Notiziario







Prezzo minimo del latte per decreto. E perché no per pesche, clementine, pere, ortaggi?

Dalla Sardegna con furore. Il latte ovino versato a quintali dai pastori dell’isola ha bucato il video degli italiani, agitato le acque della politica nazionale e regionale (alla vigilia delle elezioni) e mandato un messaggio inequivocabile: è possibile ottenere un prezzo minimo di una produzione agricola per decreto, in questo caso 72 centesimi/litro “altrimenti ci arrabbiamo”. E’ possibile ottenere tavoli tecnici con ministri e vicepresidenti del Consiglio dove si deliberano interventi, aiuti (ritiri) per decine di milioni di euro per salvare un pezzo importante dell’economia regionale “altrimenti ci arrabbiamo”. E’ possibile far valere le proprie ragioni e ottenere un risultato importante, forse insperato, semplicemente arrabbiandosi, tenendo duro, dimenticando le buone maniere. E facendo leva solo sulla propria esasperazione.

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Le Scienze agrarie di fronte alla sostenibilità. Paradigmi a confronto.

Nel 1990 si afferma, nell'Unione Europea, il concetto di agricoltura multifunzionale che sancisce, in modo più generale, che le rese per ettaro non sono più il dato fondamentale, ma diviene prioritaria la qualità del prodotto e il mantenimento in buone condizioni dell'ambiente in cui si opera. Il rispetto dell'ambiente, globalmente inteso, guadagna molti consensi anche nel mondo scientifico; tanto è vero che la prestigiosa rivista Nature pubblica, nel 2009, l'articolo di Johan Rockström et al. "A safe operating space for humanity", nel quale vengono fissate quelle soglie che non devono essere superate e concernenti una serie di parametri, quali biodiversità, qualità dell'acqua, ecc. che sono entrati in un progressivo degrado anche a seguito dell'agricoltura indirizzata esclusivamente agli incrementi produttivi.

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Alberi che cadono, Kafka, Politica e Futuro

“Si va rafforzando la persuasione che la scienza sia il possibile schermo di un sistema di potere economico occulto. La diffusione del pregiudizio antiscientifico è a misura di quella del risorgente pregiudizio anti-capitalista. La “cultura del sospetto” non è tanto l’ingenuo riflesso di un’opinione pubblica ignara dei progressi della scienza moderna, quanto una manifestazione della più diffusa sindrome politica contemporanea”. (Carmelo Palma, 2017).
Uso questa frase come incipit di questo breve articolo perché trovo che si attagli perfettamente alla situazione kafkiana che emerge ogni volta che si parla di alberi. Soprattutto, quando lo si fa sull’onda emozionale susseguente a un evento meteorico che ha causato la caduta di molti di essi e, nei casi peggiori, la morte di una o più persone.
Innanzi tutto occorre cercare di capire come altri stanno affrontando questo argomento. Le città europee sono soggette a continui cambiamenti e nessuna area urbana sarà immune dalle forze che li muovono. Infatti, come il XXI secolo progredirà, è probabile che il ritmo del cambiamento sarà anche accelerato. Luoghi che un tempo prosperavano potrebbero fisicamente e/o economicamente degenerare. Altre aree, che sono attualmente ritenute povere o depresse, potrebbero invece beneficiare di una rigenerazione o di una rinascita. Ignorare il cambiamento che stiamo vivendo è, da parte dei nostri politici, degli investitori o degli opinion makers, deleterio.
Il cambiamento può e, nella situazione attuale, deve anche tenere in considerazione uno degli elementi strutturanti le nostre città: gli alberi. Il normale “ricambio” delle alberature nelle città estere è compreso fra lo 0,7 e l’1% annuale del patrimonio arboreo totale.  In Italia ogniqualvolta si parla di questo argomento si scatena una gazzarra, spesso avente connotazione politica, tanto che la medesima parte protesta contro o è a favore del rinnovo in funzione del fatto che una parte stia o meno amministrando la città.

