Notiziario









Salveremo il Pianeta non mangiando carne?

Alla domanda espressa nel titolo rispondono gli Autori del libro “La sostenibilità delle carni e dei salumi in Italia” (editore Franco Angeli): Elisabetta Bernardi, nutrizionista e biologa specializzata in scienze dell’alimentazione; Ettore Capri, ordinario di Chimica agraria all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Osservatorio europeo per lo sviluppo sostenibile in agricoltura; Giuseppe Pulina, ordinario di Zootecnia speciale all’Università di Sassari, presidente dell’associazione Carni Sostenibili e accademico dei Georgofili.

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Economia e mercato di cacao e cioccolata

Il mercato del cacao è un caso estremo di struttura a clessidra, con da un lato circa 5 milioni di piccoli coltivatori, in paesi in via di sviluppo, e dall’altro miliardi di consumatori finali. In mezzo, pochissimi enormi trader e trasformatori, che fanno sia semilavorati che prodotti finiti, spesso commercializzati sotto più marchi, accompagnati da centinaia / migliaia di piccoli trader, processor, e produttori di grocery. La ICCO – Organizzazione Internazionale del Cacao dovrebbe favorire il dialogo tra le parti.

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La vite nel paesaggio dei Colli Euganei

Nel volume “La vite nel paesaggio dei Colli Euganei”, gli Autori, avvalendosi di un’ampia documentazione fotografica, analizzano e descrivono il ruolo fondamentale che la vite ha svolto e che tuttora svolge sui Colli Euganei.

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Un’antica pratica agronomica efficace contro i Vermi del Pistacchio

Il Pistacchio, Pistacea vera, Anacardiacea originaria del Medio Oriente, secondo Plinio, è stato introdotto in Italia, circa 2.000 anni fa, da Lucio Vitellio, governatore della Siria. In Sicilia, la coltivazione è stata promossa dagli Arabi (VIII–IX secolo d. C.), come testimoniano i termini siciliani, di origine araba: frastuca, per indicare i frutti, e frastunaca, per la pianta. Attualmente, la coltivazione del Pistacchio è praticata nella Valle del Platani, nel nisseno e nella zona etnea, dove è presente l’80% della superficie regionale, localizzata nei comuni di Adrano, Biancavilla e soprattutto di Bronte; nei cui territori, grazie a una combinazione di fattori ambientali che ne hanno favorito lo sviluppo, le produzioni di pregio, si sono affermate, soprattutto nei mercati esteri, nei quali viene esportato l’80% dei pistacchi. Il restante 20% è destinato all’industria alimentare nazionale.

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Alimenti senza additivi

Nella Unione Europea additivi sono qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento in quanto tale e non utilizzata come ingrediente tipico degli alimenti, indipendentemente dal fatto di avere un valore nutritivo, che aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari per un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, trattamento, imballaggio, trasporto o immagazzinamento degli alimenti, si possa ragionevolmente presumere che diventi, essa stessa o i suoi derivati, un componente di tali alimenti, direttamente o indirettamente. Gli additivi sono classificati in base alla loro funzione e si possono individuare tre grandi gruppi. A) Additivi che aiutano a preservare la freschezza degli alimenti, conservanti, che rallentano la crescita di microbi, e antiossidanti che prevengono i fenomeni di irrancidimento. B) Additivi che migliorano le caratteristiche sensoriali degli alimenti: coloranti, addensanti, emulsionanti, dolcificanti, esaltatori di sapidità. C) Additivi tecnologici, usati per facilitare la lavorazione degli alimenti, ma che non hanno una specifica funzione nel prodotto finale (definiti anche adiuvanti): agenti antischiuma, antiagglomeranti ecc.
Gli additivi non sono una invenzione della chimica o dell'industria e anche nel passato si utilizzava la salatura delle carni e del pesce, l’aggiunta di succo di limone a frutta e verdura per evitarne l’imbrunimento, l’aceto nella preparazione di conserve vegetali, il salnitro nelle carni insaccate, la solfitazione dei mosti e dei vini. Un additivo tradizionale per conservare le carni è il fumo di legni soprattutto resinosi e nei salami l'aggiunta del vino. A volte è difficile distinguere tra additivo e condimento e per esempio il sale, che nei salumi è un ingrediente, è anche un condimento, un nutrimento particolare e un conservante. Le spezie, nostrane e esotiche, sono additivi per l'apporto di aromi, ma anche per le loro attività antibiotiche (antisettiche). Inoltre l’origine di un additivo non ne modifica le caratteristiche e un nitrato o nitrito prodotto dall’industria non è diverso da quello naturale conte-nuto negli spinaci.
Molti additivi sono costituenti naturali di alimenti, come l’acido citrico, la lecitina, le pectine, i tocoferoli. Gli additivi alimentari sono stati e continuano a essere ampiamente studiati sotto il profilo tossicologico e il loro uso è sotto il controllo di Organizzazioni internazionali e nazionali. Nella Unione Europea un additivo alimentare può essere autorizzato soltanto se, sulla base dei dati scientifici disponibili, il tipo d’impiego proposto non pone problemi di sicurezza per la salute dei consumatori, se il suo impiego può essere ragionevolmente considerato una necessità tecnica che non può essere soddisfatta con altri mezzi, se il suo impiego non induce in errore e comporta vantaggi per il consu-matore. Per alcuni additivi è fissata una Dose Accettabile Giornaliera (DGA) che rappresenta la quantità di additivo che può essere ingerita giornalmente, attraverso la dieta e nell’arco di vita, senza avere effetti indesiderati.

