L'OLIVICOLTURA INSOSTENIBILE

Oliveti: basta finanziamenti a pioggia

di Franco Scaramuzzi
Secondo opinioni ampiamente condivise, una parte considerevole della nostra attuale olivicoltura è da considerare "marginale", in quanto economicamente insostenibile e non facilmente migliorabile. Molto spesso è rappresentata da piccole proprietà fondiarie, derivate dalle crescenti “polverizzazioni” per ripetuti e incontrastati frazionamenti ereditari. Se non già abbandonate e lasciate riconquistare spontaneamente da bosco, queste proprietà risultano formalmente gestite a livello familiare. Il reddito complessivo oggi proviene da lavoro in attività non agricole o svolte presso terzi, mentre le produzioni che si ottengono sono destinate all'autoconsumo. Della coltivazione di questi campi spesso si occupano gli anziani, ormai pensionati. Gli altri familiari possono dedicarvi qualche ora del loro tempo libero. Vanno così regredendo, a vista d'occhio, le cure colturali che un tempo venivano attentamente applicate. Vi è un'ampia casistica di queste situazioni, diverse tra loro, ma non dovrebbe essere difficile individuare e distinguere quelle che Eurostat giustamente non considera più come aziende agricole. Gli aiuti finanziari dispersi a pioggia su realtà marginali possono assumere un carattere assistenziale, ma non mirato allo sviluppo. Sottraggono inoltre risorse pubbliche, a danno delle imprese olivicole (grandi, medie o piccole che siano) che producono per il mercato, contribuiscono a formare il PIL nazionale e che ne hanno urgente bisogno per potersi modernizzare e rimanere competitive. 

Foto: olivicoltura eroica non più sostenibile (Spoleto)


Il Commissario Europeo alle Politiche Regionali ha già lamentato che, con i programmi per lo sviluppo agricolo delle Regioni italiane, sono stati distribuiti finanziamenti "a pioggia", anziché mirati a progetti innovativi delle o per le imprese. Qualcuno tenta di farli considerare come contributi per la conservazione della funzione paesaggistica di quegli oliveti. Ma, se questo fosse l'intento (di fatto giustamente configurabile come indennizzo, peraltro non previsto dalle leggi sulla tutela paesaggistica), allora andrebbero doverosamente sostenuti (cioè indennizzati) tutti gli agricoltori che comunque subiscono danni economici dai piani paesaggistici che impongono l'obbligo di conservare coltivazioni economicamente passive e quindi insostenibili. Ma, riflettiamo. Come potrebbe la collettività affrontare costi tanto enormi (in ogni caso a carico dei nostri contribuenti, anche se provenienti dal bilancio europeo) e verso quale disastrosa agricoltura staremmo avviandoci?
(Cfr. QN, 10/11/2013)

Foto di apertura: oliveto già invaso dalle ginestre, in abbandono al bosco