Notiziario









Un grido di allarme: cosa si insegna nelle nostre scuole?

Approfitto del mio titolo di Accademico dell'antica e prestigiosa Accademia dei Georgofili, per lanciare un grido di allarme sul livello di efficacia dell'insegnamento nelle scuole medie italiane. Negli ultimi mesi ho avuto l'opportunità di seguire con una certa continuità lo studio di un mio nipotino iscritto alla classe prima media. Sono rimasto impressionato dalla impostazione nozionistica, farraginosa, ridondante dei testi adottati e dei programmi svolti. 

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Elicicoltura: zootecnia a triplice attitudine

Nella seconda metà del secolo scorso nelle Facoltà di Agraria e Veterinaria vi erano ancora due corsi facoltativi semestrali di Zoocolture, che riguardavano allevamenti minori. Uno era dedicato all’avicoltura e alla coniglicoltura, l’altro alla apicoltura e bachicoltura, attività zootecniche che nel corso di alcuni decenni scompaiono, come la bachicoltura, o esplodono come l’avicoltura. Nello stesso periodo iniziano a comparire nuovi allevamenti e tra questi l’elicicoltura che risponde alla crescente domanda di chiocciole e che ora ha tre diversi utilizzi: “carne”, uova e bava o muco.

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Un mondo senza pesto genovese?

Oltre all’aglio, al pecorino e al sale grosso, tre sono i componenti fondamentali del pesto genovese: olio extra-vergine di oliva, pinoli e basilico. Ebbene, ciascuno di questi ultimi attraversa una crisi dovuta all’azione di organismi nocivi che stanno compromettendo, almeno in parte, la disponibilità di tali materie prime. Per l’olio, il riferimento è inevitabilmente rivolto alla pandemia di Xylella fastidiosa che da qualche anno sta devastando il Salento (http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=2233): per fortuna al momento non risultano segnalazioni di casi in altre aree, e l’attenzione è ai massimi livelli. Il pino domestico da tempo è vittima degli attacchi di un insetto introdotto dal Nord America (il “cimicione americano”, Leptoglossus occidentalis) e le rese di pinoli sono crollate (http://www.georgofili.it/detail.asp?IDN=901&IDSezione=4). Inevitabile il ricorso a prodotti importati (anche dalla Cina), lo scadimento qualitativo e l’aumento dei prezzi.
Ma è la situazione sanitaria del basilico quella che fa sorgere dubbi inquietanti circa il futuro del pesto. Ricercata per il suo intenso profumo e l’altrettanto piacevole sapore, questa pianta (Ocimum basilicum) è una delle aromatiche tipiche della dieta mediterranea, ma è apprezzata in varie parti del pianeta. Coltivata a livello sia professionale (serra e pieno campo), sia amatoriale (tipicamente anche sui davanzali delle finestre), è da sempre caratterizzata da una tecnica relativamente semplice e uno stato sanitario non particolarmente preoccupante. La situazione, però, è drammaticamente cambiata a cominciare dai primi anni di questo secolo, a causa della insorgenza e diffusione di attacchi di una malattia parassitaria, capaci di distruggere in breve tempo la coltura. Il patogeno in questione è Peronospora belbahrii, un oomicete biotrofico di nuova descrizione (doi: 10.1017/S0953756205003928), trasmesso per seme, responsabile della comparsa di estese lesioni necrotiche sulle foglie, con fuoriuscita di abbondante efflorescenza grigiastra dalla pagina abassiale, costituita da rami conidiofori e fruttificazioni agamiche. L’evoluzione è rapida e porta alla marcescenza degli organi colpiti, sino alla morte della pianta. Il periodo di incubazione può superare le 3-4 settimane, così che la presenza del patogeno può non essere percepita al momento della commercializzazione delle piantine. Inizialmente segnalata in Liguria e basso Piemonte, la malattia è certamente presente anche in Toscana, Lazio e Sardegna. A livello internazionale, oltre all’Europa (con focolai in una decina di Paesi), sono interessati tutti i continenti, dalla Nuova Zelanda agli USA, dall’Argentina al Sud Africa e Taiwan. In Italia il caso è da sempre all’attenzione della Scuola fitopatologica torinese (doi: 10.1007/s12600-015-0474-1).

