Studio per determinare se e quanto i residui dei fitofarmaci siano biodegradabili

Il Centro Helmoltz di Ricerche per l’Ambiente (UFZ) di Leipzig è specializzato in ricerche sulle complesse interazioni tra gli uomini e l’ambiente. Da diversi anni si occupa dell’impatto dei fitofarmaci sull’ambiente e partecipa a progetti finanziati dall’Unione Europea proprio su questo settore. Recentemente ha svolto una ricerca su nuovi metodi di classificazione per i fitofarmaci.
I risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Critical Reviews in Environmental Science and Technology”, con il titolo “Classification and modelling of non-extractable residue (NER) formation of xenobiotics in soil – a synthesis”.
Nell’articolo si illustra un nuovo metodo di identificazione ed un modello che permette di classificare i fitofarmaci in base alla biodegradabilità del pesticida e dei suoi derivati.
E’ importante infatti specificare che non tutti i fitofarmaci sono causa di inquinamento ambientale, contaminano il suolo o hanno un impatto negativo sulla la biodiversità, anzi essi hanno un ruolo importante nell’agricoltura moderna.
I fitofarmaci vengono così suddivisi in tre tipologie:
•         Tipo 1:  il fitofarmaco stesso o i suoi prodotti di degradazione di componente organica si depositano o vengono aggregati nel suolo (humus), e, in linea di principio, possono essere rilasciati in qualsiasi momento;
•         Tipo 2:  il fitofarmaco o i suoi prodotti di degradazione si legano chimicamente all’humus e quindi possono essere rilasciati solo con difficoltà;
•         Tipo 3:  il fitofarmaco  viene completamente decomposto dai batteri e il carbonio contenuto viene trasportato dai batteri alla biomassa.
Pertanto, i fitofarmaci appartenenti alle categoria 1 e 2 devono essere catalogati e considerati potenzialmente tossici, mentre tutti quelli appartenenti al tipo 3 possono avere il completo via libera, senza il timore dell’insorgenza di problemi futuri.

Da Scienza e Governo, 23 /12/13