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L’incredibile viaggio delle piante

La maggior parte delle piante con le quali abbiamo comunemente a che fare in casa, in giardino, nell’orto o nei parchi, viali e aiuole delle nostre città, non hanno granché in comune con i loro antenati selvatici. Sono quasi tutte, infatti, piante addomesticate e, come tali, talmente lontane dai loro progenitori come un lupo lo è da un barboncino. Anzi, nel caso delle piante la distanza che separa le piante domestiche dai loro progenitori è spesso maggiore. Prendiamo, per esempio, il mais, una delle colture più comuni esistenti sul Pianeta. Chiunque ha visto un campo o, perlomeno, una pannocchia di mais. Bene, il suo antenato si chiama “teosinte” e, credetemi, non lo riconoscereste: non ha nulla a che fare con la pianta del mais. Quando l’uomo iniziò a coltivarlo, circa diecimila anni fa, la sua spiga era formata da otto, dieci semi, e le sue dimensioni non superavano i quattro, cinque centimetri. Nel mais odierno una spiga matura può essere lunga anche quaranta centimetri e contenere fino a mille semi. Irriconoscibile. Lo stesso vale per il grano, il pomodoro, il riso, la melanzana, il peperone, la rosa, la margherita, il tulipano, la mela, la vite, la banana, la magnolia, il tiglio, il pioppo o qualunque altra pianta abbia intrapreso un cammino comune con l’uomo.
Perché questa è l’addomesticazione: un lungo viaggio comune durante il quale due specie imparano a stare insieme, che si consolida un rapporto mutualistico dal quale sia l’addomesticato che l’addomesticatore traggono benefici. Anzi, a voler essere pedanti, utilizzando una delle definizioni più recenti: “l’addomesticazione è una relazione multigenerazionale o mutualistica in cui un organismo assume un significativo grado di influenza sulla riproduzione la cura di un altro organismo al fine di garantirsi una fornitura certa e continua di una o più risorse di interesse. Attraverso la stessa relazione, l’organismo partner ottiene dei vantaggi rispetto agli individui che rimangono fuori da questo rapporto privilegiato”. Un processo che, contrariamente a quanto si crede, non è nella totale disponibilità dell’uomo ma è piuttosto un pas de deux fra due partner consenzienti.
Non tutte le specie animali o vegetali possono diventare domestiche. L’addomesticazione richiede consuetudine, prossimità con l’uomo, capacità di convivenza e caratteristiche fisiche compatibili. E, infine, una volta che tutto questo sia stabilito, c’è ancora il caso di cui tenere conto. Perché abbiamo addomesticato il lupo e non la volpe o il licaone? Perché il grano e il riso e non un’altra delle centinaia di specie vegetali che producono semi ricchi di amido? Perché la vite e non un’altra bacca? Per caso. Alcuni preferirebbero, forse, parlare di fortuna. Io sarei più cauto: non è affatto un evento fortunato per qualunque organismo vivente entrare in rapporto con l’uomo. Fare affari con noi, infatti, anche se all’inizio può sembrare una buona idea, a conti fatti assomiglia molto ad un patto con il diavolo: ci si perde l’anima.