Che fare, dunque?

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Presentazione del libro: “Chianti Classico, the search for Tuscany’s noblest wine”

Mercoledì 15 febbraio 2017 alle ore 16, nella sede dell’Accademia dei Georgofili sarà presentato volume di Bill Nesto e Frances Di Savino Chianti Classico: the search for Tuscany's Noblest Wine (University of California Press, 2016).

Bill Nesto è Master of Wine e fondatore del Wine Studies Program all’Università di Boston, dove insegna. 
Frances Di Savino è un procuratore con un background di studi storici ed è la compagna, di vita e di vino, di Bill.  
Bill and Frances hanno già firmato insieme il volume The World of Sicilian Wine, che ha vinto il premio André Simon Book Award nel 2013.

Il libro racconta la storia di un’antica terra chiamata Chianti e della moderna denominazione del vino nota come Chianti Classico. Nel 1716 il penultimo Granduca dei Medici, Cosimo III, consacrò la regione del Chianti assieme a tre aree più piccole nello stato fiorentino, come la prima al mondo legale denominazione di origine per il vino. Nei secoli successivi questa pietra miliare della storia fu dimenticata tanto che, alla fine del XIX secolo, la parola Chianti significava piuttosto che un rinomato vino e la sua regione di produzione, un semplice vino italiano da tavola rosso in un fiasco ricoperto di paglia. Nel XXI secolo il Chianti Classico si è affermata come una delle più dinamiche e affascinanti zone del vino. Bill Nesto e Frances De Savino esplorano le città del Chianti Classico e introducono il lettore nella moderna viticoltura che sta trasformando la regione. I segreti del Sangiovese, la principale varietà di vitigno del Chianti, sono progressivamente rivelati assieme ai miti e ai misteri di una delle più antiche zone vitivinicole italiane. La pubblicazione del libro coincide con il trecentesimo anniversario del decreto granducale che delimitava esattamente la regione di produzione del Chianti (24 settembre 1716).

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Prevenzione della degradazione del suolo e mantenimento della fertilità

Fra le pratiche agricole che contribuiscono maggiormente alla degradazione del suolo rimangono le lavorazioni del terreno effettuate prevalentemente in maniera convenzionale e l’attuazione ancora diffusa di colture intensive, senza il necessario apporto di sostanza organica. A queste si aggiunge la preparazione del terreno mediante livellamenti e scassi per i nuovi impianti di colture arboree, in particolare vigneti nelle zone collinari, causando così catastrofiche perdite di suolo e di nutrienti, il cui danno in termini economici ed ambientali non viene ancora quantificato.

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Microbiota e l’agricoltura del futuro

L’incremento della popolazione mondiale e la necessità di ridurre l’impatto ambientale delle produzioni agrarie pongono l’agricoltore del XXI secolo di fronte ad una sfida senza precedenti: produrre di più con un minor uso di fertilizzanti e fitofarmaci di sintesi. Nell’ affrontare questa sfida, gli agricoltori non sono soli ma possono contare su “piccolo aiutanti” che vivono sotto i loro piedi: le migliaia di specie microbiche che proliferano all’ interfaccia tra le radici delle piante ed il terreno agrario, l’ambiente che viene definito rizosfera.

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Ai Georgofili con ENEA per parlare di qualità, sicurezza, tracciabilità, autenticità ed origine dei prodotti agroalimentari

Giovedì 9 febbraio alle ore 9.30 si svolgerà all'Accademia dei Georgofili una giornata di studio su  "Qualità, sicurezza, tracciabilità, autenticità ed origine dei prodotti agroalimentari: l'infrastruttura METROFOOD-RI", organizzata in collaborazione con ENEA. 

