Notiziario








Stiamo sottovalutando la terribile minaccia della antibiotico-resistenza acquisita (Acquired Microbial Resistance, AMR) da parte dimolti batteri patogeni?

L’impiego indiscriminato degli antibiotici anche, e soprattutto, quando non servono, come nella terapia delle infezioni virali o il loro abuso, come nel caso dei mangimi nell’alimentazione degli animali in produzione zootecnica, ha portato ad una situazione che molti scienziati non esitano a definire tragicamente allarmante su scala globale. Infatti, sono ormai molti anni da che è stato lanciato l’allarme della comparsa di batteri patogeni, come le Salmonelle o i Clostridi, ormai divenuti resistenti agli antibiotici. La conseguenza è che molte patologie non sono più controllabili e spesso hanno esito letale nelle persone più deboli, come gli anziani.

Leggi


Paparazzi del piatto e pornografia alimentare

Fotografare i piatti è una moda e i Paparazzi del Piatto sono coloro che compulsivamente mettono le loro foto di piatti su Facebook, Pinterest, Instagram inondando l’universo mondo informatico con Food Porn, un termine che non indica filmini hard dove il cibo fa da sfondo a scene di sesso, ma che identifica un cibo da mangiare soprattutto con gli occhi e che è presentato su riviste patinate o libri di cucina con fotografie di piatti che alla sola vista fanno venire l’acquolina in bocca.
Pornografia Alimentare è un altro termine che è attribuito a immagini di torte al cioccolato, arrosti succulenti, pastasciutte traboccanti sugo, salumi che sembrano emanare profumi meravigliosi e suscitano immagini di territori incontaminati, che non hanno niente da invidiare alle ragazze di copertina delle riviste. In entrambi i casi i termini di "Food Porn" e "Pornografia Alimentare" fanno riferimento al significato originale della parola greca porné che significa vendere e in questo caso indica l’uso dell’immagine per vendere un cibo o un piatto indipendentemente dai suoi valori nutrizionali, simbolici e quant’altro e quando la componente visiva supera di gran lunga quella del giusto e corretto consumo alimentare.
Come tutte le novità, fotografare il cibo per alcuni è divenuta una passione, un’ossessione, un disturbo comportamentale o mentale, se non una malattia. Con le foto dei piatti si può passare al collezionismo e alla condi-visione d’immagini dei piatti più gustosi con gli amici od altri tramite la rete informatica. Fotografare il cibo è un fenomeno complesso. Se si fotografa il cibo è perché lo si apprezza e si vuole condividerlo con altre persone e in questo senso aiutano molto i social network dove esistono siti dedicati al Food Porn dove le foto del cibo generano il cinquanta per cento in più di condivisioni rispetto alle foto della moda e dello stile. La mania di fotografare i piatti al ristorante non riguarda soltanto i giornalisti enogastronomici e i blogger, ma anche la gente comune e vi sono ristoratori che vietano di fotografare le pietanze ordinate per impedirne una riproduzione, ma vi sono anche ristoratori che gradiscono la fotografia perché la ritengono o ininfluente o una forma di pubblicità alla loro cucina.
L’ossessione digitale da cibo segnala un disturbo soprattutto quando l’aspetto di cosa si mangia è più importante della nutrizione e il cibo diventa un’ossessione, il centro della vita sociale e comunicare più importante del mangiare stesso. Mostrare e diffondere immagini di piatti prestigiosi, da parte di alcuni può anche essere il segno della rappresentazione di un proprio potere, economico o sociale. Su questo comportamento stanno riflettendo gli psicologi che indicano come una malattia psichiatrica compare quando le immagini del cibo divengono la principale se non l’unica cosa che si fa su Internet e quando l’utente diventa monotematico escludendo tutte le altre componenti dalla sua condivisione di informazioni.

