Preparare il rilancio dell’agricoltura

di Dario Casati
Negli ultimi mesi si è parlato molto di agricoltura, ed è un fatto positivo, ma ciò è avvenuto in modi che danno spunto a più d’una riflessione.  Si fronteggiano, infatti, atteggiamenti contrastanti a seconda dei temi affrontati, delle motivazioni che inducono a farlo e delle immagini che si danno dell’agricoltura stessa. Iniziamo dalla questione dei bassi prezzi agricoli che sono tali dalla fine della fiammata del 2012 e, scesi ai minimi dall’inizio della crisi, si sono stabilizzati su valori bassi. In Italia e nel mondo l’offerta agricola si mantiene elevata e in crescita tendenziale, mentre la domanda rimane debole e poco dinamica. Nel prossimo biennio i principali Osservatori confermano queste tendenze e il rallentamento a fine 2018 e nel 2019 ne è la triste conferma.
In Italia, negli ultimi 20 anni, il valore della produzione agricola a prezzi costanti. e cioè in quantità. mostra un lieve incremento della crescita pari al 2,4%, chiudendo il 2017 poco sotto il massimo del 2013.
Il peso dell’agricoltura sul Pil nello stesso periodo scende dal 2,3% all’1,9%. Ciò significa due cose: a) il settore agricolo cresce meno del resto dell’economia e, b) perde d’importanza. Lo stesso accade per gli occupati, da anni sotto il milione di unità, scesi nel 2017 al minimo storico di 912.000 addetti. Nel complesso un contributo modesto all’economia.
A ciò si aggiungono le previsioni sul futuro della Pac, per il periodo 2021/27, in mancanza del Quadro Pluriennale Finanziario per gli stessi anni, con le incertezze sulla Brexit e sulla futura composizione degli Organismi comuni dopo le elezioni di maggio. L’unico fatto certo è il calo di attenzioni e fondi per l’agricoltura con la riduzione della funzione di supporto della Pac.
Il quadro degli scambi del sistema agricolo-alimentare, è in miglioramento, ma va letto con attenzione, separando la componente agricola da quella alimentare. Il saldo, storicamente passivo, si riduce dai circa 10 miliardi di euro del 2008 e del 2011 a 2,9 nel 2018. Entrambe le componenti erano passive sino al 2015, quando quella alimentare è passata in attivo dove è rimasta. Il saldo negativo del 2018 è il risultato di -4,7 miliardi per la componente agricola e di 7,5 per quella alimentare. Dunque non è un successo dell’agricoltura ma del sistema agro-industriale. Il merito è quasi tutto dell’export vinicolo in attivo nel 2017 per 5,8 miliardi di cui 1,0 di spumanti. Al secondo posto la pasta in attivo di 2,3 miliardi, ma è passivo il grano duro di circa 500.000 euro.
I progressi più significativi provengono dall’industria alimentare, mentre l’agricoltura mostra una dinamica più contenuta e irregolare integrata dalle importazioni. La crescita delle esportazioni è sostenuta e resa possibile da un flusso consistente di importazioni, anche per prodotti tipicamente legati alla tradizione italiana. Il “made in Italy” alimentare, comprese alcune denominazioni protette, necessita di importazioni che integrino la produzione nazionale. Ciò pone un interrogativo sulla natura del comparto alimentare e cioè se anche in esso, come in gran parte dell’industria manifatturiera il nostro sia un Paese essenzialmente trasformatore. Ammetterlo significherebbe negare le peculiarità del nostro alimentare a cui il Paese tiene particolarmente. Ma a questo scopo non bastano le difese a oltranza delle denominazioni e del “made in Italy” o un “buy italian” tutto da inventare e realizzare, occorre un’organica e specifica politica agraria. Pur nei limiti delle regole Pac, avvalendoci dei margini di libertà di cui in genere ci siamo serviti poco, si costruisca un sistema coerente di interventi per le infrastrutture, per favorire strutture più efficienti, per investire sulla produttività, per promuovere e sviluppare ricerca e trasferimento delle innovazioni nel settore agricolo. Nel rispetto della sostenibilità, si deve puntare a quella economica per favorire lo sviluppo e l’incremento della redditività dell’agricoltura. Limitarsi ad azioni di mercato, di valorizzazione e tutela di immagine non basta. A causa del crescente ricorso all’importazione delle materie prime rischia di diventare un autentico autogol. Paragonabile solo all’imposizione di un (impossibile) aumento dei dazi da parte di un paese che ha una bilancia agricolo-alimentare in rosso per i prodotti agricoli e un’esportazione crescente di alimentari ottenuti da essi.