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Le Scuole di Reciproco Insegnamento a Firenze, due secoli fa

Nell’Adunanza solenne del 1 ottobre 1818 il Segretario delle corrispondenze segnalava fra le opere a stampa ricevute dall’Accademia dei Georgofili “Quattro memorie sull’Istruzione dei Signori Ridolfi, Serristori, Tartini, e Nesti”.
Le quattro opere, tutte sul metodo del Reciproco Insegnamento messo in atto con successo in Inghilterra e in alcune delle sue colonie grazie a Andrew Bell e Joseph Lancaster, uscirono a stampa quello stesso 1818 riunite in unico volume per i tipi di Manfredini a Pistoia (Della necessità d’introdurre nelle scuole primarie toscane il metodo di Bell e Lancaster. Memorie dei signori F. Nesti, L. Serristori, F. Tartini-Salvatici, e C. Ridolfi).

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Cianobatteri per il recupero di suoli degradati e la mitigazione della desertificazione

Le zone aride del nostro Pianeta costituiscono più del 40% della superficie terrestre e sono abitate da circa il 35% della popolazione mondiale. Si prevede che nel 2050 queste regioni possano arrivare a costituire fino al 50% della superficie terrestre.

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Frane, smottamenti, alluvioni: il “bel paese” sta crollando!

E’ vero che i disastri ambientali sono sempre accaduti, ma la loro frequenza negli ultimi decenni, da Sarno (Campania) nel 1998, a Giampilieri (Sicilia) nel 2009, alle attuali alluvioni della Toscana, del Veneto, ecc., è veramente impressionante. Certo, i cambiamenti climatici possono incidere, ma la causa principale è sempre da ricercare nell’attività dell’uomo, ovvero alla non corretta gestione del suolo. Da anni è noto che:
•    i 2/3 dei suoli del territorio nazionale sono a rischio di degradazione;
•    l’erosione del suolo supera mediamente di 30 volte il tasso di sostenibilità (erosione tollerabile);
•    la degradazione del suolo avvenuta negli ultimi 40 anni ha provocato una diminuzione di circa il 30% della capacità di ritenzione idrica dei suoli agricoli italiani, con un relativo accorciamento dei tempi di ritorno degli eventi meteorici in grado di provocare eventi calamitosi.
Questi sono dati significativi e preoccupanti, che devono far riflettere circa la situazione dei suoli e quindi dell’ambiente nel nostro Paese. Nonostante l’accresciuta sensibilità verso i problemi ambientali, maggiore attenzione deve essere ancora rivolta all’impatto delle attività antropiche sul suolo. Il consumo del suolo stesso dovuto alla cementificazione selvaggia, all’abusivismo edilizio, in molti casi veramente scellerato in quanto si costruisce in zone ad alto rischio idrogeologico, ecc., sta aumentando in maniera preoccupate nell’indifferenza non solo dei decisori politici ma anche dei semplici cittadini. Nell’ottica di una agricoltura sostenibile si assiste ancora ad alcune pratiche agricole che meriterebbero di essere evitate o comunque corrette. Il paesaggio agricolo mediterraneo è ancora oggi caratterizzato da versanti modellati dall’uomo mediante una serie di interventi sistematori aventi quale principale finalità la riduzione della lunghezza del versante, la modificazione delle pendenze, l’intercettazione e regolazione dei flussi idrici. Con la modernizzazione dell’agricoltura si è persa la “coscienza sistematoria”, che collegava la difesa del suolo dal campo ai bacini idrografici, ed è proprio qui una delle chiavi di volta che spiegano l’intensificarsi negli ultimi decenni di eventi catastrofici.

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Il massacro, anche mediatico, degli alberi trasformati da vittime a colpevoli