PROGRAMMA 

G. MARACCHI - Apertura dei lavori 

I. CASTANHEIRA - Contribution of Metrology in food quality, saferty and security 

G. ZAPPA – L’infrastruttura metrologica a supporto del settore agroalimentare: azioni avviate e prospettive 

C. ZOANI – L’infrastruttura di ricerca METROFOOD-RI 

A.M. ROSSI, F. CUBADDA, A. SCALONI – Contributi alla Joint Research Unit METROFOOD-IT 

Tavola rotonda su: Le infrastrutture di ricerca quale motore di integrazione e sinergia tra pubblico e privato 

Interventi di R. ALEANDRI, G. PECORINI, S. LA ROSA, D. GIACOMINI, M. PAGANELLI, C. DI DOMIZIO, M. BOCCARDELLI, D. DEI GIUDICI 

P. BONARETTI - Conclusioni 



Iscrizione obbligatoria a adesioni@georgofili.it entro il 7 febbraio 2017 

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Metodologie innovative di rilevamento per l'aggiornamento dell'Inventario castanicolo nazionale

Si svolgerà il prossimo lunedì 6 febbraio nella sede dell'Accademia dei Georgofili una Giornata di studio  sulle "Metodologie innovative di rilevamento per l'aggiornamento dell'Inventario castanicolo nazionale", promossa ed organizzata in collaborazione con MiPAAF, Associazione Nazionale Città del Castagno, Centro di Studio e Documentazione sul Castagno, ANCI Toscana, Regione Toscana.

La valorizzazione della risorsa castanicola italiana impone la necessità di acquisire dati conoscitivi sulla sua effettiva consistenza con l'obiettivo di dare attuazione al piano castanicolo nazionale e di consentire la corretta utilizzazione delle misure dei piani di sviluppo rurale a livello regionale. 
Con questa Giornata di studio si intendono approfondire le problematiche tecniche e amministrative legate all’urgente necessità di realizzare un aggiornamento dell’inventario castanicolo nazionale e/o a livello di singole Regioni. 
A tal fine saranno illustrate, sulla base di casi di studio condotti in Toscana, le potenzialità applicative delle più recenti tecniche di rilevamento forestale per l’inventariazione e il monitoraggio delle risorse castanicole, con particolare riferimento all’impiego di dati telerilevati da piattaforma aerea e satellitare per la mappatura dei boschi di castagno e all’uso di banche dati e di strumenti tecnologicamente avanzati per la caratterizzazione strutturale e socio-economica dei castagneti da frutto. 

La partecipazione è riservata a coloro che si saranno registrati entro il 2 febbraio 2017 a adesioni@georgofili.it 


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La scure di Trump sui trattati di libero scambio

America first, Buy american. Le parole d’ordine della campagna elettorale di Donald Trump si sono trasformate, all’indomani del suo insediamento alla Casa Bianca, nel primo provvedimento concreto: l’uscita degli Stati Uniti dal TTP, il Trattato transpacifico di libero scambio con 11 Paesi emergenti dell’area del Pacifico come Cile, Nuova Zelanda, Singapore, Australia, Canada, Giappone, Malaysia, Messico, Perú, Vietnam, Brunei.

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Tecnologie minimali per insalate in busta

Da sempre tutti i popoli mangiano l’insalata selvatica o coltivata, per la quale in molte città italiane sono stati costruiti i Mercati delle Erbe, i negozi di frutta e verdura e gli ancora esistenti mercatini. Diffusa è infatti la passione per un sano e leggero piatto d’insalata di soncgino, lattuga, radicchio, rucola o altra verdura, condita con olio, sale, limone o aceto. Ora anche i dietologi consigliano a tutti quest’alimento, specialmente a chi vuole mantenere o ricuperare la linea. Non è però sempre facile trovare verdure fresche e sopratutto di diversi tipi per comporre un’insalata mista. Di conseguenza, negli ultimi tempi, per mancanza di tempo e per altre ragioni stanno sempre più prendendo piede le verdure di “quarta gamma”, cioè le insalate già mondate, lavate, asciugate, tagliate e confezionate in buste o in vaschette monoporzione, presentate nei banchi frigoriferi dei supermercati. 