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Cooperazione e coordinamento della filiera agroalimentare: lo strumento delle Organizzazioni di Produttori

La giornata di studio del 22 febbraio, organizzata dall’Accademia dei Georgofili attraverso il suo Centro Studi GAIA, in collaborazione con CREA-Rete Rurale Nazionale e AGRINSIEME, ha consentito un’approfondita riflessione sulla situazione e sulle prospettive delle Organizzazioni di Produttori (OP) che rappresentano oggi lo strumento di punta a livello comunitario per rafforzare il potere contrattuale delle imprese agricole nella filiera.

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Amici Pastori, è tempo di agire

Il prof. Giancarlo Rossi, illustre e stimato Docente di Scienze Zootecniche del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, insieme a 23 colleghi docenti, tecnici e dottorandi ha sottoscritto e chiesto di pubblicare su “Georgofili Info” un’opinione sulle cause che stanno deteriorando la produzione di latte e di classici formaggi

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False carni e imbrogli del "meat sounding"

Carne, pesce e latte vegetali, più che ossimori sono imbrogli che non tengono conto della sostanziale differenza che esiste tra un alimento d’origine animale e un alimento vegetale e che non può essere colmata dall’aggiunta di integratori o additivi. Imbrogli che si aggravano si usano termini evocativi come hamburger, gamberoni o latte vegetali, nel cosiddetto meat sounding.
In Italia vi sono persone che per diversi motivi, in modo permanente, per periodi più o meno lunghi o saltuariamente rifiutano di mangiare carne (vegetariani) o ogni cibo d’origine animale (vegani). Senza entrare in discussione sulle motivazioni di questi comportamenti e in particolare sulla eticità e sulla sicurezza delle carni e di altri alimenti d’origine animale, è necessario richiamare l’attenzione sull’attuale usanza di chiamare con nome di alimenti di origine animale i prodotti completamente vegetali, quasi come cercare un alibi, ma soprattutto considerare alcuni aspetti degli alimenti sostitutivi alla carne, pesce, latte e uova e loro uso protratto nell’alimentazione umana.
Ad eccezione della futuribile carne sintetica, i prodotti vegetali che simulano la carne hanno composizioni molto diverse dalla vera carne. Se questo non ha importanti effetti per chi mangia questi alimenti occasionalmente o per brevi periodi, diverse sono le conseguenze per diete prolungate soprattutto nei bambini, giovani, anziani e donne gravide, a meno di non attuare opportune integrazioni in diete appositamente studiate. Anche per questo le legislazioni mondiali stanno vietando l’uso del termine carne per alimenti che non la contengono per fare chiarezza e differenziare la carne vera da quella non vera, proibendo definizioni carnivore per i prodotti vegetali come le bistecche di soia, la salsiccia vegana o i gamberoni vegani. Come è già avvenuto per la bevanda alla soia che non può essere chiamata latte e per il tofu che non è un formaggio, in analogia alle azioni di contrasto all’italian sounding, si sta operando per gli imbrogli delle false carni, il cosiddetto meat sounding.

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Il valore della libera ricerca scientifica

Cercando di comprendere la nostra odierna vita quotidiana, confrontandola con quella degli ultimi 70 anni, possiamo constatare che le nuove tecnologie sono molto cresciute in ogni settore e hanno portato sensibili cambiamenti a livelli più alti ed un uso più diffuso. Anche la realtà sociale è rapidamente cambiata rispetto a quella che era più fermamente suddivisa in classi diverse, spesso contrapposte. I cambiamenti (non dico progressi per evitare inutili discussioni sull'uso di questi termini) sono stati anche rilevanti e il motore essenziale è quasi sempre nato dalle acquisizioni della scienza universale, a cominciare da quelli riguardanti la nostra salute e longevità.
Come è ormai ben noto, alle nostre imprese servono sempre e soprattutto idee, oltre che capitali (persino quelli che da tempo sono stati vituperati) per poter investire in innovazioni. Ma occorrerebbe anche un ampio programma nazionale sulla dinamica del mondo del lavoro. La disoccupazione infatti è stata sempre una immediata conseguenza del progresso tecnologico. Andrebbe comunque smaltita al più presto, non solo con la solita richiesta di conservare stabilità nel rapporto di lavoro, ma facendo leva appunto sulla creazione di nuove attività in un sistema produttivo dinamico e con una adeguata formazione continuamente aggiornata e sviluppata per tutti.