In questi giorni ho visto e sentito persone delle più diverse professioni discettare di alberi, ho letto articoli di giornali allarmistici, pieni di imprecisioni che altro non fanno che ingenerare confusione e disorientamento nelle persone (forse poche in realtà, visto che sembra che tutti sappiano tutto), definizioni assurde (ad esempio “alberi killer”), ecc. Chi ha parlato ha spesso evidenziato di non avere alcuna competenza e, pontificando, ha detto ovviamente delle sciocchezze, facendo passare concetti del tutto errati e, per i nostri alberi, anche pericolosi. Fra l’altro, vengono evocati scenari apocalittici, tutti collegati al cambiamento climatico, in cui si annuncia la fine del mondo. Però non basta annunciare l'apocalisse che verrà, occorre anche provare a dare delle soluzioni. E le strade sono essenzialmente due: ridurre le emissioni di gas a effetto serra e piantare alberi; e, aggiungo, gestirli al meglio per farli non solo sopravvivere, ma anche crescere velocemente.
Ricordiamoci che gli alberi e la vegetazione urbana in generale, sono l'unico sistema che abbiamo di ridurre l'entropia urbana. L’idea della sostenibilità urbana si fonda proprio sulla consapevolezza di poter ridurre l’entropia in eccesso rispetto a quella prodotta dalla trasformazione dell’energia solare e per farlo è necessaria quanta più vegetazione arborea.  E invece cosa chiediamo e cosa viene spesso riportato sui giornali o nei notiziari? Di abbattere o di capitozzare gli alberi.
Vuol dire allora che l’incompetenza è assurta a virtù ed è più ascoltata della competenza. Perché quando non si conosce un argomento, non si ha la dignità e anche l’umiltà di dire, non sono competente? Oppure si è anche incompetenti nel riconoscere la propria incompetenza? Credo che sia sacrosanto, da parte dei tecnici, rivendicare il diritto di poter parlare e di essere ascoltati, anche se non si è d'accordo o non piace quello che viene detto. Ma la discussione non dovrebbe essere sul sentito dire, sul percepito, sul “io lo so perché mio nonno era contadino”, ma su basi scientifiche e tecniche.
Con tutto il polverone mediatico che si è sollevato dopo la recente tempesta che ha colpito il nostro Paese e che purtroppo ha causato molte vittime, si è ingenerato, proprio a causa di un modo superficiale di trattare un argomento complesso, un terrore degli alberi che non ha nessuna base e che ha già portato molti a invocare potature drastiche (capitozzature) e a protestare contro le amministrazioni comunali che non potano gli alberi.
L'alberofobia italica è quindi già ripartita e non sarà facile fermarla.

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Non è sempre colpa del Punteruolo rosso

Sempre frequenti sono le segnalazioni, da parte di privati e di pubblici amministratori, di presunte infestazioni di Punteruolo rosso, soprattutto su Palme da datteri che presentano parte della chioma collassata. La preoccupazione è giustificata dal fatto che, nel centro di Catania e ad Acicastello, due persone sono rimaste vittime dell’improvvisa caduta della parte sommitale dello stipite di due palme infestate.

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La Prima Guerra Mondiale e la cucina

La prima Grande Guerra del 1914 – 1918 che inizia il Secolo Breve è uno spartiacque nelle cucine non solo di tutta Europa e Americane, ma anche in Italia perché non interessa soltanto gli alimenti consumati e gli strumenti di cottura e di trasporto utilizzati durante la guerra dai soldati, ma ha un impatto sociale per certi aspetti travolgente in un paese prevalentemente agricolo di una popolazione in gran parte povera e largamente analfabeta.

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Giornata mondiale del suolo: valore dell’informazione

In occasione del convegno mondiale della scienza del suolo che si tenne a Bangkok nel 1992 venne proposto dagli organizzatori in onore del loro Imperatore, nato il 5 dicembre, di istituire una giornata celebrativa del suolo per richiamare il valore a livello mondiale su questo bene inestimabile a cui è legata l’intera vita sul Pianeta Terra. Da allora le società scientifiche della scienza del suolo dei diversi Paesi si sono autonomamente organizzate per dar seguito a questo invito.
Per lungo tempo il suolo è stato competenza di un gruppo ristretto di studiosi, senza raggiungere le grandi masse, senza essere portato alla conoscenza e comprensione dei singoli cittadini, che in maniera più o meno consapevole, quotidianamente si confrontano con esso.
Nel 2015 la FAO ha lanciato le celebrazioni per l’anno mondiale del suolo coinvolgendo tutti I Paesi aderenti alla Global Soil Partnership in diverse manifestazioni che spaziassero su tutte le diverse forme di comunicazione cercando di raggiungere l’intera popolazione partendo dai bambini delle scuole primarie e secondarie fino ad arrivare a manifestazioni di strada cercando il coinvolgimento dei singoli cittadini. Il successo riscosso in questa circostanza ha portato il suolo ad una popolarità che non ha avuto precedenti uguali e per non vanificare tutto lo sforzo prodotto ed il risultato raggiunto, con lo slogan 2015 turning point, è stata lanciata la decade sul suolo 2015-2024. Basta citare il manifesto promosso anno per anno dal 2015 per percorrere un processo di conoscenza del suolo che porta a valorizzarne sempre meglio il suo ruolo fondamentale nello sviluppo sostenibile dei popoli.