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Celiachia: una forma di intolleranza alimentare permanente

La celiachia o enteropatia glutine-sensibile rappresenta una delle forme più diffuse di intolleranze alimentari. La malattia si manifesta in individui geneticamente suscettibili, in seguito ad ingestione del glutine da frumento tenero (Triticum aestivum) e duro (Triticum durum) o delle corrispondenti proteine presenti in diversi altri cereali tra cui, i più comuni, risultano orzo (Hordeum vulgare) e segale (Secale cereale). La tossicità dell’avena (Avena sativa) è stata recentemente rivista per cui è ora considerata un cereale non tossico per la maggior parte dei soggetti celiaci; rimangono ancora oggetto di studio alcuni cereali minori tra cui il piccolo farro (Triticum monococcum). 
L’intolleranza, fino a circa venti anni fa, veniva principalmente diagnosticata nei primi tre anni di vita. Negli ultimi anni è invece cresciuto il numero di casi in cui si manifesta tardivamente nel corso della vita o rimane asintomatica. Attualmente si ignora quali siano le cause responsabili di slatentizzare la patologia nell’adulto, dopo un periodo più o meno lungo trascorso dal primo contatto con il glutine. La celiachia ha pertanto oggi una grande rilevanza epidemiologica: in Europa e nel Nord America si calcola che la frequenza dei casi conclamati di malattia è di 1:1000 nati vivi ma, se si considerano anche i casi latenti ed asintomatici, si passa ad un rapporto di 1:100. Sotto l’aspetto clinico i soggetti celiaci soffrono di gravi sindromi da malassorbimento (diarrea, perdita di peso, ritardo della crescita, anemia sideropenica, steatorrea), mentre l’esame istologico della mucosa dell’intestino tenue, sede della lesione, evidenzia iperplasia delle cripte e diversi gradi di atrofia dei villi intestinali. Numerose evidenze sperimentali indicano inoltre che la lesione mucosale è prodotta da una risposta immunitaria di tipo infiammatorio nei confronti delle molecole del glutine. L’analisi di biopsie intestinali prelevate da pazienti celiaci ha messo in evidenza che in queste mucose sussiste una massiva infiltrazione linfocitaria.  La completa normalizzazione sia del quadro clinico che istologico, che si raggiunge dopo l’eliminazione del glutine dalla dieta, forniscono prove ulteriori che il glutine agisce attivando in maniera reversibile i linfociti T infiltranti la mucosa. 

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Oltre la crescita … la decrescita

È difficile che la ripresa economica sia alle porte e ritorni a vele spiegate nel nostro mondo. Come lo è l’esercizio minuzioso, ma vano, di spiare ogni micrometrico spostamento di questo o quell’indice per dedurne i sintomi di un sostanziale miglioramento. Così, in un clima di grave incertezza trovano spazio teorie economiche che si propongono come il toccasana. Appaiono o tornano alla ribalta vecchie ricette che la storia e l’economia reale hanno da tempo cancellato, ma che vengono accolte con l’incosciente concorso dei mezzi di comunicazione. Semplici. A portata di mano. Quasi per virtù magiche capaci di risolvere problemi attorno ai quali ci si è affannati con scarso successo. 
È il caso della teoria della decrescita, da noi conosciuta con indubbia sensibilità al marketing delle idee, come “decrescita felice”.  Una teoria che piace e affascina anche per i suoi aspetti morali che richiamano antiche virtù dismesse e nuovi sacrifici propiziatori. Molto diffusa, soprattutto nei paesi sviluppati, il suo moderno profeta è il francese Serge Latouche. Ma non è una novità. Teorie di questo genere esistono sin dall’antichità più remota. Semplificando molto si può dire che essa propone la riduzione volontaria dei consumi per ricondurli a modelli più austeri e ripescati da un passato percepito come più virtuoso. Accanto a quella, che ne consegue, della produzione di beni che diventerebbero superflui. L’obiettivo è favorire relazioni più equilibrate fra la natura e l’uomo nell’uso delle risorse e fra tutti gli uomini per eliminare disparità e conflitti. Un messaggio seducente e accattivante, ma troppo simile al mitico ritorno dell’età dell’oro, quella che concilia l’uomo e l’ambiente, la protezione delle risorse ed il loro impiego, i consumi e la produzione. 
Oltre il messaggio sorge il dubbio che qualche cosa non torni. Consideriamo proprio l’agricoltura e l’alimentazione come paradigma. Ogni essere umano dovrebbe spontaneamente ridurre i propri consumi di beni agricoli e, allo stesso tempo, ogni agricoltore limitare la produzione. Ciò implica minor impiego di terra e di mezzi di produzione, minori capitali e un incremento del lavoro e della fatica. In due parole la riduzione della produttività agricola. Ma questo modello sembra solo un sogno: la popolazione tende ad aumentare e quindi i consumi procapite e quelli totali crescono in quantità e in qualità per l’effetto demografico. 