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Alimenti non italiani sofisticati e dannosi

In occasione della presentazione, a Roma, del sesto Rapporto «Agromafie» elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, sono state allestite alcune portate denominate “Il crimine nel piatto degli italiani”. I clan mafiosi portano sulle tavole «prodotti illegali, pericolosi o frutto di sfruttamenti di agricolture primarie». Il regolamento Ue 1967/2006 ne mette fuori legge lo stoccaggio, l’immagazzinamento e la vendita che però ancora avviene attraverso vie illegali.

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Insetti … in poesia

Numerosi poeti hanno tratto ispirazione dagli insetti per comporre le loro opere. Già nel VI-V secolo a.C. Budda ammoniva: "Come l’ape raccoglie il succo dei fiori/ senza danneggiarne colore e profumo,/ così il saggio dimori nel mondo”. Intorno al 30 a.C. Publio Virgilio Marone, nel libro IV delle Georgiche, dedica dei versi ai malanni delle api: “Quando si dia il caso che/ per trista malattia/ languiscono i corpi (ché/ natura anche a loro dié i nostri malanni).”

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Diversità microbica e complessità dei vini naturali

Oggi il consumatore è giustamente più attento alla propria alimentazione, più consapevole del proprio diritto a alimenti sani e sicuri e a informazioni corrette e trasparenti. È disposto a spendere di più a patto di poter contare su qualità e sicurezza. Ma soprattutto è disorientato, confuso e in crisi di fiducia verso l’intero sistema agro-alimentare: secondo un recente sondaggio di People-Swg, il 60% degli italiani ritiene che “nessuno garantisce per gli alimenti che arrivano a tavola”.
Non si discosta da tale analisi il settore del vino, l’unico alimento in cui non vengono citati gli ingredienti di produzione, come se davvero nel vino ci fossero solo uva e solfiti. Nel vino sono ammessi nel processo produttivo fino a 75 coadiuvanti enologici, ma alcuni di questi in realtà sono dei veri additivi e quindi andrebbero citati in etichetta, come la gomma arabica che si aggiunge in pre-imbottigliamento e quindi in pratica “bevuta” dal consumatore.  Questa mancanza di una corretta informazione ha fatto nascere da una decina di anni il movimento del “vino naturale” parola provocatoria che si contrappone al “vino convenzionale” cioè il vino prodotto con l’utilizzo dei lieviti selezionati, di coadiuvanti enologici e proveniente da uve coltivate non in biologico. Chi produce vini naturali non utilizza ne lieviti ne batteri selezionati e non aggiunge durante il processo produttivo nessun coadiuvante enologico: è ammesso solo il metabisolfito di potassio in minime dosi. Sebbene i vini naturali rappresentano in termini di fatturato una minima fetta del mercato enologico, all’attualità in Italia ci sono più di 400 aziende che imbottigliano e commercializzano vini naturali. Un vino naturale è fondamentalmente un vino a fermentazione spontanea, cioè fermentato da lieviti indigeni presenti nell’habitat vitivinicolo. La fermentazione spontanea prevede la colonizzazione dell’habitat “mosto” da parte di una varietà di lieviti vinari chiamati “non Saccharomyces”. Con l’aumento della concentrazione alcolica nel mosto in fermentazione, le condizioni ambientali diventano progressivamente più restrittive per lo sviluppo dei lieviti non-Saccharomyces, consentendo, in tal modo, ai lieviti della specie Saccharomyces cerevisiae, generalmente dotati di un maggiore potere alcoligeno, di prendere il sopravvento e di portare a termine il processo fermentativo.  