Leggi


“Provando e riprovando”: alcune domande rivolte alla Scienza

L’articolo apparso la scorsa settimana a firma di Amedeo Alpi – La grande nebulosa del “vero o falso” ha inglobato anche la Scienza – ha messo il dito nella piaga. Con la sensibilità e l’esperienza da appassionato uomo di Scienza, Amedeo ha raccolto le sollecitazioni di due sociologi di Stanford: è ormai un dato di fatto che il cambiamento epocale che sta attraversando il nostro mondo ha travolto anche quello che sembrava inviolabile baluardo del “vero”, la verità “scientifica”. Il “rapporto fiduciario” che per secoli ha tributato alla prova scientifica il sigillo di inoppugnabilità non esiste più nell’opinione comune e la “polarizzazione ideal-politica” che occupa l’intero spazio del vivere civile ha ormai oltrepassato la soglia anche della dimostrazione sperimentale.
Credo che l’invito di Alpi a non trascurare questi nuovi fenomeni sia fondamentale. Mi permetto perciò di raccogliere la sollecitazione, condividendo qualche osservazione per allargare la discussione. Sono uno storico e mi è quasi inevitabile riformulare il problema da un altro punto di vista, che cerco di esprimere attraverso alcuni interrogativi. Mi domando ad esempio: al di là degli (incalcolabili) effetti dei nuovi strumenti di comunicazione – i citati social media – che cosa ci segnalano questi nuovi crescenti fenomeni? È sufficiente una controinformazione adeguata? Basta reclamare le prerogative delle “verità scientifiche”?
Comincio dicendo che le forme di manipolazione esistono da quando esiste il mondo. Del resto, se a detta di molti gli animali sono come gli uomini, in realtà c’è almeno qualcosa che distingue gli esseri umani: sanno mentire. Il Novecento è stato certamente l’apogeo delle falsificazioni, ampiamente documentato dalla famosa fattoria di George Orwell. Tuttavia, ciò che abbiamo riscontrato è che il falso deve sembrare vero, come sanno bene i falsari. La virtù del falso sta proprio nella sua verosimiglianza, nel suo riflettere le aspettative generalmente condivise.

Leggi









La fillominatrice del Farinello bianco: "Microsetia sexguttella"

Una delle piante più diffuse, sia in ambiente urbano che nei terreni incolti, è il Farinello comune, Chenopodium album, pianta erbacea annua, polimorfa, che fiorisce da maggio a settembre e dai semi gli Atzechi ricavavano una farina, con caratteristiche simili a quelle della congenere Quinoa (Chenopodium quinoa). Le foglie alterne, lanceolate o romboidali, ricordano la forma della zampa di un’oca, da cui il nome assegnato al genere e, similmente a quelle di altre Chenopodiacee (Spinaci, Barbabietola) sono eduli e sono il pabulum prediletto delle larve dei Lepidotteri Nottuidi Trachea atriplicis e Lacanobia oleracea, nonché del microlepidottero Microsetia sexguttella.

Leggi


Miele pazzo

Con l’avanzare del commercio mondiale e soprattutto con il commercio elettronico è necessario conoscere la provenienza del miele, anche con un’analisi dei pollini e tramite un affidabile sistema di tracciabilità che permettano di garantire il tipo di nettare usato dalle api, soprattutto per evitare incidenti tossici da miele pazzo.

