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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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02 maggio 2018

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Ortofrutta nel porto delle nebbie

di Lorenzo Frassoldati*

L’ortofrutta italiana ha tanti problemi, ma riserva anche tante sorprese. L’ultima è certamente il record dell’export nel 2017, che nessuno si aspettava. L’anno si è chiuso con 5 miliardi di vendite sui mercati esteri, con un incremento del 3% rispetto al 2016, un record storico nella storia della Repubblica. Un record frutto dell’aumento del valore delle nostre esportazioni e del contemporaneo calo dei volumi, quindi prezzi più alti. Anche il saldo commerciale torna su livelli massimi, poco più di 1 miliardo di euro ( 3,2% sul 2016). Che dire: applausi. Il sistema ortofrutta Italia ha di che essere giustamente orgoglioso delle proprie imprese, private e cooperative, che – nonostante tutto – fanno miracoli. Nonostante – verrebbe da dire – un ministro che ha sempre snobbato il settore…ma non vogliamo infierire su un uomo politicamente morto e che, da reggente del Pd, è già finito sulla graticola.  Il record dell’ortofrutta è passato in secondo piano sui media, offuscato dal bombardamento mediatico sul vino, anch’esso reduce dal record dell’export (6 miliardi). Vino e ortofrutta trainano le nostre esportazioni agroalimentari (pasta, formaggi, salumi ecc.) verso l’ennesimo record di 41 miliardi, ampiamente sottolineato da chi un giorno sì e l’altro pure esalta le nostre ‘eccellenze’. Vorremmo sommessamente ricordare a chi tutti i giorni suona la grancassa che se l’Italia fa 41 miliardi di export, arriviamo (in Europa) solo quinti, battuti nell’ordine da: Olanda (87 miliardi), Germania (76), Francia (60,5), Spagna (48). E che nei 48 miliardi della Spagna l’ortofrutta ‘pesa’ per 14,3 miliardi a fronte dei nostri 5. Quindi i nostri ‘record’ vanno letti non in assoluto ma in relazione ai nostri competitor, e allora la prospettiva cambia. Vogliamo far crescere l’export? Raggiungere il traguardo più volte sbandierato dal (precedente) Governo dei 50 miliardi entro il 2020? Allora c’è bisogno in sostanza di una politica che accompagni le imprese che esportano, che non le lasci sole, che apra la strada verso i mercati lontani. E a questo proposito s’apre il discorso del nuovo Governo.  Premesso che stiamo ancora nel porto delle nebbie e non sappiamo da chi sarà composto il nuovo esecutivo, una cosa va detta. Nei programmi elettorali dei partiti che hanno vinto le elezioni di agricoltura si è parlato poco e in termini vaghi e riduttivi. Il tema dominante è stato la difesa del made in Italy, la “salvaguardia della qualità dei prodotti italiani minacciati dai trattati internazionali” (programma 5Stelle), se non la richiesta di dazi e misure doganali contro le importazioni (Lega).  Insomma tanta propaganda, per il resto, silenzio. La complessità dei problemi della nostra agricoltura (competitività delle imprese, costo del lavoro e dell’energia, fisco opprimente, burocrazia letale, ministero pasticcione) ridotta a slogan. Titoli di giornale che diventano programma elettorale e di possibile governo. Tutto questo mentre in Europa si parla di cose serie, la Pac post 2020, quanti soldi ci saranno, quanti soldi perderà la nostra agricoltura, quanti soldi perderà il nostro Sud a favore di altri paesi, che fine farà l’Ocm ortofrutta. Ma noi al momento non abbiamo nessun ministro a presidiare questi tavoli strategici per il nostro futuro. Solo qualche assessore regionale come Simona Caselli sta lavorando a Bruxelles (anche come presidente Areflh). Solo qualche europarlamentare di buona volontà come De Castro, La Via, Dorfmann tengono d’occhio la situazione, facendo quello che possono.
Impossibile per ora far previsioni su cosa accadrà a livello politico. In campagna elettorale, come detto, di agricoltura non si è parlato per nulla.  Tira aria di populismo, che fa rima con protezionismo. E tira anche aria di neostatalismo, dall’Alitalia alle banche. C’è nostalgia di Partecipazioni statali, dello Stato che faceva panettoni, conserve e pelati. Sembra incredibile ma è così. Tutti vogliamo proteggere la qualità del made in Italy, poi però vogliamo (dobbiamo) anche esportarla. Siamo liberisti quando vogliamo esportare, e insieme protezionisti quando vogliamo impedire ai prodotti altrui di entrare a casa nostra. Due parti in commedia, la nostra specialità. Tira anche aria di anti-Europa. Intendiamoci ‘questa’ Europa ha dato in molti casi e sta dando ancora pessima prova di sé. Però, per rimediare, non bisogna uscirne, ma starci dentro lavorando di più per portare a casa risultati per noi. L’esempio è la Spagna, per chi non lo avesse capito.
Per le imprese che esportano complessivamente non tira aria favorevole. I problemi posti sul Tavolo nazionale ortofrutta avranno bisogno di una grande mobilitazione del settore per avviarsi a soluzione. Servirà una grande energia, una grande spinta propulsiva, ma temo che come sempre il settore dovrà arrangiarsi da solo. Stiamo a vedere cosa accade, si naviga a vista. Facciamo gli scongiuri….

*Direttore del Corriere Ortofrutticolo

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