Notiziario












Un Italiano in Europa e una donna al Mipaaft. Perché no?

Prima che i giochi siano chiusi e che poi tutti si pongano le solite domande sull’ennesimo ‘marziano’ piovuto dai cieli della politica sul ministero dell’Agricoltura, scriviamo a futura memoria che per l’agricoltura italiana e quella europea sarebbe ora di compiere un atto di straordinario coraggio – una vera rivoluzione – e di metterci qualcuno che ne capisca qualcosa e non stia lì a scaldare la seggiola e tagliare nastri. E’ il momento di fare sul serio, di far capire alla politica che l’agroalimentare, il made in Italy, non è solo un lustrino da mettersi sulla giacca, ma un comparto che richiede competenze tecniche e conoscenza.

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Qualche punto fermo sul rapporto tra cambiamenti climatici e agricoltura

Tutti parlano di cambiamenti climatici e dei loro effetti in agricoltura, ma nel pubblico dibattito ognuno enfatizza un aspetto del problema ed è difficile coglierne l’insieme ed il loro impatto. Vediamo di mettere un po’ d’ordine nelle cose.
Il primo fattore, ed anche responsabile di tutti i cambiamenti climatici è l’innalzamento della CO2 atmosferica, una modifica principalmente dovuta all’attività umana, di portata enorme: basti pensare che siamo passati dalle 360 parti per milione di CO2 in atmosfera degli anni 60 ai 415 ppm di oggi, con una previsione ormai certa di raggiungere i 550 ppm alla metà del secolo.
L’aumento della CO2 avviene in modo identico in tutto il pianeta e ha di per sé un effetto fertilizzante sulle piante, molto significativo su specie come frumento o riso, quasi nullo su piante come il mais (una diversità di risposta dovuta alla diversa fisiologia delle specie).

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Crescenti interessi, corruzioni e mafie finiscono per consumare i territori agricoli

I Georgofili si sono dedicati da secoli agli studi sui territori, sono nati rapporti con la natura agricola, valutando e confrontando anche i paesaggi creati dai proprietari in propria autonomia. 
Molte le iniziative che si sono sviluppate nel tempo, per misurare e stimolare i progressi raggiunti e ottenuti dall’agricoltura, con le sue numerosissime e varie pianificazioni di aree coltivate che sappiano valorizzare e conservare gli splendidi paesaggi che la Natura e la mano dell’Uomo hanno faticosamente creato. Ma i temi indicati e usati nei “rapporti tra agricoltori e paesaggisti di varie professioni”, hanno portato a problematiche ancor più ampie nei rapporti di redditi, lavoro e politica. 
Le nostre leggi costituzionali per il territorio sono state contemplate nei tempi che vanno dal 1912 al 1939. La nuova Costituzione repubblicana, a partire dal 1985, promulga la legge 431, nota come Legge Galasso, per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale che ha escluso dai propri vincoli “l’attività agro-silvo-pastorale per non comportare alterazione permanente dello stato dei luoghi e non alterare l’assetto idrogeologico del territorio”.
L’agricoltore non è mai rimasto unico utente del territorio. Il dovuto rapporto tra agricoltura e ambiente ha investito molti aspetti: inquinamento, difesa del suolo, regimazione delle acque, ecc. Si è ritenuto doveroso discutere sugli effetti, non sempre reversibili.
Nel 1991 stava crescendo fortemente un ampio interesse pubblico sui rapporti tra agricoltura e paesaggio, richiamando giudizi estetici delle attività agricole, anziché preoccupandosi solo di difendere i paesaggi. Ma spesso la bellezza del paesaggio avvantaggiava altre categorie.
I Georgofili, a partire dal 1987, ritennero necessario richiamare l’attenzione su quanto stava avvenendo. Si organizzarono escursioni-dibattito sui territori che disponevano di colture agricole e paesaggi sia naturali che costruiti.