Leggi


La grande nebulosa del "vero o falso" ha inglobato anche la Scienza

Anche in Italia, come in molti altri contesti del mondo, si sta ragionando su di un tema che solo alcuni anni fa sarebbe stato impensabile: le informazioni false in ambito scientifico. Il problema non era del tutto sconosciuto, ma certamente era assai contenuto rispetto al dilagare delle informazioni di oggi che hanno messo sotto accusa la scienza e, soprattutto, hanno contribuito a destituire l'attività scientifica di ogni pretesa di verità oggettiva. Il dato scientifico viene criticato e sottoposto a dileggio come qualsiasi altro. Siamo quindi di fronte ad una "fine della scienza"? Il dato scientifico è opinabile di per sé, senza ricorrere alla faticosa dimostrazione sul piano sperimentale? Cosa è avvenuto di così importante da rompere un rapporto fiduciario che ha resistito per secoli? Sono alcuni degli interrogativi che Shanto Iyengar della Stanford University (California) e Douglas S. Massey della Princeton University (New Jersey) si sono posti, elaborando l'articolo che è apparso su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) del 26 novembre 2018.
Il titolo del loro lavoro è chiaramente esplicativo: "Scientific communication in a post-truth society" *. In altre parole, la nostra società è ormai proiettata a "superare o andare oltre" la verità; per questo motivo la comunicazione scientifica ne deve tener conto.
Abbiamo sostenuto, per molti anni -sin dalla fine degli anni '80 del secolo passato- che i ricercatori dovevano imparare a comunicare al pubblico i loro risultati, affinché alcune grandi tematiche a forte componente scientifica, ma di interesse generale, fossero ben comprese da tutti. Questo aspetto rimane valido, ma si è aggiunta una nuova questione che, se vogliamo, rende ancora più arduo il problema; si tratta della volontà di alterare la veritiera comunicazione dei fatti, così come praticato, con una certa frequenza, sia dai mezzi di comunicazione che da parte della politica, negli ultimi trenta anni. La domanda diviene pertanto: cosa è accaduto, durante gli anni '80, di così rivoluzionario da non consentire più un controllo adeguato sulla verità delle notizie comunicate? Nell'articolo citato l'accadimento fondamentale, negli USA, è rappresentato dall'affermazione delle TV via cavo e dal moltiplicarsi dei "Talk show". Contemporaneamente cessa il controllo, da parte della Commissione Federale per le Comunicazioni, sui programmi televisivi e radiofonici che vennero pertanto liberati dal vincolo di essere "factual and honest".
A partire dagli anni '90 anche Internet è diventato uno dei maggiori fornitori di notizie e informazioni e la sua influenza sul pubblico è stata amplificata dalla nascita dei "social media" come LinkedIn, Facebook, YouTube, Twitter, Instagram, Snapchat. A seguito di questi eventi è stato reso disponibile, a chiunque avesse accesso alla rete, un numero incalcolabile di dati e notizie, talmente elevato da rendere molto difficile -se non impossibile- la verifica della loro veridicità.

Leggi









L’olivicoltura in Toscana: fra passato e futuro

L’olivicoltura toscana da alcuni anni sta vivendo una profonda trasformazione legata ad un passaggio generazionale che vede il progressivo abbandono di vecchi oliveti locati in aree orograficamente svantaggiate ed un aumento di nuovi impianti in terreni dove, fino ad alcuni anni fa, veniva preferita la coltivazione di colture erbacee quali il frumento.

Leggi


Ruolo delle tecnologie e dell’Enologo nella produzione dei vini naturali

I Vini Naturali stanno riscuotendo un crescente interesse presso i consumatori più esigenti. Tale interesse può essere attribuito sia a fattori culturali ed emotivi (ritorno alla natura, origine da uve da coltivazioni biologiche e/o biodinamiche), sia al fatto che, effettivamente, alcuni vini naturali presentano caratteri sensoriali unici, non riscontrabili nei vini tecnologici o convenzionali.
Non esiste ancora un regolamento europeo di produzione dei vini naturali ma una Carta d’Intenti sottoscritta da diversi vignaioli italiani. Le regole del protocollo dei vignaioli italiani dei vini naturali sono ispirate a quelle della più antica confederazione francese: l’Association des Vins Naturels.