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Alimentazione e ciarlatani in rete

Nel passato l’alimentazione degli italiani era regolata dalla tradizione che stabiliva cosa, come e quando mangiare durante il giorno (colazione, pranzo e cena), nel corso della settimana (giovedì gnocchi, sabato trippa ecc.), nel susseguirsi delle feste (Natale e Capodanno, ecc.) e nel volvere delle stagioni (tempo delle mele, delle castagne, del vino nuovo ecc.). Tutto questo è scomparso e allora sono spuntati prima i fisiologi, poi i nutrizioni-sti e i dietologi che con il loro camice bianco e anche le loro piramidi hanno tentato e continuano a cercare di regolare l’alimentazione della popolazione, ma con scarsi risultati. Sull’alimentazione oggi, usando terminologie anglofone, imperversano i blog (o siti) dove gli influencer (influenzatori) hanno migliaia e anche milioni di followers (seguaci più o meno fanatici). Inoltre i mezzi d’informazione, iniziando dai giornali, ogni giorno annunciano i cibi che non dobbiamo mangiare o i cibi che proteggono il cuore, fanno evitare il cancro o sviluppano l’intelligenza, in una ridda di notizie mutevoli e non di rado contrastanti, per cui quello che ieri era veleno oggi è salvifico o viceversa e questo va a incrementare l’attuale cucina di Babele, nella quale la gente, senza più le sicurezze della tradizione, diviene ansiosa se non timorosa di quello che deve mangiare.
Di particolare attenzione per la sua diffusione è il fenomeno degli influencer, blog, blogger e followers che comprendono anche i ciarlatani in rete.
Influencer è chi influenza qualcuno attraverso un blog, un sito di internet particolarmente predisposto per accogliere discussioni e scambi di opinioni. Proposto un tema si avvia una discussione alla quale via via si uniscono altri navigatori che con i loro più disparati pareri, e non di rado divagazioni, s’ingrossa il flusso dei messaggi, delle risposte, controrisposte e via dicendo, quando non si arriva ad insulti più o meno velati. Alcuni blogger con il tempo acquisiscono notorietà e hanno un elevato numero di utenti o seguaci (followers) più o meno abituali del sito che giunge anche a destare l’interesse di chi opera sul mercato. Sul sito compaiono allora messaggi pubblicitari che portano un utile economico per i blogger proprietari del sito e il blog da ludico diviene un lavoro remunerativo. Come in tutte le attività vi sono blogger trasparenti ma non mancano altri che non lo sono, divenendo influencer poco seri, superficiali, incompetenti e ignoranti degli argomenti che trattano e che, quel che è più grave, danno avvio a discussioni nelle quali i partecipanti non sono in grado di distinguere tra verità e fal-sità, i competenti dagli imbroglioni.

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Analisi costi-benefici e responsibilità decisionali

Il tema del momento è l’analisi costi benefici. Senza entrare nel metodo e nel merito delle conclusioni del gruppo di lavoro istituito a supporto delle decisioni sulla Tav Torino-Lione, vorremmo proporre qualche considerazione su questo strumento. L’analisi costi-benefici, in italiano definita “costi-ricavi”, fa parte di un insieme di metodologie di valutazione economica utilizzate, in genere, per le opere pubbliche o che, comunque, fruiscano di contributi pubblici. La semplicità, apparente, della sua denominazione  ne lascia intendere i contenuti. Si tratta di confrontare l’insieme dei costi da sostenere per realizzare una certa opera con quello dei ricavi o benefici, diretti ed indiretti, che ne deriverebbero. Se è semplice comprendere la logica che la guida, le cose si complicano nel momento in cui si deve passare alle necessarie valutazioni. Per definizione queste sono numerose e devono essere minuziosamente sviluppate. Sin qui nulla di particolarmente complesso, ma il fatto è che queste opere hanno tempi in genere non brevi per la realizzazione e, soprattutto, producono benefici tangibili e intangibili, variabili nel tempo e distribuiti su lunghi periodi. Si pone perciò il problema di confrontare valori che non sono contemporanei, alcuni noti o ben prevedibili, altri da stimare con grande anticipo e enorme prudenza. Mentre infatti i costi sono valutabili abbastanza facilmente e si verificano di solito in un arco di tempo breve rispetto alla durata dei benefici,  questi lo sono molto meno sia per la loro distribuzione nel tempo sia per le loro caratteristiche. Quelli non monetari, in qualche caso sono prevalenti. Occorrono dunque più livelli di stima e più valutazioni di natura diversa, ma la discrezionalità rimane elevata e dominante.