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I legumi: semi nutrienti per un futuro sostenibile

L’Assemblea generale dell’ONU ha dedicato il 2016 ai legumi, dichiarandolo “International Year of Pulses”, cioè dei legumi che si coltivano solamente per i loro semi, escludendo tutti gli altri, per esempio quelli che si raccolgono freschi da usare immediatamente come cibo o quelli utilizzati per estrarne olio.  Perché tanta attenzione ai legumi e in particolare ai loro semi?

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Poco prodotto, prezzi alle stelle per il gelo: è speculazione? No è il mercato.

Alla faccia del riscaldamento globale: freddo e neve al Sud. Sole, gran freddo ma niente neve fino a 2000 metri in Trentino Alto Adige. Che dire? Tempo folle, che se infischia delle latitudini. D’altronde, signori, è inverno, ricordiamocelo. Che faccia freddo, anche molto freddo, è normale. Sono anomali gli inverni temperati, quantomeno al Nord. Gelo e neve hanno messo ko al Sud decine di migliaia di imprese agricole, le produzioni di ortaggi sotto serra sono state falcidiate, idem molte produzioni agrumicole. Di conseguenza manca il prodotto nei mercati anche a causa dei collegamenti problematici (per il meteo) tra Sud e Nord. E, si sa, se non girano i camion, in Italia non gira il prodotto. Poi c’è la situazione drammatica delle aree terremotate, dove piove -  anzi nevica - sul bagnato, aggiungendo dramma a dramma.    Poco prodotto, i prezzi salgono. E’ il mercato, bellezza. Una legge economica che vale da quando il mondo è mondo e che neppure nelle economie dirigiste, socialiste e autarchiche è stata smentita. Infatti, anche quando negli ex paesi socialisti tentavano di imporre prezzi calmierati e amministrati, finiva che a quei prezzi il prodotto non si trovava mentre i prodotti riapparivano a prezzi ‘di mercato’ in un fiorente mercato nero parallelo (oggi succede in Venezuela, a Cuba, e in poche altre énclaves socialiste sopravvissute).  
Ma da noi, che non siamo un paese socialista a economia dirigista, vale la legge del mercato: a parità di domanda, se manca il prodotto, i prezzi salgono. Punto.  Invece…ecco che arrivano puntuali gli allarmi, le messe in guardia sullo speculatore della porta accanto (sempre anonimo, ovviamente). “Con i prezzi degli ortaggi che aumentano in media del 200% dal campo alla tavola è allarme speculazioni a causa del maltempo…”, diceva un comunicato dei giorni scorsi. In giro c’è aria di polemiche sulle zucchine d’oro, con le associazioni dei consumatori a indignarsi in tv chiedendo di calmierare i prezzi (e magari arriverà una puntata di ‘Porta a porta’ sull’argomento). Vogliamo smettere una buona volta ipocrisie e banalità, uscire dai luoghi comuni, dalle frasi fatte, dalle denunce a vuoto, e dire ad esempio dove si annidano gli speculatori e soprattutto chi sono gli speculatori. Le catene della Gdo? I grossisti dei Mercati generali? I fruttivendoli? Un conto è denunciare i danni drammatici che il maltempo ha fatto alle imprese agricole del Sud e chiederne il ristoro. Più che legittimo, doveroso. Ma se i prezzi dei prodotti in campagna (per chi li ha) vanno alle stelle, è un problema? In questi frangenti è possibile smascherare un equivoco: a chi giova l’aumento dei prezzi all’origine? Sicuramente al mondo produttivo, che soprattutto laddove è più aggregato, riesce a sfruttare a suo favore questa contingenza (che quasi sempre non dura molto, per le più varie ragioni). 

