Dialoghi sull’ Alimentazione e la Salute: “Il cuore in forma”

Dialogo con Niccolò Marchionni, professore emerito di Medicina Interna e Geriatria dell’Università di Firenze, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica.

Francesco Cipriani e Niccolò Marchionni 17 June 2026

Cipriani – La durata della vita in Italia sta ancora crescendo, arrivando nel 2025 a superare gli 83 anni, con le femmine in vantaggio di circa 4 anni sui maschi, secondo i dati ISTAT (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/storie-dati-salute.pdf). Vivere più a lungo però può comportare anche più acciacchi e malattie, come quelle del cuore e dei vasi che causano un decesso su tre. Per evitarle, oggi sappiamo cosa dobbiamo fare e ne parliamo con Niccolò Marchionni, professore emerito di Medicina Interna e Geriatria dell’Università di Firenze, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica, clinico di fama internazionale, che da sempre si occupa dei problemi cardiovascolari e cognitivi nell’anziano e della loro prevenzione efficace.   Marchionni ci insegna che la dieta, tra gli altri fattori, qui ha un ruolo davvero molto importante.  

Marchionni – Nel 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riporta che le malattie non trasmissibili rappresentano nel mondo il 75% delle cause di morte e provocano ogni due secondi una morte prematura (cioè, prima dei 70 anni di età): tra queste, le più frequenti sono le malattie cardiovascolari (CVD), responsabili di 19,8 milioni di decessi, pari al 32% di tutte le morti globali (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/cardiovascular-diseases-(cvds). La stessa OMS suggerisce che l’85% di queste morti avrebbe potuto essere evitato o ritardato eliminando o riducendo l’impatto di fattori di rischio modificabili. I fattori che pesano di più sul rischio cardiovascolare sono infatti in gran parte nelle nostre mani: fumo, alimentazione errata, sedentarietà, peso corporeo eccessivo, scarsa qualità/quantità  del sonno, consumo di alcol, gestione dello stress, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, sono tutti fattori di rischio per CVD ampiamente modificabili; e mantenendo un peso corporeo ottimale e prestando attenzione alla dieta, possiamo ridurre anche la probabilità di sviluppare diabete, altro fattore di rischio almeno parzialmente modificabile. Altri fattori – come familiarità, sesso, età – purtroppo non li possiamo cambiare, ma possiamo attenuarne molti degli effetti negativi con stili di vita corretti e con le terapie farmacologiche, quando servono. Terapie farmacologiche che sono tanto più fortemente raccomandate quanto maggiore è il rischio individuale. Basti pensare, a questo proposito, che le attuali linee-guida della European Society of Cardiology raccomandano obiettivi terapeutici di colesterolo LDL (il così detto colesterolo “cattivo”) assai più stringenti e ambiziosi che in passato: meno di 115 mg/dL in prevenzione primaria nel soggetto a basso rischio, ma meno di 55 mg/dL in prevenzione secondaria e/o nel paziente a rischio molto elevato (es.: pazienti con diabete mellito). Perché, in effetti, oggi si sa che per il “fattore di rischio colesterolo LDL” vale l’assioma: quanto più basso, tanto meglio.

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Hormuz, fertilizzanti e ordine globale: quello che il conflitto nel Golfo rivela sulla fragilità dei sistemi alimentari

Antonio Di Giulio 17 June 2026

Ho avuto l’opportunità di incontrare a Bruxelles Stefano Manservisi, al quale ha posto alcune domande sul conflitto nel Golfo Persico e sulle sue implicazioni per i sistemi alimentari globali e per l'agricoltura europea. Giurista di formazione (Università di Bologna, poi Paris I – Panthéon-Sorbonne), Manservisi ha avuto nel corso di una lunga carriera nelle istituzioni dell'Unione europea alcuni dei ruoli più rilevanti nella costruzione della politica estera e di sviluppo dell’unione Europea. È stato Capo di Gabinetto del Presidente della Commissione europea Romano Prodi dal 2001 al 2004, negli anni dell'allargamento a Est e dell'introduzione dell'euro. Ha poi guidato la Direzione Generale per lo Sviluppo e i rapporti con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, la Direzione Generale per la Migrazione e gli Affari Interni, la Delegazione dell'Unione europea in Turchia e il Gabinetto dell'Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, (Mogherini). Ha concluso la carriera istituzionale come Direttore Generale per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo. È oggi Consigliere senior presso l'European Institute of Peace e insegna alla Paris School of International Affairs di Sciences Po.

Lo Stretto di Hormuz è stato teatro di tensioni anche in passato. Cosa differenzia la crisi del 2026 dai precedenti episodi e cosa rivela sulla vulnerabilità dei sistemi alimentari globali?
La storia di Hormuz rischia di fuorviarci, perché il contesto è cambiato in modo strutturale negli ultimi trent'anni. Durante la cosiddetta "guerra delle petroliere" degli anni Ottanta, nel pieno del conflitto tra Iran e Iraq, il traffico di greggio fu gravemente disturbato e le marine occidentali dovettero intervenire per proteggere il passaggio delle navi mercantili. Ma quella crisi non produsse effetti apprezzabili sui mercati dei fertilizzanti per una ragione precisa: il Golfo Persico non era ancora un hub rilevante per la produzione e l'esportazione di fertilizzanti azotati. L'industria petrolchimica della regione orientata all'agricoltura si è sviluppata principalmente a partire dagli anni Novanta, quando i Paesi del Golfo hanno cominciato a valorizzare su scala industriale le proprie riserve di gas naturale per produrre ammoniaca e urea — il fertilizzante azotato più diffuso al mondo. I principali impianti sono stati commissionati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. È questa trasformazione industriale che rende la crisi del 2026 un caso strutturalmente inedito rispetto a tutti i precedenti.

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“Technostress” e città verdi: come gli spazi urbani naturali aiutano a disconnettere la mente

Francesco Ferrini 17 June 2026

Le tecnologie digitali quando impongono ritmi accelerati, continue interruzioni, complessità d’uso e invasione del tempo personale possono causare il cosiddetto possono generare “technostress” che nasce proprio dal sovraccarico digitale, dalla reperibilità continua e dalla fatica attentiva. In questo quadro, le aree verdi urbane possono funzionare come spazi di compensazione. 

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Mangimistica europea: il settore cresce ma la dipendenza dall’estero resta elevata

Gaetano Locci 17 June 2026

Il comparto europeo dei mangimi per animali da reddito conferma la propria solidità anche nel 2025, mostrando segnali di crescita nonostante uno scenario internazionale ancora caratterizzato da inflazione, tensioni geopolitiche e criticità legate alle malattie animali. È quanto emerge dal nuovo report di FEFAC, Federazione Europea dei Produttori di Mangimi Composti, che fotografa un settore in evoluzione, sempre più orientato verso innovazione, sostenibilità ed efficienza produttiva.

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