Il caffè è un piacere, ma senza schiuma che piacere è?
Il caffè espresso o Espresso Italiano, per merito anche delle nuove macchi-ne per uso familiare, è il metodo più diffuso in Italia e sta diventando sempre più popolare in molti altri paesi del mondo, dove ogni giorno sono consumati forse un centinaio di milioni di tazze. Diversamente dalle altre tecniche adoperate per preparare il caffè, nell’Espresso Italiano prodotto alla pressione di nove e più bar e a circa 90° centigradi, si ha una esaltazione dell’aroma e del gusto legati alla formazione di una schiuma o crema che da qualche tempo è oggetto di studi sistematici chimici e fisici per comprendere meglio questo complesso sistema.
Le alghe, già utilizzate nella cucina giapponese, sono considerate una delle più complete fonti naturali di vitamine e minerali, di aminoacidi, di antiossidanti e di acidi grassi essenziali. Importanti studi degli ultimi anni hanno anche dimostrato che i derivati solforici dei polisaccaridi delle alghe hanno spiccate proprietà antimicrobiche, tanto da proporne l’uso in alimentazione animale al posto dei giustamente vituperati antibiotici.
Studi recenti di ricercatori tedeschi, americani e svedesi hanno inoltre dimostrato che l’introduzione di alghe e microalghe nella dieta delle bovine riduce la quantità di metano emesso. Quest’ultima caratteristica dietetica sostiene da sola l’importanza dell’impiego delle alghe nell’alimentazione dei ruminanti, dal momento che il metano è uno dei gas serra a maggior impatto ambientale negativo: è venti volte più inquinante della anidride carbonica, a parità di concentrazione.
Variazioni di lungo termine nella copertura dei ghiacci nella regione dei Grandi Laghi degli Stati Uniti d’America stanno avendo serie conseguenze sull’andamento climatico stagionale e, a loro volta, sui sistemi agricoli che dipendono dall’effetto mitigante di questi grandi bacini d’acqua sul regime termico. Maggiori rischi di perdite produttive o addirittura perdite catastrofiche si sono avute in anni in cui la scarsa copertura di ghiaccio ha comportato un precoce inizio della fioritura in primavera con conseguente maggior probabilità di danni o morte dei fiori per gelate primaverili episodiche. In tali condizioni l’uscita dalla dormienza è facilitata da miti temperature primaverili durante le quali i tessuti e gli organi vegetali perdono gradualmente la resistenza al freddo acquisita per sopravvivere alle rigide temperature invernali. La frutticoltura e viticoltura del Michigan, ad esempio, beneficiano dalla presenza delle enormi masse d’acqua dei Grandi Laghi, ove la gran parte di queste produzioni è realizzata entro 80 km dalla costa.
L’effetto dei cambiamenti climatici sulla fenologia delle specie arboree da frutto è stato uno degli argomenti trattati dal prof. Todd Einhorn del Dept. of Horticulture della Michigan State University e Visiting Fellow presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa, nel suo seminario tenuto nell’Aula Magna a Pisa lo scorso 3 luglio.
Oggi sono disponibili nuovi modelli per predire variazioni nella resistenza al freddo delle gemme di ciliegio durante la transizione dalla dormienza alla successiva crescita primaverile. In tal modo è possibile caratterizzare i cambiamenti nello sviluppo delle gemme a fiore mediante semplici indicatori fisiologici e ottenere delle utili correlazioni tra questi valori e la progressione degli stadi di sviluppo, cioè semplicemente l’accumulo di ore in cui le temperature superano la soglia termica per lo sviluppo fiorale. Da questa relazione è stato sviluppato un modello previsionale per aiutare i frutticoltori a stabilire quando intervenire con misure protettive per ridurre le perdite di prodotto.