Leggi


Otto fasi per incrementare il carbonio nel suolo per mitigare i cambiamenti climatici e per la sicurezza alimentare

Il contenuto di carbonio nel suolo è oltre due volte quello contenuto nelle piante e altre biomasse ma, oltre un terzo dei suoli del mondo sono ormai degradati, limitando pesantemente la produzione agricola e riversando nell’atmosfera 500 gigatons (500 miliardi di tonnellate) di anidride carbonica: una quantità equivalente al carbonio stoccato da 216 miliardi di ettari di foreste. Questi sono dati veramente allarmanti sia in termini di degradazione ambientale, sia in termini di cambiamenti climatici ma ignorati dalla grande massa dell’opinione pubblica e largamente sottovalutati dai decisori politici e dai governi di quasi tutto il mondo. Per questo l’International Union of Soil Sciences, di cui fa parte anche la Società Italiana della Scienza del Suolo, si sforza di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso varie iniziative come, ad esempio, la proclamazione del “International Decade of Soils 2015-2024” e, a proposito di emissioni di gas serra, ha recentemente suggerito di impegnarsi formalmente ad aumentare gli stock di carbonio organico nel suolo attraverso il coordinamento e le attività relative alle seguenti otto fasi:
1.    Limitare le perdite di carbonio – Proteggere le torbiere (molto diffuse in larghe aree nel mondo come, ad esempio, nell’Europa Settentrionale) attraverso l'applicazione dei regolamenti contro gli incendi e il drenaggio. Altrettanto importante è la prevenzione degli incendi delle foreste;
2.    Promuovere l’assorbimento del carbonio – Individuare e promuovere le migliori pratiche per la conservazione del carbonio in modi adatti alle condizioni locali, anche attraverso l'incorporazione di residui colturali, rotazioni, colture di copertura, agroforestazione, lavorazioni in traverso in ambienti collinari (evitare le lavorazioni del suolo a rittochino), terrazzamenti, piante fissatrici di azoto e irrigazione;
3.    Monitorare e verificare gli impatti – Tracciare e valutare gli interventi con protocolli e standard armonizzati basati sulle conoscenze scientifiche;
4.    Diffondere la tecnologia – Utilizzare le opportunità high-tech per un monitoraggio più rapido, più economico e più accurato delle variazioni di carbonio nel suolo;
5.    Strategie operative – Determinare cosa funziona nelle condizioni locali utilizzando i modelli e una rete di siti sul campo;
6.    Coinvolgimento delle comunità – Integrare le conoscenze dei cittadini con quelle scientifiche per raccogliere dati e creare una piattaforma online aperta per la condivisione;
7.    Politiche coordinate – Integrare il contenuto del carbonio nel suolo in linea con gli impegni nazionali sul clima dell'accordo di Parigi e altre politiche sul suolo e sul clima;
8.    Fornire supporto – Garantire agli agricoltori assistenza tecnica, incentivi, sistemi di monitoraggio e tasse sul carbonio per promuovere un'implementazione diffusa.