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Biocarburanti e allevamenti animali

Diverse ricerche dimostrano che l'industria di produzione di biocarburanti ha un importante effetto positivo nella fornitura globale di mangimi per gli animali e sull'uso del suolo per la coltivazione di materie prime.

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Prospettive di impiego dei vitigni di ultima generazione resistenti alle malattie

In un contesto in cui la sensibilità verso i temi dell’ambiente e della salute è sempre maggiore, anche il settore della viticoltura è chiamato ad una maggiore sostenibilità delle produzioni ed alla riduzione dell’impiego di fitofarmaci. Se da una parte ciò sta già avvenendo a seguito dell’introduzione delle tecnologie informatiche e dei modelli previsionali nella gestione della difesa, in prospettiva un ulteriore importante contributo potrà venire dalle biotecnologie e dal miglioramento genetico.

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Emergenza lupi in Maremma

Negli Stati in cui il lupo è protetto dalla Direttiva habitat, come l’Italia, la caccia al lupo non è consentita, ma occasionalmente, in circostanze particolari (come ad es. in zone ad elevata pressione predatoria sul bestiame in produzione zootecnica), alcune deroghe alla Direttiva possono essere temporaneamente applicate (art. 16 della Direttiva comunitaria habitat 43/92), purché sia mantenuto lo “stato di conservazione soddisfacente", della specie. Inoltre per la richiesta di deroga è necessario dimostrare che le misure di prevenzione siano applicate correttamente.
Il problema in Toscana è particolarmente accentuato sui rilievi maremmani che vantano una lunga tradizione pastorale. Dalle testimonianze risulterebbe che la presenza del lupo storicamente in tutta la Maremma era per lo più occasionale. Le campagne erano maggiormente popolate, il sistema di allevamento più intensivo di oggi e anche la prevenzione, conseguentemente, era maggiormente efficace. La stessa popolazione era più avvezza a determinate soluzioni adottate per difendersi dagli attacchi dei lupi: il “lavoro” svolto dai cani maremmani era non solo tollerato, ma apprezzato più di quanto non avvenga oggi da parte di escursionisti poco avvezzi a gestire un attacco o il semplice abbaiare di questi cani.  La presenza di ibridi (cane-lupo) rappresenta un problema in più in quanto, oltre a rappresentare motivo di inquinamento genetico della specie Lupo, con quello che ne consegue dal punto di vista biologico, cambia le modalità di predazione degli animali in produzione zootecnica, e pare che gli ibridi abbiano un minor timore nei confronti dell’uomo. Alcune ricerche che accreditano il lupo come principale controllore-selettore della fauna ungulata selvatica (l’analisi delle feci ha dimostrato in alcuni casi che le principale fonte di alimentazione è costituita da giovani cinghiali) spesso sono state eseguite in aree a scarsa densità di ovi-caprini.  La presenza di vaste aree protette rappresentano indubbiamente uno scrigno di biodiversità, ma anche zone di rifugio della fauna selvatica. Numerose ricerche (alcune presentate presso l’Accademia dei Georgofili che da sempre ha manifestato notevole sensibilità a questo problema) hanno messo in evidenza squilibri anche rilevanti, che nell’insieme finiscono per determinare un impoverimento della biodiversità quando determinate specie prendono il sopravvento.
In generale, oltre a provvedimenti normativi appropriati, un’opera di educazione ambientale su basi scientifiche si impone.

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Ortofrutta: i protagonisti ci sono, manca la politica

E’ stata una festa, una grande festa la settima edizione dei Protagonisti dell’Ortofrutta a Venezia (18 gennaio 2019), organizzata come di consueto dal “Corriere Ortofrutticolo”. Un evento che ha raggiunto la sua maturità e che consente un momento di incontro al di fuori delle solite logiche stressanti di lavoro.