La XXI Conferenza dell’International Organization of Citrus Virologists (IOCV) ha celebrato l’evoluzione della ricerca virologica, sempre più caratterizzata dall’uso diffuso di tecnologie diagnostiche sofisticate. Al centro dell’attenzione sono l’identificazione dei patogeni virali che sostengono le singole malattie e lo studio della loro biologia. Elementi che facilitano le previsioni prognostiche ed epidemiologiche e, di riflesso, le misure di regolamentazione.
Grazie alle nuove tecnologie di sequenziamento ad alta prestazione (HTS), che consentono di rilevare con maggiore sensibilità virus, viroidi e batteri presenti nelle piante, l’elenco dei virus degli agrumi identificati e caratterizzati registra oggi ben 13 generi diversi. In molti casi nelle banche dati sono disponibili sequenze multiple di interi genomi di ciascuno di essi. Elemento questo che ha incoraggiato alcuni Paesi a sperimentare l’HTS nei programmi di quarantena e di certificazione fitosanitaria, se pur con criteri diversi e in affiancamento alle tecniche convenzionali biologiche e molecolari.
Per assegnare il nome scientifico a una “nuova” specie animale, il descrittore deve attenersi alle regole del codice internazionale dal quale è disciplinata la nomenclatura zoologica che, convenzionalmente, ha avuto inizio nel 1758, anno in cui venne pubblicata la decima edizione del Systema Naturae di Linnaeus, nome latinizzato del medico botanico svedese Carl von Linnè, al quale si deve l’affermazione della nomenclatura binomiale, che era stata inventata dal medico botanico svizzero Gaspard Bauhin (1560-1624). Numerosi naturalisti, da Aristotele (IV sec.a.C.) ad Alberto Magno (XIII sec.), avevano classificato i viventi adottando descrizioni complesse, cadute in disuso. Linneo, e i tassonomi che descrissero, o ridescrissero, le specie animali allora note, assegnarono a ciascuna di esse un doppio nome (nomenclatura binomia) combinando il nome del genere di appartenenza della specie, con un aggettivo che, frequentemente, derivava dal latino. Molti nomi assegnati, alle specie, sono di origine greca o latina. Restringendo lo sterminato campo di specie descritte, ad alcune fra le più note dell’ordine dei Lepidotteri, che include oltre 115.000 entità, ritroviamo numerosi nomi di generi e di specie che fanno riferimento ai mitologici “dei maggiori” greci e latini.
Nei giorni 5, 6 e 7 giugno si è tenuta a Roma, presso la sede della FAO la settima assemblea plenaria della Global Soil Partnership (GSP).
L’impressione generale che si è potuta ricavare dallo svolgimento dei lavori è stata molto positiva per il grandissimo fermento che la FAO è riuscita a generare sul tema del suolo e della sua protezione. Di anno in anno si percepisce l’accrescersi della consapevolezza sull’importanza del suolo per la vita sulla terra da parte di un numero sempre maggiore di Paesi, l’entusiasmo dei Paesi in via di sviluppo è coinvolgente, stimolante la dinamicità di altri Paesi che sono riusciti in qualche anno a realizzare progetti di potenziamento delle loro infrastrutture a supporto del suolo, fino alla istituzione, come nel caso della Tailandia, di un Centro di ricerca con più di 100 ricercatori dedicato al suolo per garantire un filo diretto con la GSP. I Paesi dell’U.E. più inerti, probabilmente perché molto più consolidati nella loro conoscenza sulla materia e quindi più restii ad accettare strategie politiche diverse.
Sono state illustrate da parte del Segretariato della GSP, dell’International Techical Panel (ITPS), dei Coordinatori dei Partenariati Regionali e dei Coordinatori dei Pilastri tutte le attività svolte nel corso dell’ultimo anno (giugno 2018-giugno 2019).
E’ stata illustrata una consistente mole di attività e di iniziative che a tutti i livelli sono state portate avanti da un numero sempre crescente di istituzioni che aderisce al partenariato diffondendo la cultura sul suolo a 360° fino a raggiungere la popolazione.