Leggi


La cultura del bosco: tradizione e modernità

Il tema proposto non è affatto semplice e di non facile sintesi. Ho chiesto aiuto al dizionario della lingua italiana Devoto – Oli in cui la cultura si identifica nel complesso delle acquisizioni spirituali di un ambiente determinato ovvero la sintesi armoniosa delle cognizioni di una persona con le sue esperienze. Trasferendo questo concetto al soggetto bosco mi sono chiesto: l’ambiente determinato, cioè il bene comune bosco, ha fornito e fornisce ancora acquisizioni e cognizioni spirituali capaci di creare la sintesi armoniosa tra conoscenze, esperienze e sensibilità?
Vedo quella sintesi spirituale attraverso la selvicoltura che rappresenta la scienza impegnata nell’individuazione del più armonioso compromesso tra uso (beni e servigi) e conservazione delle funzionalità dell’ecosistema bosco, nell’ambito di un’accurata analisi della dinamica degli stadi evolutivi di questo.
L’uomo si è arricchito, in funzione delle conoscenze del momento, nella comprensione del ruolo della foresta che, con la sua presenza ed il suo uso, recava servigi e benefici al proprio benessere ed alla propria sopravvivenza. Questo arricchimento è indispensabile, oggi più che mai, per la corretta gestione di un territorio così variegato per le condizioni eco-stazionali, per le tipologie forestali, per quelle socio-economiche che sono tra loro interconnesse, caratterizzanti un’area come quella in cui la foresta modello è inserita in toscana.
Desidero riprendere alcuni spunti da quanto scritto da William Bryant Logan (arboricoltore, paesaggista, storico) nel suo libro La quercia. Storia sociale di un albero. A questo albero (genere quercus) è stata attribuita massima importanza in quanto capace di insegnare all’uomo i segreti della selvicoltura. Nel volume ne viene narrata la sua socialità intrinseca e come rappresentante di tutti i boschi, è individuato come idiotipo dell’espressione massima del rapporto di socialità tra l’uomo ed il bosco in quanto manifesta forse la massima flessibilità d’uso mostrando, nella non specializzazione, la sua specialità.  
Nel passato quasi tutto ciò che serviva all’uomo, la casa e la città, il carro, l’aratro, la nave, il barile era realizzato con il legno. Ma nel bosco era riposta anche la spiritualità in quanto regno delle forze del bene e del male, scrigno dei simboli di fertilità e di morte, luogo sacro sede di oracoli ed incantesimi. In effetti i rapporti uomo/foresta sono stati e lo sono ancora oggi, molto contrastanti.

Leggi









Post-verità in tavola

Post-verità o post-truth o “oltre la verità” è la parola dell’anno 2016 dell’Oxford English Dictionary e identifica una notizia che, spacciata per autentica, sarebbe in grado di influenzare una parte dell'opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico e questo toccando emozioni o sollevando pregiudizi. Infatti l’Enciclopedia Treccani definisce post-verità un’argomentazione caratterizzata da un forte appello all’emotività che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica. Sebbene questo fenomeno abbia origini antiche, attraverso la pubblicità e i social media la possibilità di diffusione di questo tipo di falsità disinformativa è aumentata in modo esponenziale coinvolgendo anche argomenti delicati come l’alimentazione.

Leggi


Non basta la coscienza ambientale. Non c’è cambiamento senza conoscenza

In questi giorni mi ha colpito una citazione di Pasolini, sentita in radio, che poi ho scoperto essere errata pur se, in quel momento, suonava perfetta, tanto che, parafrasandola l’ho scelta come titolo di questo articolo. Nel cercarla, mi sono imbattuto in un’altra sua citazione: «La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà» (da I giovani infelici. Lettere luterane, 1975). Pur essendo stata scritta 42 anni fa questa frase mi è parsa straordinariamente attuale.

Leggi


Vini naturali: informazioni per i consumatori

Fino a 10 anni fa era impensabile parlare di vino naturale come di un prodotto che poteva fare tendenza sul mercato, oggi, invece, se ne parla ovunque ed è sicuramente una di quelle tendenze che riescono a muovere masse e mercati.  Ma quali sono le informazioni che hanno i consumatori sui vini naturali?
E’ lecito porsi questa domanda quando si tratta di un argomento che è spesso controverso. Da qualche anno, infatti, tra gli addetti ai lavori è in corso un dibattito sulla correttezza o meno di affiancare il termine naturale alla parola vino. Poiché non esiste una normativa che disciplina la materia, accostare al vino il termine naturale, può contribuire a rendere poco chiare le idee al consumatore e rischiare, invece, di render banale tutto il lavoro, la dedizione e le convinzioni etiche che ci sono dietro la produzione di questi vini.
Una definizione non troppo semplice, ma che neanche rischi di banalizzare l’argomento, può aiutare a delineare il campo: un vino è naturale quando per ottenerlo, l’intervento dell’uomo sia in vigna che in cantina, si limita al minimo indispensabile.
La produzione di un vino naturale vuole essere l'espressione naturale di un terroir, di un gusto che deriva da una vinificazione avvenuta in maniera del tutto naturale.  Un vino è naturale quando viene realizzato partendo dalla produzione di uve biologiche, mediante fermentazione spontanea del mosto, senza aggiunta di altre sostanze, fatta eccezione, eventualmente, per piccole quantità di anidride solforosa; i trattamenti sono ridotti al minimo ed impiegati solo se strettamente necessari o, addirittura, non impiegati affatto. È quindi in vigna che nasce il vino naturale, stimolando la crescita delle piante senza forzarne la produttività ed aiutando il terreno a mantenere la propria naturale fertilità. E’ sostanzialmente un ritorno ai metodi di vinificazione dei nostri avi prima che l’avvento della tecnologia contribuisse, da una parte a semplificare il lavoro dei viticoltori, ma dall’altra a determinare il verificarsi di alcuni difetti, come l’appiattimento del sapore e la perdita di carattere.
Il consumatore oggi, di fronte al continuo bombardamento mediatico che tratta allo stesso modo i vini naturali, biologici e biodinamici, certamente, se non è un consumatore esperto dell’argomento non può che trovarsi di fronte ad una grande confusione che si ripercuoterà, inevitabilmente, sulle sue scelte e sulle sue convinzioni, giuste o sbagliate che siano.

