto nei prossimi anni. Le stime di The European House – Ambrosetti parlano di una quota di mercato della MDD del 25% raggiunta già durante quest’anno. I prodotti MDD sostengono il fatturato delle catene e aiutano le famiglie a risparmiare qualcosa come 2,8 miliardi di euro all’anno. Quindi applausi, visti i tempi grami per i bilanci dei grandi retailer.
L’exploit dei prodotti MDD si coniuga con la crescente sensibilità per modelli di sviluppo sostenibili dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. C’è il pianeta da salvare, il cambiamento climatico da combattere, tutti vogliono cibi più ‘puliti’ e naturali, dall’origine tracciabile, carne prodotta senza ‘drogare’ gli animali, frutta e verdura senza residui chimici, meno plastica, meno sprechi, ecc. Il tutto ovviamente a prezzi più bassi possibili, perché anche i bilanci delle famiglie dei consumatori di questi tempi devono essere ‘sostenibili’.
Il messaggio uscito da Marca in sintesi è questo (lo scrivono loro nei comunicati): “La Distribuzione Moderna è già impegnata nel campo della sostenibilità ambientale e sociale e sta sviluppando nuovi progetti. La sostenibilità è riconosciuta come strategica, vengono definiti obiettivi specifici (quali la riduzione della plastica, la diminuzione delle emissioni, la tutela del benessere animale, la tracciabilità della filiera nei prodotti a Marca del Distributore), sono state create posizioni manageriali dedicate, la filiera è costantemente stimolata a muoversi in questa direzione, con risultati importanti dal punto di vista dello sviluppo dei partner della Marca del Distributore (MDD) e quindi dell’intero sistema produttivo”.
La sostenibilità nella Distribuzione Moderna (DM) è dunque un dato di fatto. Forti di questa sicurezza da Bologna è partito un altro messaggio rivolto alla ministra Bellanova e in subordine a tutto il mondo produttivo. “Dal 2021 lavoreremo solo con fornitori iscritti alla Rete del lavoro agricolo di qualità. Il tema del lavoro in agricoltura è estremamente critico: occorre prendere iniziative per garantire legalità e rispetto dei contratti”, dicono a una voce i n.1 di Coop, Conad-Auchan, ADM e Federdistribuzione. Musica per le orecchie della Bellanova. Alla politica si chiede di fare il suo dovere, di rendere questa legge ‘digeribile’ per le imprese, che finora l’hanno disertata, perché fonte di nuova burocrazia vessatoria.

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Lattemiele, antico dolce di Carnevale

In tutta l’Italia del primo Novecento nei giorni di Carnevale era di consuetudine che le latterie e le pasticcerie offrissero il lattemiele assieme a frappe, sfrappole, galani, chiacchere, crespelle dolci, intrigoni o nelle cialde usate d’estate per i gelati. Il lattemièle denominato anche lattemmièle, latt’e mièle, latte e mièle e, nell’antichità, lattemèle è un dolce composto di panna con miele e il termine è poi passato a indicare la panna montata dolcificata con lo zucchero.

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Produzione di anticorpi monoclonali su larga scala? Il futuro è delle piante *

Gli anticorpi monoclonali (mAb) sono biomolecole molto utili in medicina, biologia e biochimica per la loro capacità di legarsi specificamente e stabilmente a diversi target molecolari sia in vivo che in vitro.  Attualmente, i processi per la loro produzione su larga scala si basano sull’impiego di colture di cellule di mammifero che richiedono investimenti iniziali e costi di produzione piuttosto elevati, così come alti sono i costi operativi e di manutenzione .

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Obiettivi di sviluppo sostenibile