Il segretariato ha sottolineato l’importanza strategica che hanno avuto nell’implementazione delle attività le alleanze nazionali che si sono andate costituendo nel tempo, solo 9 a livello mondiale e 2 a livello euro-asiatico. L’Italia è una di queste. Si è fatto esplicito invito a tutti i Governi di dotarsi di una alleanza nazionale per facilitare il flusso di informazioni dal partenariato globale a quello regionale verso quello nazionale.
E’ stata ribadita l’importanza del National Focal Point per garantire il flusso delle informazioni, non tutti i Paesi aderenti si sono dotati di un NFP, ed anche là dove sono stati nominati, in alcuni casi non interagiscono con il Segretariato.
Nel 2019 ricorrono i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci che nella sua multiforme personalità è stato sommo pittore, scultore, architetto, tecnologo, fisico, geologo, musicista, poeta ma anche cerimoniere di corte, organizzatore di spettacoli e banchetti, di conseguenza divenendo anche appassionato di cucina.
Per questi ultimi aspetti Leonardo ha dovuto approfondire l’uso del fuoco, conoscere i sistemi di cottura e di pulizia delle cucine, se non inventare almeno diffondere l’uso dei tovaglioli da tavola, perfezionare alambicchi, impianti di cottura, forni e marchingegni documentati negli scritti, appunti, di segni e immagini che ci ha lasciato, argomenti che già nel passato hanno stimolato ricerche specifiche come documentano alcune pubblicazioni (Shelagh Routh, Jonathan Routh – Note di cucina di Leonardo da Vinci – Voland, 2005. Sandro Masci – Leonardo da Vinci e la cucina rinascimentale. Scenografia, invenzioni e ricette – Gremese Editore, 2006. Alessandro Vezzosi – Leonardo non era vegetariano – Dalla lista della spesa di Leonardo alle ricette di Enrico Panero – 2015).
In occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo, oltre una riedizione del libro di Sandro Masci (La cucina di Leonardo da Vinci – New Books, 2019. Mario Pappagallo – Il genio in cucina. Leonardo. La leggenda del Codice Romanoff e le tavole dei signori – Giunti, 2019. Luca Maroni – Leonardo da Vinci e il vino –2019. Guido Stecchi (a cura di) – La Tavola con Leonardo - I cuochi italiani interpretano il Genio di Vinci e il suo tempo- BellaVite Editore, 2019) è da segnalare il recente libro sulla cucina di Leonardo e su Leonardo in cucina di Carlo G. Valli (La pentola di Leonardo. Storie di corte, di vita quotidiana, di cibo, di cucina – CIERRE Edizioni, 2019).
Carlo G. Valli è docente universitario che da tempo e con metodo scientifico con felice successo si occupa di storia degli alimenti e delle tra-dizioni popolari. Nel suo libro su Leonardo da Vinci e il suo ruolo nella cucina, in centosessanta pagine efficacemente illustrate e con precisi e abbondanti riferimenti bibliografici, il Valli approfondisce l’attività di Leonardo come cerimoniere e regista di convivi non dimenticando la sua vita quoti-diana, dimostrando di conoscere e praticare le ricette del suo tempo e documentando la sua sensibilità ai prodotti della terra che comprova saper trattare e lavorare con perizia. Dai taccuini leonardeschi emergono anche le liste delle spese alimentari giornaliere che ci consentono di definire l’interesse per la vita, ma soprattutto i gusti gastronomici di Leonardo.