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Borsa di studio sui cambiamenti climatici

L’Accademia dei Georgofili, visti gli effetti dei cambiamenti climatici a partire dai primi anni 90 e la frequenza degli eventi estremi (piogge violente, ondate di calore e siccità, venti forti) che hanno causato gravi danni all’economia nazionale e anche la morte di persone, ritiene opportuno bandire una borsa di studio per un giovane laureato in discipline scientifiche, per effettuare una ricerca sul tema: "Cambiamenti climatici: previsioni stagionali e tipi di tempo".
L'attività di studio e ricerca si svolgerà presso la sede del LaMMA, Consorzio fra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Regione Toscana.
La responsabilità di seguire il borsista nella sua attività è assegnata ad un ricercatore del settore Meteorologia e Climatologia del LaMMA indicato dall’Amministratore Unico e dal Presidente dell'Accademia dei Georgofili per quanto riguarda le ripercussioni su agricoltura e territorio. 
La durata della borsa sarà di 4 mesi e l’importo sarà di € 4.800 che verrà erogato in due rate, una dopo due mesi e l'ultima al compimento della ricerca e dopo la consegna dell'elaborato finale, con la condizione che il lavoro venga pubblicato su una rivista scientifica. 
Le candidature dovranno essere presentate tramite domanda in carta semplice con allegato curriculum vitae, esclusivamente per posta elettronica in formato PDF, entro mercoledì 25 gennaio 2017 - ai seguenti indirizzi e-mail: accademia@georgofili.it; info@lamma.rete.toscana.it.
Le domande presentate verranno esaminate da una Commissione costituita da rappresentanti dell’Accademia dei Georgofili e del LaMMA (Prof. Giampiero Maracchi, Dott. Bernardo Gozzini e Dott. Gianni Messeri).



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“Lasciate da parte le donne e torniamo alla qualità del cuoco”: Vincenzo Tanara e il maschilismo in una cucina del XVII secolo

l nobile Vincenzo Tanara (nato a Bologna e ivi morto tra il 1665 e il 1669), dopo aver a lungo prestato la sua opera di soldato presso varie corti italiane, ad un certo punto della sua vita manifestò l’appassionato desiderio di ritirarsi in campagna per goderne da un lato la pace (dopo i clamori militari), dall’altro per poter osservare direttamente ciò che nella sua qualità di “cittadino in villa” accadeva quotidianamente nei suoi possessi.

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Tutto bene? Mica tanto. Però …

Chiude il 2016 con un paese sostanzialmente fermo (crescita neppure all’1%). E l’anno che viene resterà lì (secondo le stime più attendibili) sempre sotto l’1%. Per vedere qualcosa sopra l’1 per cento bisognerà aspettare il 2018. Se il Paese resta in affanno, l’agricoltura che fa? 

