Giù le mani dall’agricoltura

Alla domanda rivolta ad una rubrica del “La Nazione” sulla nuova PIT proposta dalla Regione Toscana e sui motivi delle reazioni degli agricoltori ha risposto l’autorevole giornalista e scrittore Maurizio Naldini. Si ritiene opportuno divulgare l’informazione, riportandone qui di seguito integralmente il testo.

Il  piano paesaggistico della Toscana è ormai pronto, dopo un lungo travaglio, e proprio domani scade il termine ultimo per le osservazioni. E’ un documento di 3mila pagine in cui si raccomanda di conservare le antiche colture e, soprattutto, non provvedere  a nuovi sbancamenti per vigneti. La Regione si sente in dovere di intervenire per il fatto che sostiene economicamente l’agricoltura e quindi giudica necessario fornire delle indicazioni. E tuttavia, quel piano solleva molte perplessità anche all’interno della Giunta regionale, senza parlare delle dure critiche mosse da associazioni di coltivatori di opposte sponde politiche e anche da sindaci e assessori. Ma quello che a noi interessa è il giudizio degli storici e di coloro che hanno fatto dell’agricoltura una materia di studio e di ricerca. Ebbene, tutti loro si ribellano all’idea che l’agricoltura debba essere studiata a tavolino non con lo scopo di produrre e dare lavoro, ma piuttosto gradevolezze estetiche, trasformando i contadini in giardinieri. Senza agricoltura non si mangia, dicono chiaro e tondo. E dunque “lasciateci lavorare”, specie in questo periodo di crisi. E non dimentichiamo, soprattutto, che le colline fiorentine, così come le senesi, sono così belle perché abitate e trasformate nei secoli dall’uomo e non certo per  loro “natura”. Difficile respingere questo tipo di osservazioni. Comunque, a chi volesse informarsi a fondo sul paesaggio agricolo toscano consigliamo uno splendido libro edito da Polistampa per conto dell’Accademia dei Georgofili nel 2012. E’ dedicato agli “Olivi in Toscana”, ma tratta diffusamente di paesaggio agricolo. Ebbene, in quel volume il Prof. Franco Scaramuzzi, il maggiore esperto del settore, scrive fra l’altro: “… voler conservare lo statu quo delle coltivazioni, considerando a priori il paesaggio agricolo esistente come esteticamente migliore di quello imprevedibile di una innovata agricoltura futura, costituisce già di per sé un atto di infondata presunzione. Comunque, concepire l’agricoltura come uno statico monumento da conservare rappresenta un concetto aberrante e un utopistico obiettivo irraggiungibile”.


Da La Nazione, 28/09/2014