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Considerazioni sull'uso del rame in agricoltura

Pubblichiamo il documento "Considerazioni sull'uso del rame in Agricoltura" che rappresenta la sintesi della posizione dei Georgofili in merito al tema del rame nel settore agricolo. Il testo è stato definitivamente approvato nel mese di luglio 2019, dopo essere stato inviato ai presidenti di Sezione e ai presidenti/coordinatori dei Comitati consultivi perché ne fosse data diffusione, con il fine di ricevere suggerimenti e valutazioni.
L'argomento è divenuto di forte attualità recentemente, quando la Commissione della UE ha approvato il Regolamento di Esecuzione n°1981 del 13 dicembre 2018, con il quale rinnova l'approvazione delle sostanze attive composte di rame esclusivamente per gli impieghi che comportano un'applicazione totale non superiore a 28 kg di rame per ettaro nell'arco di 7 anni; ciò condurrebbe ad una applicazione media annuale di 4 kg/ha di rame (il precedente limite era di 6 kg/ha). A causa della variabilità degli andamenti stagionali, si consente un meccanismo di flessibilità - valido per tutte le forme di agricoltura, non solo per quella biologica - secondo il quale la dose ad ettaro può essere ridotta in una annata e aumentata in una successiva, a condizione che nei 7 anni non sia superato il quantitativo massimo consentito di 28 kg/ha. Il rame è un fungicida molto usato in agricoltura e, in particolare, in quella biologica; da tempo comunque sono stati dimostrati i rischi ambientali conseguenti al suo uso in quanto è un elemento di ridotta mobilità che tende ad accumularsi negli strati superficiali del suolo agrario.
Il documento esamina il quadro generale della situazione creatasi a seguito di questo Regolamento, considerando anche che esiste già da tempo un uso di fertilizzanti a base rameica, ma con finalità (surrogata) antiparassitaria. Per evitare il rischio di pesanti sanzioni si è diretta l'attenzione verso lo studio della difesa delle piante tramite metodologie alternative all'uso del rame.  
Per redigere il testo, il Presidente dei Georgofili, Massimo Vincenzini, ha nominato un gruppo di lavoro formato da: Luca Brunelli, presidente di CIA Toscana; Domenico Mastrogiovanni, CIA; prof. Amedeo Alpi, presidente Sezione Centro-Ovest dell'Accademia dei Georgofili; e dagli Accademici Giacomo Lorenzini, Paolo Nannipieri, Marco Nuti, Marcello Pagliai, Michele Pasca-Raymondo, Carlo Chiostri.
E’ stata consultata una vasta letteratura comprendente molti aspetti della problematica Cu/agricoltura (il Cu come elemento fondamentale per la vita della pianta; Il Cu come anticrittogamico ad azione fungicida; concentrazioni di Cu nei terreni destinati a differenti coltivazioni; come si può migliorare l'uso del rame; le possibili alternative all'uso del rame per la cura di malattie causate da patogeni fungini; ecc.) che è stata -di necessità- condensata per riportare le conclusioni in un documento di agile lettura, che può essere scaricato qui sotto in formato PDF.

Considerazioni sull'uso del rame in agricoltura .pdf


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Dieta mediterranea per gli anziani

Al fine di soddisfare il fabbisogno di calcio, una dieta mediterranea con tre o quattro porzioni al giorno di prodotti caseari porta a vantaggiosi risultati significativi e clinicamente rilevanti. Inoltre tre porzioni al giorno di prodotti lattiero-caseari migliorano anche i fattori di rischio per le patologie cardiovascolari, tra cui la pressione sanguigna e i profili lipidici.
In una popolazione che vede una sempre maggiore presenza di persone della terza e quarta età, più formaggi e prodotti lattiero-caseari nella dieta mediterranea, ovviamente scegliendo i prodotti più adatti anche per basso contenuto di grassi e, o assenza di lattosio, sono una scelta di particolare interesse per avere una migliore salute cardiovascolare, garantendo nel contempo un'adeguata assunzione di calcio per la salute delle ossa e prevenire l'osteoporosi.


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Dal multilateralismo al bilateralismo: scopi ed effetti del nuovo scenario

In questo momento, si fronteggiano due opposte ideologie: una che punta alla libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali, pur nella consapevolezza che non tutte le parti giocano la partita seguendo le medesime regole, come accade, ad esempio, a Cina e Russia e, in generale, a Stati autoritari per non dir di più. La posizione opposta, invece, punta su una ripresa dei poteri sovrani degli Stati nella proclamata convinzione che da essa i cittadini non potranno che trarre vantaggi. Ma se gli scopi del sovranismo sono chiari, gli effetti di esso non sembrano promettenti o, meglio, minacciano di riportare indietro l’orologio della storia e di far emergere contrapposizioni che fino a qualche decina d’anni addietro hanno travolto il mondo, e l’Europa in particolare.