Nella giornata di studio su “La sostenibilità in agricoltura” , svoltasi il 5 Dicembre 2019 all’Accademia dei Georgofili, si è più volte fatto riferimento ai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile concordati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (Sustainability Development Goals – the United Nations). 
Obiettivi, tutti, estremamente importanti, precisi, puntuali e quindi totalmente condivisibili. Questi obiettivi affrontano le principali emergenze a livello planetario e fra queste vi è anche la degradazione del suolo di cui viene fatto accenno non in un obiettivo suo specifico ma all’interno dell’obiettivo 2 “Fame zero” dove, preso atto della rapida degradazione delle risorse naturali, fra cui il suolo, si raccomanda, fra l’altro, un’agricoltura sostenibile e dell’obiettivo 15 “Vita sulla terra” dove viene proposto di “proteggere, recuperare e promuovere l'uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, combattere la desertificazione, arrestare il degrado del suolo e fermare la perdita della biodiversità”. 
Così come sono presenti due obiettivi specifici che riguardano altrettante emergenze e sfide del futuro come l’acqua (Obiettivo 6) e i cambiamenti climatici (Obiettivo 13), forse sarebbe stato opportuno ed efficace dare anche maggiore visibilità al precario stato di salute di questa risorsa inserendo un obiettivo specifico proprio sulla protezione del suolo, per sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica sulla sua importanza. 

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Una riflessione sull’agricoltura sociale

Con Agricoltura Sociale (A.S.), come richiamato dalla legge 18 agosto 2015 n. 141, si intendono le attività esercitate dagli imprenditori agricoli e rivolte a: 1) inserimento socio-lavorativo di lavoratori con disabilità e di lavoratori svantaggiati inseriti in progetti di riabilitazione e sostegno sociale; 2) prestazioni e attività sociali e di servizio per le comunità locali mediante l’utilizzazione delle risorse materiali e immateriali dell’agricoltura; 3) prestazioni e servizi che affiancano e supportano le terapie mediche, psicologiche e riabilitative finalizzate a migliorare le condizioni di salute e le funzioni sociali, emotive e cognitive dei soggetti interessati; 4) progetti finalizzati all’educazione ambientale e alimentare, alla salvaguardia della biodiversità nonché alla diffusione della conoscenza del territorio.
L’A.S. è quindi un insieme di pratiche sociali e di attività agricole che si realizzano nell’ambito della multifunzionalità dell’impresa agricola. Il valore aggiunto dell'A.S. è la possibilità di integrare le persone svantaggiate in un contesto di vita dove il potenziale personale può essere valorizzato. La presenza e le relazioni con i coltivatori, il contatto con altri esseri viventi, sia animali che vegetali, l'assunzione di specifiche responsabilità sono alcune delle caratteristiche chiave delle pratiche riabilitative determinate dall'A.S.
L'A.S. rappresenta anche una nuova opportunità per gli imprenditori agricoltori di portare avanti servizi connessi, ampliando e diversificando lo scopo della loro attività e del loro ruolo nella società. L'integrazione tra pratiche agricole e servizi sociali può anche permettere nuove forme di guadagno per gli imprenditori agricoli, migliorando allo stesso tempo l'immagine dell'agricoltura nella società e favorendo lo sviluppo di nuove relazioni tra cittadini rurali e urbani. Per introdurre nel mondo produttivo persone che esprimono disagio sociale o disabili occorre cercare di mantenere, valorizzare e integrare le caratteristiche e le peculiarità del settore agricolo e di quello sociale, che si devono incontrare per raggiungere questi obiettivi. 

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Festeggiare il Natale addobbando un albero (vero)

Ogni anno, con l’approssimarsi delle feste natalizie, c’è qualcuno che si sente offeso dall’usanza di addobbare, in casa o in una piazza, un albero. Questa volta è  stato il “Corriere della Sera” a dedicare un ampio spazio all’addobbo con luci “sceme” di piante maestose coltivate in boschi più o meno lontani dal luogo di esposizione. Ci si chiede quale diritto abbiamo di abbattere gli abeti per festeggiare il Natale, quale diritto abbiamo di ..”sradicare un albero dalla sua foresta….e poi buttarlo in una discarica” (Cfr. Corriere della Sera, 13 dicembre 2019).
Fortunatamente, per il rispetto della diversità di opinioni, sempre sullo stesso quotidiano si informano i lettori che l’albero di Natale vero, dal punto di vista della sostenibilità batte quello sintetico.