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La cosa più intelligente che una città può fare? Piantare alberi

Non c’è dubbio che gli alberi possono rendere esteticamente più attraente una città. Ma non è questo il loro maggior pregio. Un numero crescente di ricerche suggerisce che piantare più alberi nelle nostre città, se ben pianificato, realizzato e gestito, potrebbe salvare ogni anno decine di migliaia di vite – in primis assorbendo l’inquinamento e contribuendo a ridurre gli effetti, talvolta esiziali, delle ondate di calore.
In effetti, una campagna di piantagione di alberi ben mirata potrebbe essere uno degli investimenti più intelligenti che una città “calda e inquinata” potrebbe (e dovrebbe) fare. Il che parrebbe una cosa fondamentale, dato che le aree urbanizzate cresceranno sempre di più consumando suolo ed energia in modo bulimico, aggiungendo circa 2 miliardi di persone in questo secolo e diventando sempre più calde e inquinate, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove si concentrerà la maggior crescita.
Purtroppo, molte amministrazioni continuano a pensare agli alberi come a un semplice ornamento, mentre avremmo dovuto a pensare a essi come a una parte cruciale delle nostre città del futuro: una vera e propria infrastruttura di salute pubblica già da diversi anni.
Gli alberi possono salvare vite in due modi:
1) Assorbono l’inquinamento da particolato prodotto dal traffico veicolare, da centrali elettriche e fabbriche. È un funzione importante, dato che il particolato può avere effetti devastanti sulla nostra salute e si stima che uccida annualmente circa 3,2 milioni di persone in tutto il mondo. L’effetto specifico varia da città a città, ma si può affermare, con piena certezza, che qualora si scelgano le specie giuste e le si mettano a dimora nel posto giusto, gli alberi migliorano indubbiamente la qualità dell’aria.
2) Possono raffreddare le aree urbane da 0,5 a 2°C nelle giornate più calde (con punte fino a 5°C); il che è vitale durante forti ondate di calore che ormai non possiamo più considerare anomale. Studi hanno rilevato che ogni grado in più in condizioni di forte afa porta ad un aumento del 3% o più della mortalità.

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E’ nata l’AISAM (Associazione Italiana per lo Studio e le Applicazioni delle Microalghe)

Nell’aprile 2017 si è svolto a Palermo il primo Forum Italiano sulle Tecnologie Microalgali (FITEMI). In quella sede i partecipanti ci hanno affidato il compito di creare un’associazione per promuovere lo studio e le applicazioni delle microalghe. Per rispondere al loro invito, ma anche sotto la spinta del crescente interesse del mondo industriale e della ricerca per questo gruppo microbico, nel giugno 2018 abbiamo fondato l’AISAM (Associazione Italiana per lo Studio e le Applicazioni delle Microalghe).
AISAM è un’associazione senza scopo di lucro nata per promuovere studi, ricerche, formazione giovanile e attività di supporto per le aziende sulla produzione, la trasformazione e la commercializzazione della biomassa di microalghe e dei prodotti derivati. Nessun settore applicativo è escluso: alimenti, mangimi, biocarburanti, cosmetici, farmaci, integratori e ogni altro prodotto e processo con utilità commerciale, ambientale o sociale. Altri obiettivi primari di AISAM sono la diffusione d’informazioni scientifiche affidabili e il rafforzamento delle relazioni tra aziende ed enti di ricerca.
Le microalghe, come strumento biotecnologico, sono oggetto di ricerche dalla metà del secolo scorso, ma è solo nell’ultimo decennio, da quando un gruppo di ricercatori del MIT ne ha (ri)proposto lo sfruttamento come fonte di biocombustibili, che si è registrato un “boom” di attività commerciali. Come molti altri abbiamo assistito con curiosità ed incredulità a questo fiorire d’iniziative industriali e progetti sostenuti da investimenti pubblici e privati che, solo per limitarci agli USA, hanno superato diversi miliardi di dollari.

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