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Virus: emergenza alimentare

Fino a un recente passato molte epidemie alimentari sembravano avere un’origine sconosciuta perché le analisi microbiologiche non individuava-no alcun batterio. Poi in molti focolai si è scoperta la presenza di virus filtrabili, che percentualmente vanno assumendo una sempre maggiore importanza, man mano inoltre che i sistemi di controllo diminuiscono la frequenza delle tossinfezione batteriche. Oggi le infezioni alimentari da virus sono divenute un’emergenza che richiama l’attenzione dei ricercatori, autorità sanitarie e organizzazioni quali l’EFSA, che in un Forum dell’ottobre 2016 ha definito i virus di origine alimentare una priorità per la salute pubblica.
Nell’Unione Europea, i virus trasmessi con gli alimenti rappresentano la seconda causa principale di focolai d’intossicazioni alimentari dopo la Salmonella. Il cibo può divenire un veicolo di trasmissione agli esseri umani di virus che in alcuni casi si dimostrano molto contagiosi e che determinano focolai diffusi.
Molti sono i virus in causa e i più importanti sono il norovirus e il virus dell’epatite A presenti nei prodotti freschi, nei cibi pronti e nei molluschi bivalvi quali ostriche, cozze e cappesante, alimenti classificati come pericoli prioritari anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Sotto attenzione è anche il virus dell’epatite E, considerando la sua notevole presenza nei suini in tutta Europa e la sua trasmissione attraverso gli ali-menti, nonostante i pochi casi clinici umani nell’UE. Altro virus che può essere trasmesso con gli alimenti è il rotavirus, particolarmente associato alla gastroenterite dei bambini. D’importanza epidemiologica ancora da precisare sono virus quali l’aichivirus A, il sapovirus (un calicivirus), i parvovirus e gli astrovirus

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Euro: compleanno in sordina

Il 1° gennaio 2002, in un clima di grande euforia, l’euro entrava materialmente nella vita di gran parte degli europei e degli Italiani. Dunque compie 15 anni, ma è un anniversario in sordina, come di un parente un po’ imbarazzante o di un fatto che si vorrebbe mettere in ombra. Alcuni quotidiani lo hanno ricordato riconducendo la questione ad aspetti di costume, ma di impatto minore, quasi in un clima da “come eravamo”. Dimentichi che alle ultime elezioni europee la questione più dibattuta fu l’alternativa fra il Si ed il No all’euro, questione in fretta abbandonata. 
L’euro sembra così condannato ad essere sempre male compreso ed usato in modo strumentale, sin dalla sua nascita. Ad esempio, quando entrò nei nostri borsellini nel 2002 in realtà aveva già 3 anni e si usava nelle transazioni importanti e nei conti europei dal 1999. La moneta non era che l’ultimo passo di una rete di regole in vigore da tempo, dall’ultima grande svalutazione (guarda, guarda) di lira e sterlina. Una rete in vigore anche per i paesi non euro e che rimarrà per la sterlina quando la Brexit sarà realtà. All’epoca delle decisioni che oggi non hanno padri, ma tanti ne ebbero, la discussione verteva su un’alternativa: sistemare i conti dell’Italia e solo poi entrare nella moneta unica o fare il contrario e, una volta nell’euro, far ordine in casa sotto la pressione degli obblighi assunti e delle occhiute attenzioni degli altri. I padri della decisione scelsero quest’ultima. In gran fretta e con manovre economiche lacrime e sangue i parametri minimi furono raggiunti. Ma fu solo cosmesi, perché i comportamenti dello Stato che ci avrebbero collocati fuori dalla disciplina euro, non furono toccati. Così il debito pubblico ha continuato a crescere.
Per anni ci siamo autoillusi di aver salvato l’Italia agganciandoci agli altri e passando loro la responsabilità di permetterci di continuare. Poi è arrivato lo chock della crisi a far capire di quanto sale fosse cosparsa la via dell’euro.
Cadute le illusioni si è pensato che la colpa fosse “dell’Europa”, vista come madre/matrigna. Cominciò a formarsi, nel paese a parole più europeista d’Europa, un diffuso anti europeismo, che confondeva l’euro con l’Ue, che pretendeva aiuti che non ci spettavano perché nel frattempo l’Italia era passata nel gruppo dei paesi ricchi, che sognava avventure impossibili
Intanto ha iniziato a schiacciarci l’enorme entità del nostro debito. Di ciò tendiamo a dimenticarci, anche perché è collettivo, ma il suo costo sostenuto dal prelievo fiscale è individuale.

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