Leggi


Fuksas e i platani

Alla domanda “Qual è la sua paura più grande oggi?” la risposta di Massimiliano Fuksas ("Panorama", 21 novembre 2018, p. 70) è stata chiara: “Che mi cada in testa un platano sul Lungotevere”. Parole che impongono una profonda riflessione sul ruolo del verde urbano e sulla sua percezione da parte del cittadino.
In realtà gli alberi dei lungotevere sono piante maestose, autentici protagonisti tra i 330mila esemplari capitolini, ormai secolari, spettacolari in ogni stagione, destinati a ingentilire gli argini del fiume e, con i loro rami cadenti, “velare il biancore sfacciato dei nuovi muraglioni”, sì da rappresentare una delle classiche immagini associate alla Città Eterna. Geometrie naturali che, con le loro foglie, i rami, i giochi di luce, il rumore del vento, offrono al cittadino e al turista scorci sempre diversi, in quella che originariamente era destinata a rappresentare la passeggiata dei romani nella neonata Capitale (salvo trasformarsi nel tempo in mero caotico asse di trasporto), ma anche protagoniste delle più iconiche scene del cinema moderno. Presenze fondamentali nel magico panorama tiberino, essenziali per i loro servizi ecosistemici, ma al tempo stesso oggetto di polemiche e fonte di preoccupazione, questi platani. Scarsità di personale, mezzi e risorse economiche; incuria, carenze di manutenzione e scelte tecniche imbarazzanti (come non ricordare l’asfaltatura che ha ricoperto il marciapiede sino al colletto?); ambiente ostile (traffico, condizioni pedologiche pessime e asfissia radicale in primo luogo); traumi e lesioni quotidiane di varia natura a fusto e radici: sono questi i principali fattori che rendono difficile la vita degli alberi urbani, in perenne stato di emergenza. A ciò si aggiunga un vero killer del platano, il microfungo fitopatogeno Ceratocystis platani, agente del cosiddetto “cancro colorato”, il cui vettore fondamentale è … l’uomo con gli interventi di potatura con attrezzi infetti! La malattia è da tempo presente nei lungotevere e, nonostante sia tenuta sotto costante osservazione dal Servizio Fitosanitario Regionale, rischia di causare un’ecatombe in tempi rapidi.

Leggi






I rimboschimenti di pino nero: risorsa o problema?

Il 27 novembre si è tenuta presso l’Accademia dei Georgofili una giornata di studio sul futuro dei rimboschimenti di Pino nero che in Italia interessano circa 136.000 ettari distribuiti in varia misura praticamente in tutte le Regioni. La Toscana secondo l’IFNC (2005) ne ha oltre 11.000 ettari mentre il primato spetta alla Calabria con quasi 40.000 ha.
Si tratta dei risultati di una vasta attività, finalizzata per lo più alla difesa idrogeologica di territori collinari e montani, iniziata dopo il primo conflitto mondiale e proseguita soprattutto dopo l’ultima guerra. Oggi questi boschi si concentrano per oltre i 2/3 nella fascia di età che, secondo la normativa vigente in Toscana, è matura per la rinnovazione.