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La notte della luna 50 anni dopo

Il 20 luglio 1969 il mondo trascorse una notte in bianco. Gran parte della popolazione era incollata ai televisori per vedere le immagini dello sbarco del primo uomo sulla luna. Vi erano un’attenzione, un entusiasmo e un interesse che oggi forse sembrano eccessivi o, anche, come molti sostengono, infantili.  Era la vera notte delle meraviglie, un sogno antico dell’umanità giungeva a compimento: la luna a portata di mano, quella del Pastore errante di Leopardi, dell’Astolfo di Ariosto o di tante notti romantiche col naso all’insù. Anch’io trascorsi quella notte in bianco, ma per altri motivi. Ero ufficiale di picchetto in una delle nostre caserme ed erano i primi tempi in cui la guardia e il picchetto montavano in servizio con il colpo in canna. Non mi fu possibile seguire l’evento. Poi, come tutti, vidi quelle immagini in bianco e nero, un po’ sgranate, ma che, così si credeva, aprivano all’umanità una nuova era, secondo un’aspirazione costante a migliorarsi.
Ricordo l’entusiasmo, il senso di una grande conquista dell’uomo, l’ansia di andare avanti, la fiducia nel progresso scientifico e nelle sue ricadute. L’umanità diventava adulta o così sembrava.
A 50 anni ci chiediamo che cosa rimanga di quel sogno e ci risvegliamo davanti a celebrazioni fredde, di maniera, a frasi scontate, quasi atti dovuti. Un gran battage preliminare, poi l’evento e il ricordo bruciati in poche ore.
Il sogno è svanito in un mondo che, per voler apparire evoluto e disincantato, mette persino in dubbio lo sbarco sulla luna: declassato a invenzione dei soliti poteri forti per ingannare le masse e renderle schiave di ideologie finalizzate al dominio degli stessi poteri.

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La coltivazione delle piante per il supporto alla vita nello Spazio

I programmi internazionali di esplorazione spaziale prevedono missioni di durata sempre maggiore, tuttavia la permanenza prolungata dell’uomo nello Spazio comporta ancora problematiche di tipo tecnico-ingegneristico, di approvvigionamento delle risorse e di salute per gli astronauti. A titolo di esempio, in missioni di lunga durata non è possibile rifornire interamente dalla Terra le risorse necessarie (es. cibo, acqua ed ossigeno), pertanto le missioni interplanetarie e le lunghe permanenze su piattaforme spaziali dipenderanno dallo sviluppo di sistemi in grado di rigenerare in continuo le risorse. I Sistemi Biorigenerativi (Bioregenerative Life Support Systems o BLSSs) sono sistemi che realizzano processi fondamentali alla vita dell’uomo nello Spazio (sviluppo di ossigeno, rimozione di anidride carbonica, depurazione dell’acqua), attraverso l’impiego di biorigeneratori. In tale contesto, le piante superiori rappresentano un ottimo strumento per: rigenerare l’aria mediante l’assorbimento di CO2 e l’emissione di O2 nella fotosintesi, purificare l’acqua mediante la traspirazione e riciclare parte dei prodotti di scarto dell’equipaggio (feci e urine) attraverso la nutrizione, fornendo nel contempo cibo fresco per integrare la dieta degli astronauti.
Il team UniNa, composto dalle Autrici e da Giovanna Aronne, Carmen Arena, Veronica De Micco, Antonio Pannico e Youssef Rouphael, da oltre 20 anni studia aspetti biologici, agronomici ed ambientali relativi alla coltivazione delle piante nello Spazio, con particolare riferimento a: la selezione di specie e cultivar candidate; la gestione della nutrizione idrica e minerale nei sistemi idroponici; l’effetto dei fattori spaziali sulla crescita e sulla riproduzione delle piante; il controllo ambientale nelle camere di crescita (con particolare attenzione alla qualità della luce); le interazioni delle piante con microrganismi benefici e biostimolanti; gli aspetti nutrizionali dell’introduzione di vegetali freschi nella dieta degli astronauti. Le risposte delle piante sono studiate in presenza di microgravità reale o simulata e di radiazioni spaziali simulate. Inoltre, diversi aspetti relativi ai vincoli dell’ambiente spaziale sono analizzati nell’ottica del completamento del ciclo seed-to-food (e tuber-to-food). Infine, sono studiati e progettati sistemi modulari per la coltivazione nello Spazio.