Noi siamo quel che mangiamo o quello che i microbi intestinali ci permet-tono di essere? Perché dopo i trattamenti antibiotici possiamo sentirci stanchi o indeboliti? Perché alcuni alimenti ci danno benessere con soddisfazione, gioia e altri provocano malessere o tristezza? L’alimentazione umana (e degli animali) deve coprire solo i fabbisogni dell’organismo o anche quelli del microbismo intestinale e in quale misura? A queste e a tante altre domande possiamo dare una risposta considerando che il corpo umano non è un'isola ordinatamente autosufficiente, ma un ecosistema super-complesso che contiene trilioni di batteri e altri microrganismi che formano un microbiota (o microbioma) che popola pelle, bocca, organi sessuali e specialmente l’apparato digerente.
Il microbiota è un ecosistema vario, dinamico e in relazione mutualistica, trasmesso al neonato dalla madre e che si stabilisce durante il primo anno di vita mentre nel resto della vita subisce trasferimenti tra i componenti della comunità. Il microbiota protegge dagli agenti patogeni, nell’intestino metabolizza i complessi lipidici e polisaccaridici rendendoli digeribili, neutralizza farmaci e agenti cancerogeni, modula la motilità intestinale e influenza molti parametri fisiologici, incluse le funzioni cognitive come l'apprendimento, la memoria e i processi decisionali con una complessa segnalazione bidirezionale tra il tratto gastrointestinale e il cervello, dando origine a un asse intestino-vago-cervello. Questo asse è vitale per il mantenimento dell'omeostasi, è coinvolto nell'eziologia di diverse disfunzioni, disturbi metabolici e mentali contribuendo anche a spiegare le sensazioni che originano dai cambiamenti del microbiota intestinale indotti dagli antibiotici o da taluni alimenti.
Spesso parliamo senza pensare al significato delle parole che usiamo. Ad esempio ci sono termini con il prefisso ”eco” che abbondano nel nostro vocabolario e in quello delle pubblicità, della televisione, nei nomi di comuni prodotti commerciali. Perché ciò che ricorda la parola ecologia va di moda, migliora la vendibilità dei prodotti, fa sentire più a posto la coscienza dei consumatori, la nostra coscienza. Accanto ad “eco” c’è la parola “bio”, anche questa passepartout per la commercializzazione e la coscienza collettiva.
Ma cosa significano queste parole? Eco viene da oikos, che vuol dire casa, abitazione (anche patria), lo sappiamo tutti ma quando e quanto ci si ferma a pensare che l’ecologia parla di casa nostra? E che l’ambiente, etimologicamente, è tutto ciò che ci circonda? Anche ciò che non vediamo non percepiamo. Evidentemente non ci riflettiamo abbastanza. Siamo presi dal sistema. Ed il sistema cos’è? Dal greco sunistemi: raccogliere, mettere insieme, quindi un “eco” che tiene insieme elementi bio e non bio. Nella frenesia della corsa che domina la nostra vita, le nostre giornate, le nostre ore su questa terra, abbiamo perso il senso delle parole che usiamo, che, già di per sé, ci aiuterebbe a vivere in modo più consapevole.
Oggi, protagonista delle cronache e della politica (da polis) è l’economia, dal greco: eco=casa, cioè la casa in cui abitiamo, l’insediamento in cui viviamo, il pianeta che ci ospita + nomia da nomos, nomoi = le leggi, le norme che regolano la casa, a partire dalla nostra casa, anche la casa che ospita tutti noi: il mondo, il pianeta terra. Eco-nomia ed eco-logia hanno una radice comune, eppure sembra impossibile perché economia ed ecologia sono continuamente in antitesi. Nel governare la propria dimora (economia) dovremmo farlo anche attraverso regole che rispettino la dimora stessa (ecologia) e gli ecosistemi che la compongono. Quando è avvenuta questa separazione tra economia ed ecologia?
Il convegno su “Quale agricoltura per nutrire l’umanità e salvaguardare il pianeta”, che si è svolto all’Università Cattolica del Sacro Cuore (Piacenza) lo scorso maggio, ha avuto come centro di discussione il ruolo passato, attuale e futuro dell’agricoltura, nel soddisfare il fabbisogno alimentare della popolazione mondiale e le conseguenti sfide per produrre più cibo salvaguardando al contempo l’ambiente.