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La produzione globale di alimenti e le esigenze nutritive della popolazione umana

Un sistema globale di produzione di alimenti, che sia sostenibile sul piano ambientale e su quello della salute umana, deve rispettare alcuni fondamentali requisiti e cioè: 1) la produzione di alimenti per la popolazione di tutto il pianeta deve essere sufficiente, sia in termini quantitativi che qualitativi, e ottenuta con un impatto ambientale ridotto rispetto all'attuale; 2) la distribuzione degli alimenti deve essere efficiente al punto da consentire che ogni tipo di alimento - dotato di buon potere nutritivo - sia disponibile a chiunque, sempre nell'ambito del ridotto impatto ambientale; 3) conseguentemente le condizioni socio-economiche devono essere eque, così da consentire che tutti i consumatori possano accedere agli alimenti utili a formare la loro dieta salutare; 4) infine, i consumatori devono essere in grado di fare scelte informate e razionali.
Il raggiungimento dei quattro punti sopra esposti rappresenterebbe la condizione ideale, verso la quale si deve muovere il sistema globale di produzione alimentare; attualmente siamo ben lontani da questo obiettivo a seguito degli enormi ostacoli da parte non solo delle politiche economiche e socio-culturali, ma anche per le profonde diversità di ricchezza e di accesso al cibo. E' anche opportuno ricordare che questa analisi ha riguardato solamente le principali colture di oggi e le loro utilizzazioni finali, tra le quali, soprattutto il prodotto destinato all'alimentazione.
Una considerazione particolare concerne l'alimentazione con carne e con prodotti lattiero-caseari. Soprattutto nei paesi più industrializzati, attualmente, si indirizzano all'allevamento animale ben 34% delle calorie provenienti da raccolti che potrebbero essere destinati direttamente all'alimentazione umana; ciò è altamente inefficiente perché riduce le calorie, le proteine, il ferro e lo zinco potenzialmente disponibili direttamente dalle coltivazioni. Altra ineluttabilità è rappresentata dalla necessità dell'incremento del commercio mondiale di prodotti alimentari, senza il quale, in vaste regioni del pianeta, ci sarà forte carenza di alimenti.
Siamo arrivati ad impiegare 16% della produzione globale di prodotti destinabili all'alimentazione umana, per usi non-food; la richiesta crescente di bio-carburanti potrebbe incidere ancora di più in futuro. La produzione globale di frutta e di ortaggi è inferiore a quanto si richiederebbe per offrire a tutti una sana dieta. D'altra parte, come già detto, si potrebbe anche sostenere che la produzione attuale sia sufficiente per una popolazione di 9.7 miliardi, prevista per il 2050, ma solo a seguito di profonde modifiche socio-economiche e radicali svolte nella dieta di vasti strati della popolazione planetaria.

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Insetti e … monumenti

Statue ed obelischi erano i monumenti con i quali, soprattutto in passato, veniva reso omaggio a personaggi storici o ad avvenimenti memorabili nei quali gli insetti, raramente presenti, avevano funzione simbolico-decorativa. La specie più frequentemente riprodotta era l’ape alla quale venivano attribuite numerose qualità umane quali l’operosità, il valore, la castità.

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Forestazione urbana: non solo Estetica, ma benessere fisico e psicologico

Le aree urbane stanno diventando sempre più congestionate e inquinate e, in questo scenario, le aree verdi urbane offrono una vasta gamma di servizi ecosistemici che potrebbero aiutare a combattere molti dei problemi “urbani” e a migliorare la vita degli abitanti della città, con particolare riguardo alla salute.