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Insetti in … musica

Per le loro caratteristiche morfo-biologiche e l’ubiquitaria presenza, alcune specie di insetti sono state fonte d’ispirazione, o modello, per varie forme d’arte; molti musicisti nelle loro composizioni hanno fatto riferimento a insetti. Le farfalle ricorrono frequentemente sia nella cosiddetta musica classica che leggera.

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Interferenti endocrini e alimentazione vegetariana

Cinquant'anni fa gli allevatori australiani si trovano di fronte al crollo del 70% nella riproduzione dei loro greggi di pecore e si scopre che la causa è il trifoglio di cui gli animali si nutrono e che contiene un composto femminilizzante responsabile della compromissione delle prestazioni sessuali nei montoni. Questo composto è il primo degli interferenti endocrini, una vasta categoria di molecole e o miscele di sostanze che alterano la normale funzionalità ormonale dell'apparato endocrino, causando effetti avversi sulla salute di un organismo, della sua progenie o di una popolazione. Fra queste sostanze oggi sono citati gli idrocarburi policiclici aromatici, il benzene, la diossina, gli ftalati, il perfluorato, il bisfenolo A e altri composti di sintesi, ma si dimentica la larghissima presenza degli interferenti endocrini nei vegetali che usano questi composti come arma di guerra intelligente contro gli animali erbivori.

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I Georgofili e il rapporto tra Granducato di Toscana e Stati Uniti nell’Ottocento

Il 7 marzo 1819 Giacomo Ombrosi, con Giuseppe Geri, Cosimo Del Nacca e Gaspero Mannajoni, veniva eletto socio corrispondente dei Georgofili, tutti dichiarati fiorentini (“tutti e quattro fiorentini” come si legge nel Libro dei Verbali 6, c. 26v). Giacomo Ombrosi svolse un ruolo particolare nella capitale della Toscana granducale, un ruolo assai significativo per le sue connotazioni economiche e politiche. Infatti proprio in quell’anno il Granduca Ferdinando III di Lorena aveva finalmente acconsentito (dopo le ritrosie dei suoi predecessori che più volte si erano rifiutati di autorizzare l’apertura di un consolato americano a Firenze) a che venisse istituita in città un’agenzia, affidata a Ombrosi, per facilitare le relazioni commerciali fra il Granducato e gli Stati Uniti d’America.
Ombrosi mantenne questa funzione fino al 1823, anno in cui egli divenne il primo console statunitense a Firenze, incarico che mantenne per ben 25 anni.
Ma già precedentemente al 1819, i rapporti dei Georgofili con figure eminenti d’Oltreoceano, erano attivi e consolidati: basta dare una veloce lettura ai Libri dei Verbali delle adunanze accademiche, oppure scorrere i numerosi e fittissimi elenchi dei soci corrispondenti stilati nel corso del tempo, per rendersi conto di quanto ai Georgofili premessero i contatti con emeriti studiosi divisi di fatto dall’Atlantico, ma in perfetta comunanza di interessi culturali e scientifici.
A titolo di esempio se ne citano alcuni: i botanici Barbon di Filadelfia e Mitchell di New York, il professore di medicina Bell, Bigelow docente all’Università di Cambridge in America, Dexter, presidente della Società Agraria del Massachusetts e tanti altri ancora.
Del resto, fin dalla sua fondazione (1753), l’Accademia dei Georgofili volle dotarsi di una fitta rete di soci corrispondenti disseminati sul territorio granducale, negli altri Stati italiani e all’estero: questi associati costituirono il punto di riferimento indispensabile per penetrare in altre realtà ed acquisire conoscenze altrimenti perse irreversibilmente. I viaggi scientifici o culturali costituirono l’altro pendant, ma là dove non si poteva giungere per un’infinità di motivi, quelle mani che scrivevano da luoghi lontani lettere, memorie e resoconti rappresentarono l’unica fonte di informazione: una rete sparsa sull’intero globo -antesignana del moderno web- che permise scambio di informazioni da una parte all’altra del mondo, segno palese della volontà di rendere condiviso il sapere.