Leggi


L’Itinerario Italiano: Lorenzo Baroni e il suo “lavoro in corso”

Dell’arrivo in Accademia di un utile e corposo volumetto dava comunicazione il segretario degli Atti Giuseppe Sarchiani nell’adunanza del 5 marzo 1806, esprimendo compiacimento per il dono ricevuto da parte del suo autore, il georgofilo Lorenzo Baroni, socio ordinario dal 7 luglio 1802.
Si trattava della quarta edizione dell’Itinerario Italiano, uscito anonimo a Firenze presso Niccolò Pagni nel 1800; l’esemplare donato ai Georgofili, corretto e aumentato era stato prodotto sempre a Firenze dagli stampatori Tofani e Compagni nel 1805 ed era acquistabile nel negozio del “mercante di stampe” Niccolò Pagni presso la locanda dell’Aquila Nera.

Leggi


“Nuove” tecnologie per monitorare l’impatto ambientale sulla vegetazione: la spettroscopia

Il cambiamento climatico è ormai riconosciuto come una delle più gravi minacce ambientali, sociali ed economiche che il mondo si trova ad affrontare e le soluzioni al problema sono tanto chiare quanto oggettivamente difficili da raggiungere: ridurre le emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale e adattarsi ai futuri scenari per diminuirne gli effetti sfavorevoli. Vi è poi da considerare il fenomeno della crescita della popolazione globale (che passerà dagli attuali 7,5 a circa 10 miliardi di abitanti nel 2050), con conseguente innalzamento repentino della richiesta agro-alimentare e la contestuale riduzione delle superfici coltivate. Queste sono sfide fondamentali per l’agricoltura e per i processi decisionali delle relative politiche agricole.
E allora rimbocchiamoci le maniche (!), ispirati dalle sempre attuali (seppur ormai ventennali) parole del Prof. Giovanni Scaramuzzi (Patologo vegetale dell’Università di Pisa), casualmente rinvenute durante la stesura del presente contributo: “L’innovazione tecnologica costituisce il «motore» potente dell’agricoltura, anzi di tutta l’economia nazionale. E l’agricoltura deve avere un futuro; oltre alla quantità, qualità e sicurezza degli alimenti, essa ha sulle proprie spalle anche altre pesanti responsabilità, quali la protezione del paesaggio, la salvaguardia dell’ambiente, il contributo alla vita rurale”. Effettivamente, l’innovazione tecnologica in agricoltura sta aprendo scenari e possibilità di cambiamento nella gestione delle comuni pratiche, difficilmente ipotizzabili fino a qualche tempo fa.
Adeguate tecniche di monitoraggio sono necessarie per diagnosticare l’impatto ambientale sulla vegetazione, nonché per valutare l’efficacia delle procedure adottate. I metodi tradizionali, che prevedono analisi fisiologiche e biochimiche di materiale vegetale campionato, possono essere precisi, ma presentano limitazioni, essendo mini-invasivi e/o distruttivi e richiedendo, solitamente, tempo e rilevanti risorse economiche. Approcci alternativi stanno emergendo grazie allo sviluppo di nuovi sensori, all’avanzamento delle capacità computazionali e al miglioramento delle metodologie (l’innovazione tecnologica!). In tale contesto, si inserisce la spettroscopia di vegetazione, una tecnica pratica ed efficace per la valutazione dell’interazione pianta/ecosistema-ambiente.