Nel corso della storia, il settore agricolo è andato incontro a molti progressi legati al mutamento delle esigenze alimentari di una popolazione mondiale in continuo evolversi. Grazie alla Rivoluzione verde, ultimo in ordine di tempo, si è affrontata una crisi umanitaria imminente dovuta a una rapida crescita demografica che non è stata accompagnata da un altrettanto rapido incremento della produzione agricola globale. iI progressi hanno riguardato soprattutto il campo della meccanizzazione, del miglioramento genetico e dell’uso di prodotti di sintesi. Oggi siamo di fronte a una nuova sfida per l’agricoltura, in quanto si stima che nel 2050 la popolazione mondiale salirà di oltre 10 miliardi, e che, rispetto al 2013, si avrà un aumento del 50% della domanda di cibo.
I progressi ottenuti in campo agricolo sono stati possibili grazie sia alla ricerca e al trasferimento dell’innovazione, sia agli agricoltori che hanno applicato le conoscenze derivanti dalla ricerca. Ciò ha permesso negli ultimi cinquant’anni di triplicare la produzione agricola e di passare dal 35% del 1970 di popolazione mondiale al di sotto della soglia di sufficienza alimentare, al 10% di oggi. Tuttavia, nonostante attualmente sia possibile fornire 2500 kcal/pro-capite giornaliere all’intera popolazione globale, 821 milioni di persone sono sottonutrite, 2 miliardi sono sovrappeso e 2 miliardi presentano deficienze alimentari.
L’evolversi della popolazione mondiale porterà nuove esigenze alimentari. Ad esempio si assisterà a un aumento della popolazione anziana e di quella istruita e a un aumento del reddito pro-capite, tutti fattori che comportano la richiesta non più di alimenti classificabili di sussistenza, ma di cibi trasformati e non di base come zuccheri, carne e latte etc. Non da ultimo si assisterà sempre di più, alla progressiva migrazione della popolazione dalle aree rurali alla città, con conseguente spopolamento delle campagne. Dal 1990 al 2016 si è assistito un aumento di suolo urbanizzato pari a circa 570 mila ettari con conseguenti modifiche del tipico paesaggio rurale italiano a “mosaico”, in cui campagna e città creavano una rete sociale ed economica di vantaggi reciproci e dove l’agricoltore svolgeva un ruolo fondamentale come custode e modellatore del territorio. In questo nuovo contesto, la figura dell’agricoltore assume un ruolo marginale e sempre di più la campagna sembra essere gestita da altre professionalità e non da chi la lavora da sempre.
Esce oggi in una nuova veste più moderna il nostro notiziario di informazione, “Georgofili INFO”, che in dieci anni si è guadagnato la fiducia di un numero sempre crescente di lettori.
Abbiamo mantenuto il colore verde della testata perché lo abbiamo ritenuto caratterizzante del mondo georgofilo. Anche la struttura e l’organizzazione delle notizie è rimasta sostanzialmente la stessa che ci ha premiato in tutti questi anni: in primo piano gli articoli a firma dei nostri Accademici e nel notiziario le segnalazioni delle notizie a nostro avviso più interessanti, anche per la discussione, riprese da agenzie di informazione o altre testate (sempre citate come fonte).
Il nuovo sito si definisce in gergo informatico “responsive”, ovvero è più facilmente fruibile da telefono e tablet, strumenti che quando abbiamo iniziato non erano certo diffusi come oggi.
Speriamo dunque che i nostri lettori apprezzino questo cambiamento, che noi preferiamo considerare piuttosto una crescita e un aggiornamento per fornire un’informazione sempre più tempestiva ed efficace, nello spirito della divulgazione e del dibattito che ha sempre contraddistinto i 266 anni di storia dell’Accademia.
Grazie a tutti e … continuate a leggerci!