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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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19 luglio 2017

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L’ insostenibile incoerenza del dibattito sul CETA

di Dario Casati

A breve l’Italia dovrà esprimersi sulla ratifica di un accordo commerciale con il Canada, il CETA, improvvisamente portato all’attenzione generale ai primi di luglio da una serie di prese di posizione prevalentemente negative. Prima di chiederci se si sia trattato della classica vampata estiva, che non è esclusa, e insospettiti per l’immediata eco politica cerchiamo di orientarci sul tema. Partiamo dal canto del cigno del Gatt che chiudeva la sua missione con il risultato dell’Uruguay Round e apriva una seconda fase degli accordi multilaterali con l’avvio della Wto animata da speranze rivelatesi eccessive. Questi accordi si stringono fra un numero elevato di paesi e i risultati vengono estesi di fatto a tutti. Ma la crisi si è incaricata di accantonarli e aumenta le difficoltà relative all’ampliamento degli scambi mentre acuisce la necessità di proseguire la liberalizzazione per ridare fiato all’economia. Una soluzione è stata ricercata attraverso la proliferazione di accordi bilaterali e regionali o mega regionali con un numero ridotto di contraenti. A questa categoria appartengono i negoziati come il TPP e il TTIP, oltre al CETA fra Ue e Canada e a quello fra Ue e Giappone. 
La crisi ha smosso un ritorno a politiche protezionistiche ritenute, nell’immediato, più sicure per le diverse economie, in una visione che trascura gli effetti negativi nel tempo. In questo contesto la Brexit e l’approccio degli Usa di Trump sono segnali evidenti che il clima è cambiato influendo anche sul modo di condurre i negoziati.

Perché il CETA
Il CETA è un negoziato che Ue e Canada hanno avviato e concluso per bilanciare quello più importante fra Ue e US, cioè il TTIP. Quest’ultimo è stato di fatto bloccato dagli eventi e poi accantonato dalla nuova linea degli US. Il procedere delle ratifiche del CETA, dopo il primo voto del parlamento canadese e di quello europeo concluso con due terzi dei voti a favore a febbraio, premia un negoziato leale e nello stile degli altri in corso in tutto il mondo, ma le ratifiche dei paesi Ue rivelano problemi. Temendo tempi lunghi è prevista una fase transitoria di avvio in attesa dell’esito finale. 
Il CETA è un accordo in cui si affrontano moltissimi temi, da quelli finanziari a quelli normativi, e in cui il valore della componente agricola è molto ridotto. Come il TPP e il TTIP ha una parte di riduzione delle barriere doganali, tariffarie e non tariffarie, incluse quelle fitosanitarie, di quelle commerciali, finanziarie, ambientali. È un accordo di stile più europeo che americano, per intenderci. In materia agricola tiene conto delle denominazioni protette che stanno tanto a cuore a una parte dell’Ue, ma non a tutta!

Le forze in campo e la virtù della coerenza
Nel dibattito riappare la contrapposizione fra libero scambio e protezionismo resa più acuta dalla crisi, figlia e sorella dell’antieuropeismo e del sovranismo in Europa, e allo stesso tempo del trumpismo (si dirà così?) negli US. Gli anti Trump giocano le sue stesse carte e cioè un nazionalismo malinteso unito al rifugio nel protezionismo, anziché lo stimolo alla competizione ed all’aumento della produttività, come teoria economica e prassi insegnano.
Concentrare tutto sull’agricolo ed alimentare è un’altra incoerenza. L’accordo migliora, non peggiora, la tutela dei prodotti protetti che interessano più noi che il Canada. Quelli indicati non sono tutti, è vero, ma in termini economici valgono oltre il 90% della produzione e delle esportazioni relative. L’ interscambio agricolo è complementare: l’Italia esporta in Canada alimenti e importa materie prime agricole, ma il saldo per noi è attivo. Nell’Ue e in Canada il peso dell’agricoltura sul Pil è attorno al 2% e la relativa occupazione attorno al 3%/4%, dunque pensare che il Ceta sia un accordo agricolo è distorcere la realtà. Il contenuto del trattato è ben più vasto.
Le normative sanitarie e fitosanitarie non sono messe in discussione, vengono affrontate con gradualità e senza le temute imposizioni che sono inaccettabili.
Al contrario, rafforzare barriere tariffarie e non tariffarie, come gli avversari del CETA chiedono, è un’illusione, ma soprattutto è contro l’interesse del paese. Le nostre esportazioni di alimentari sono in aumento, i dati di questi giorni lo confermano. Il rosso della bilancia agricolo alimentare scende, ma è passivo sulle materie prime. Ritenere che si possano ridurre le importazioni frenandole e al contempo incrementare le esportazioni è impensabile, perché gli altri paesi reagirebbero imponendo ritorsioni.
Non resta che pensare ad altre motivazioni per spiegare tanto interesse tardivo e in contrasto con il voto espresso al Parlamento Europeo dalle forze che ora si agitano.



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