Leggi


Di alberi, uomini e linguaggi Spelacchiati

Che gli alberi siano organismi di intelligenza eccezionale, lo sappiamo. In questo assunto siamo sicuramente confortati da ricerche, più o meno recenti, che stanno mettendo in luce le loro incredibili capacità organizzative e comunicative. Ma il solo soffermarsi sul fatto che molte delle specie arboree che vivono nei nostri paesaggi contemporanei hanno iniziato la loro storia sul pianeta decine e decine di milioni di anni fa, ci può aiutare a comprendere quanto sia complessa e articolata la loro vita sociale. L’intelligenza degli alberi è profonda e spettacolarmente ricca di linguaggi e possibilità.
D’altronde, parlare con gli alberi è uno dei sogni, forse fra i più antichi, di noi esseri umani: gli individui e le popolazioni della nostra giovanissima specie (qualche centinaia di migliaia di anni, una minima frazione della traiettoria della vita sul pianeta) hanno sempre visto negli alberi simboli e risorse. Ammirazione per questi individui giganteschi e apparentemente eterni, rispetto per la loro prodigalità nel fornire risposte ai bisogni degli uomini. Alberi della vita, del bene e del male, alberi da cui trarre legno, legna, frutti o medicamenti. Oppure più semplicemente, alberi come luogo d’incontro in qualche remoto villaggio. Ammirazione, rispetto, compagnia.
Vorrei riportare due brevi esempi dell’importanza degli alberi nella storia degli uomini e della tensione a trovare linguaggi e sfere comuni. Nelle Finnegans Wake [1], alla domanda su quale sia “il nostro essere sovrano", Yawn descrive 'Oakley Ashe's elm', ossia l’olmo di Oakley Ashe, sintesi generatrice del femminile e del maschile. Ma sappiamo che, in questa sua sorprendente opera, James Joyce inventa continuamente, in una prospettiva polisemica, nuovi termini che sono a loro volta segni, simboli, sintesi. Non è probabilmente casuale che l’albero scelto da Joyce sia un olmo (elm), elemento maschile, ma anche un frassino (ash), raffigurazione del femminile, che poi è anche quercia (oak), albero sacro in gran parte d’Europa. Poco più avanti, nella narrazione - definita intraducibile- delle Finnegans Wake, l’albero si anima di movimenti, nello spazio e nel tempo: le foglie si rinnovano come pagine di lettere, in una concatenazione perpetua di bene e male, dalla notte dei tempi, e i rami danzano, uno e tutti, incontrandosi e stringendosi mani contorte.
Barbalbero (Treebeard), scrive Tolkien [2], è alto quattordici piedi (ossia quattro metri o poco più) e nell'aspetto è simile ad un albero, come tutti i suoi simili. Ha il fisico di un uomo, quasi senza collo, e sarebbe difficile dire se ciò che lo ricopre sia una specie di corteccia verde e grigia, o la sua stessa pelle. Sulle prime gli Hobbit notarono di Barbalbero soltanto gli occhi, occhi profondi che li osservavano, lenti e solenni, ma molto penetranti. Erano marrone, picchiettati di luci verdi.
Due narrazioni, fra le mille e mille possibili, della ricerca di un linguaggio, dell’ansia di comunicazione e di identificazione che gli uomini hanno sempre tentato di instaurare con gli alberi.
Joyce ha impiegato 17 anni per scrivere le 648 pagine delle Finnegans Wake. Curiosamente anche a Tolkien ci sono voluti 17 anni e 1260 pagine per scrivere il Signore degli Anelli, dove Barbalbero prende vita.
Di tutt’altro scrive, divertendosi e divertendoci, Carlo Maria Cipolla [3]. Parla di pepe e di stupidità ma, fra le altre annotazioni, vorrei cogliere un passo dove l’Autore dice che gli Antichi Romani erano notoriamente pratici. E anche parchi. È altrettanto evidente che anche i Nuovi Romani lo siano. In particolare per le parole.
Che c’entra questo?
C’entra, c’entra. Ai Romani sono bastati, infatti, pochi giorni per varare un neologismo dedicato a un albero.

Leggi