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Uomo e animali, un problema di convivenza

Dalla metà di luglio e, salvo imprevisti, sino ad oggi un orso tra noi provoca una serie di reazioni. La vicenda è nota: gli organi di informazione se ne sono subito impossessati con commenti più “di colore” che di sostanza, la politica è subito entrata in campo traendo spunti per le solite polemiche, l’opinione pubblica si è divisa sulla base di preconcetti, idealizzazioni e paure. Il protagonista è un orso di origine slovena attivo nel Trentino, M 49, considerato “problematico” per i suoi comportamenti aggressivi nei confronti di animali domestici. Per questo la sua vita era seguita grazie ad un collare che ne segnalava gli spostamenti. Ma lui si è semplicemente sottratto alla gabbia tecnologica, sfuggendo ai controlli e destando allarmate reazioni. Catturato in breve è stato portato in un centro attrezzato da cui fosse impossibile sfuggire. Però M 49, con quel nome da agente segreto, a cui era stato tolto il collare, ha sorpreso tutti. È riuscito ad evadere e a scomparire nei boschi. Tanto è bastato per smuovere un impetuoso chiacchiericcio che nel giro di 48 ore si è poi quasi auto estinto. Ecco perché qualche riflessione non guasta.
I rapporti fra uomo ed orso nelle nostre terre sono antichi. Nelle tradizioni locali, in particolare di montagna dove più a lungo si è conservato, abbondano storie curiose che mettono in luce come, pur con timore e grandi cautele, si fosse stabilito un certo rapporto di convivenza. L’orso era quasi addomesticato, accompagnava l’uomo alle fiere, ballava, si lasciava avvicinare. Nella tradizione spesso è protagonista di comportamenti che correggono quelli improvvidi dell’uomo o puniscono quelli di qualche malfattore. Naturalmente non mancano episodi cruenti, più a carico degli animali addomesticati che dell’uomo, ma comunque importanti nella povera economia di montagna. Con la crescita della popolazione è iniziata la eliminazione degli orsi, vi erano premi in denaro per chi li uccideva o catturava. Gli ultimi orsi liberi furono eliminati agli inizi del Novecento. In Valtellina è documentato l’ultimo episodio a Valdisotto, presso Bormio, nel 1902. 
Poi sono arrivate le politiche di ripopolamento per molti selvatici e dunque anche per l’orso. Nell’arco alpino furono introdotti orsi sloveni fra cui la presenza di soggetti “problematici” è più elevata che fra quelli autoctoni. Se la prima riflessione riguarda la perduta convivenza, sia pure guardinga e armata, la seconda solleva il problema delle modalità spesso sconsiderate di ripopolamenti artificiali e artificiosi che hanno creato nuove intolleranze. Penso ad esempio alle banali invasioni di cinghiali, ma anche a quelle più complesse dei lupi ed anche degli orsi. Ricordo le conseguenze nel Parco del Ticino di branchi di cinghiali iper protetti o a Roma delle famigliole di cinghiali in trasferta.  In Pianura Padana i disastri provocati alla rete irrigua minore dalle nutrie. Le migrazioni di lupi dall’Appennino sino alle Alpi francesi ed italiane. Terza riflessione, dunque, la necessità, per evitare conseguenze indesiderate, di valutare attentamente le condizioni del ripopolamento, prima di iniziarlo superficialmente.

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Le alghe in alimentazione animale

Le alghe, già utilizzate nella cucina giapponese, sono considerate una delle più complete fonti naturali di vitamine e minerali, di aminoacidi, di antiossidanti e di acidi grassi essenziali. Importanti studi degli ultimi anni hanno anche dimostrato che i derivati solforici dei polisaccaridi delle alghe hanno spiccate proprietà antimicrobiche, tanto da proporne l’uso in alimentazione animale al posto dei giustamente vituperati antibiotici.
Studi recenti di ricercatori tedeschi, americani e svedesi hanno inoltre dimostrato che l’introduzione di alghe e microalghe nella dieta delle bovine riduce la quantità di metano emesso. Quest’ultima caratteristica dietetica sostiene da sola l’importanza dell’impiego delle alghe nell’alimentazione dei ruminanti, dal momento che il metano è uno dei gas serra a maggior impatto ambientale negativo: è venti volte più inquinante della anidride carbonica, a parità di concentrazione.