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Lotta alla cimice asiatica: dalla difesa integrata la soluzione sostenibile

La Cimice asiatica o Cimice marmorizzata marrone, Halyomorpha halys (Stål) rappresenta per l’Italia solo la più recente tre le emergenze fitosanitarie derivanti dall’accidentale introduzione di specie animali esotiche. Questo è un fenomeno globale che negli ultimi decenni si è drammaticamente intensificato, prevalentemente a causa della vorticosa e per molti aspetti incontrollata circolazione di merci e persone. Come purtroppo spesso avviene, la presenza di queste specie esotiche nei nuovi areali risulta particolarmente oneroso sia a livello economico che ecologico; infatti, il loro arrivo rende spesso necessario il ricorso ad interventi insetticidi intensivi, con inevitabili conseguenze negative di natura ambientale, tossicologica e tecnica. Tali effetti indesiderati possono mettere a serio rischio non solo la salute degli operatori e dei consumatori ma anche l’equilibrio biocenotico degli agroecosistemi e gli ambienti naturali ad essi prossimi. Tutto ciò può drasticamente compromettere consolidati programmi di difesa ecosostenibile che ormai da anni si adottano in Italia nel rispetto dei principi del controllo integrato delle colture e dell’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari.
Tale è l’obiettivo principale della direttiva 2009/128 /CE, recepita in Italia con il decreto legislativo n.150 del 14 agosto 2012, che ha istituito un riferimento normativo europeo ai fini dell'utilizzo sostenibile dei pesticidi. In Italia, come negli altri stati membri, l'attuazione di tale direttiva ha previsto l’adozione di un Piano di Azione Nazionale (PAN) regolato dal Decreto Interministeriale 22 gennaio 2014. Questa norma promuove la difesa a basso apporto di prodotti fitosanitari delle colture agrarie, riducendone così i rischi e l’impatto sulla salute umana e sull'ambiente e sostenendo l'uso della gestione integrata dei parassiti (IPM) mediante tecniche alternative al controllo chimico.

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Gli sforzi della ricerca per mitigare l’impatto degli allevamenti sul clima

Ultimamente sono state pubblicate su questo notiziario diverse note sull’impatto degli allevamenti sul clima. Ultima quella del Prof Tredici che fa un’analisi articolata e documentata dell’impatto della zootecnia sui cambiamenti climatici e, in definitiva, sulla qualità della vita. (Si veda: http://www.georgofili.info/contenuti/risultato/14722 e http://www.georgofili.info/contenuti/risultato/14735).
Come non dare ragione a chi sostiene che l’allevamento animale ha negli ultimi decenni contribuito, in modo diretto e indiretto, all’incremento della produzione di gas serra con tutte le conseguenze negative che questo comporta. Secondo le statistiche più diffuse, l’agricoltura è responsabile del 24% delle emissioni di gas serra a livello globale, di queste l’allevamento dei ruminanti lo è per quasi due terzi (http://www.fao.org/3/a-i6340e.pdf). Però le statistiche, a seconda delle fonti, su questo argomento riportano i dati più disparati. E si sa, le statistiche sono soggette ad interpretazione; secondo un diffuso aneddoto, se il 30% degli incidenti stradali è dovuto all’uso di alcol vuol dire il 70 % è causato da guidatori sobri, quindi meglio bere prima di mettersi alla guida.
Facezie a parte, occupandomi di zootecnia ormai da diversi anni mi viene naturale prendere le difese del settore, magari citando le argomentazioni di chi nega questo impatto negativo, ma argomentare con numeri e percentuali è una battaglia poco costruttiva. I dati statistici hanno il pregio della sintesi, ma possono essere usati - in modo inoppugnabile - sia per sostenere che per controbattere una tesi.
Quindi nessun dato riportato dalle note pubblicate su questo argomento è contestabile, e sono d’accordo quando si dice che per risolvere, o attenuare il problema, bisognerebbe mangiare meno carne e seguire modelli di allevamento più sostenibili e rispettosi dell’ambiente. A questo proposito consiglio la lettura di un’interessante e recente rassegna di Tullo et al, (2019), che tra le strategie di mitigazione dell’impatto che la zootecnia ha sul clima, riporta quanto affermato da Kaufmann (2015) secondo cui le soluzioni possibili sono riconducibili, molto sinteticamente a: 1) miglioramento dell’efficienza delle produzioni; 2) innovazione nella gestione dell’allevamento e della produzione del letame (Zootecnia di Precisone); diminuzione della domanda di prodotti animali (Herrero et al., 2016). Quest’ultimo punto, sicuramente condivisibile, sembra però non compatibile con l’innegabile aumento globale di “fame” di proteine animali (Rojas-Downing et al., 2017) e che avrebbe, eventualmente, risultati a lungo, lunghissimo termine.

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