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Le locuste del Battista

Mele e locuste furon le vivande, che nudriro il Battista nel diserto, canta Dante Alighieri (Divina Commedia, Purgatorio, canto XXII, vv. 293-294) perché secondo gli evangelisti Matteo e Marco, Giovanni il Battista ha un vestito di peli di cammello, una cintura di pelle attorno ai fianchi e il suo cibo sono locuste e miele selvatico. Le locuste, spesso confuse e assimilate alle cavallette, secondo la legge mosaica per gli ebrei sono un cibo puro, quindi permesso, ma come erano mangiate? Qual è la cucina di Giovanni il Battista? Considerando gli stili di vita concessi dal deserto, il modo più probabile di mangiare le locuste è di cuocerle sulla fiamma dopo averle infilate su uno stecco, fino a renderle croccanti e facendone degli spiedini. E il miele, molto probabilmente, è aggiunto, quasi sgocciolato, sugli spiedini di cavallette, con una ricetta simile a quelle ancor oggi in uso in Africa e in Asia, anche se oggi il miele è spesso sostituito dal più economico zucchero caramellato. In ogni modo, in Italia le cavallette non sono il cibo tradizionale per la festa di Sam Giovanni Battista (24 giugno) che invece, secondo le zone, comprende le chiocciole (le cosiddette lumache), tortelli e altri piatti.
Locuste o cavallette croccanti associate al morbido e dolce miele, una leccornia che forse mal si concilia con l’idea di una rinuncia ai piaceri del cibo, che siamo soliti associare agli eremiti del deserto. Mangiare insetti, presso i romani antichi non è, infatti, segno di privazione, ma una preziosità gastronomica e il cossus romano è un piatto molto ricercato a base di larve di Lucanus cervins allevate su farina e vino. Mangiare insetti, quindi, niente di nuovo sotto il sole. In area mediterranea ancora oggi si mangiano formaggi nei quali si sono sviluppate larve d’insetti: il Furmai Nis piacentino, il Casu marzu o Casu fràzigu sardo, il Gorgonzola coi grilli genovese, il bross ch’a marcia (formaggio che cammina) piemontese, e altri formaggi di diverse regioni italiane, nei quali gli enzimi lipolitici delle larve (saltarei) sono alla base di caratteristiche gastronomiche piccanti particolari. Anche il miele é prodotto da insetti, le api, che nel loro interno elaborano il nettare dei fiori trasformandolo nel miele che depositano nei favi come alimento per il proprio alveare e che l’uomo preleva, come il latte della mucca e altri animali che, destinato ai propri nati, é invece usato come cibo dall’uomo. Nel nostro passato, vi é anche l’uso alimentare delle larve del baco e come sottoprodotto di una bachicoltura che produceva la seta e oggi gli scienziati cinesi studiano il Bombix mori come cibo degli astronauti in lunghi viaggi spaziali. Gli insetti inoltre fanno parte della dieta non solo degli ominidi, ma anche dei loro progenitori e ancora oggi delle scimmie e di molti altri animali.
Gli insetti rappresentano una delle più vaste categorie fra gli organi-smi viventi e, fino a oggi, sono state classificate o descritte circa un milione e mezzo di specie, ma si stima che quelle ancora sconosciute siano diversi milioni. Questi organismi occupano quasi tutti gli ambienti compatibili con la vita, hanno strette relazioni con l'uomo e le sue attività, e pertanto hanno da secoli stimolato l'interesse dell'uomo, non ultimo quello alimentare. Secondo la FAO si stima che gli insetti siano parte delle diete tradizionali di almeno due miliardi di persone. La raccolta di insetti ed il loro allevamento potrebbe offrire occupazione e reddito, per il momento solo a livello familiare, ma potenzialmente anche a livello commerciale.

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La produzione globale di alimenti e le esigenze nutritive della popolazione umana

Gli Autori della pubblicazione che stiamo commentando (Berners-Lee M. et al., 2018 – v. Georgofili INFO 17 ottobre 2018), si sono posti, infine, la domanda se l’attuale offerta alimentare globale sia compatibile con una dieta sana. L’esame accurato dei dati disponibili (documenti FAO/WHO del 2003, oltre a dati prodotti dall’Harvard Medical School e dall’American Heart Association) segnala che il consumo di frutta e ortaggi è inferiore del 38% rispetto al livello minimo compatibile con una buona salute, mentre il consumo di zuccheri e dolcificanti eccede del 26% questo stesso limite. Le situazioni di maggior rischio sono rilevate in Nord America e Oceania, in America Latina e, infine, anche in Europa. In queste stesse regioni, ad eccezione dell’America Latina, si verifica anche un consumo elevato di carne e prodotti lattiero-caseari, superiore di circa il 20% a quello compatibile con una dieta sana.
Un’ ulteriore domanda è stata: quale sarà l’offerta di cibo negli scenari ipotetici futuri?
Per offrire una risposta a tale interrogativo occorre fare alcune considerazioni. Nonostante che le produzioni agricole unitarie siano costantemente aumentate nel recente passato e che i tassi di incremento, persino negli ultimi anni, abbiano segnato valori molto forti (dal 38 al 55% per le principali colture: mais, riso, grano e soia) gli aumenti futuri sono imprevedibili. Pertanto è opportuno, nel prevedere scenari futuri, basarsi sugli attuali livelli produttivi senza considerare possibili aumenti. Prendendo come riferimento i livelli produttivi del 2013, quali modifiche sociali dovrebbero avvenire nel 2050 quando la popolazione mondiale avrà raggiunto 9.7 miliardi dai 7.6 attuali?

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