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Proteggere la fioritura del ciliegio nei climi freddi

Variazioni di lungo termine nella copertura dei ghiacci nella regione dei Grandi Laghi degli Stati Uniti d’America stanno avendo serie conseguenze sull’andamento climatico stagionale e, a loro volta, sui sistemi agricoli che dipendono dall’effetto mitigante di questi grandi bacini d’acqua sul regime termico. Maggiori rischi di perdite produttive o addirittura perdite catastrofiche si sono avute in anni in cui la scarsa copertura di ghiaccio ha comportato un precoce inizio della fioritura in primavera con conseguente maggior probabilità di danni o morte dei fiori per gelate primaverili episodiche. In tali condizioni l’uscita dalla dormienza è facilitata da miti temperature primaverili durante le quali i tessuti e gli organi vegetali perdono gradualmente la resistenza al freddo acquisita per sopravvivere alle rigide temperature invernali. La frutticoltura e viticoltura del Michigan, ad esempio, beneficiano dalla presenza delle enormi masse d’acqua dei Grandi Laghi, ove la gran parte di queste produzioni è realizzata entro 80 km dalla costa.
L’effetto dei cambiamenti climatici sulla fenologia delle specie arboree da frutto è stato uno degli argomenti trattati dal prof. Todd Einhorn del Dept. of Horticulture della Michigan State University e Visiting Fellow presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa, nel suo seminario tenuto nell’Aula Magna a Pisa lo scorso 3 luglio.
Oggi sono disponibili nuovi modelli per predire variazioni nella resistenza al freddo delle gemme di ciliegio durante la transizione dalla dormienza alla successiva crescita primaverile. In tal modo è possibile caratterizzare i cambiamenti nello sviluppo delle gemme a fiore mediante semplici indicatori fisiologici e ottenere delle utili correlazioni tra questi valori e la progressione degli stadi di sviluppo, cioè semplicemente l’accumulo di ore in cui le temperature superano la soglia termica per lo sviluppo fiorale. Da questa relazione è stato sviluppato un modello previsionale per aiutare i frutticoltori a stabilire quando intervenire con misure protettive per ridurre le perdite di prodotto. 

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Infrastrutture verdi: un concetto che stenta a essere pienamente compreso

Il concetto di infrastrutture verdi non è nuovissimo e sono ormai ampiamente documentati i molti vantaggi che esse hanno rispetto alle infrastrutture “grigie”, ma esso stenta ancora a essere pienamente compreso dai nostri decisori politici. Se ne parla molto ma si agisce poco e diverse sono le ragioni a causa delle quali le città sono state e sono tuttora lente ad adottare questa soluzione, su scala significativa.
Eppure, abbiamo un bisogno vitale di “infrastrutture verdi” per aiutare a ripensare la pianificazione, la progettazione e, forse, l'immagine delle nostre città. Questo termine assume, però, significati diversi a seconda del contesto in cui è utilizzato e del soggetto coinvolto. Ad esempio, alcune persone si riferiscono agli alberi in aree urbane come infrastruttura verde in relazione ai benefici che essi forniscono, mentre altri utilizzano il termine per fare riferimento a realizzazioni di diverse tipo (ad esempio i sistemi di gestione delle acque meteoriche o i tetti verdi) che sono progettati per essere eco-compatibili.
Purtroppo, la realtà frustrante di una certa parte della politica pubblica è che le buone idee non necessariamente prendono piede. Già Machiavelli affermava: "Deve essere ricordato che nulla è più difficile da pianificare, più dubbio a succedere o più pericoloso da gestire che la creazione di un nuovo sistema. Per colui che lo propone ciò produce l'inimicizia di coloro i quali hanno profitto a preservare l'antico e soltanto tiepidi sostenitori in coloro che sarebbero avvantaggiati dal nuovo" (Machiavelli, Il Principe, 1531).
I motivi per cui i governi locali resistono ai grandi cambiamenti della pianificazione ambientale e territoriale sono diversi. Il primo è quello economico. Il refrain “bello, ma non ci sono le risorse” non è a mio modo di vedere un motivo accettabile. Non si è fatto niente neanche quando le risorse, almeno apparentemente, c’erano (salvo poi sapere che ciò avveniva a spese del debito pubblico). Il secondo è una ignava accettazione dello status quo che ritengo del resto insostenibile in futuro. Il terzo, forse il peggiore, è che adottare delle vere politiche pianificatorie di lungo termine, volte a proteggere l’ambiente e il consumo di suolo, potrebbe “imbrigliare” le Amministrazioni che, in questo modo avrebbero dei limiti nell’usare, come alcune di esse hanno fatto in passato, il suolo come un vero e proprio “bancomat” per ricavare risorse dagli oneri di urbanizzazione.

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