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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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04 aprile 2018

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Recupero delle acque nei serbatoi artificiali: il ruolo delle agrotecniche

di Marcello Mastrorilli

L’agricoltura italiana ha fornito validissimi esempi di “water harvesting”, come i laghetti collinari nel Centro Italia o le cisterne interrate nelle zone carsiche del Sud. Questo servizio ecologico delle aziende agrarie torna di attualità in considerazione delle anomalie climatiche e soprattutto del regime delle piogge.
Se il numero di eventi piovosi nell’anno tende a diminuire, l’intensità di pioggia aumenta (tropicalizzazione del clima). Da un punto di vista agronomico questo vuol dire che la pioggia è meno efficace per le colture. L’efficacia della pioggia si misura in termini di acqua immagazzinata nel profilo del suolo. L’acqua di pioggia che non si infiltra nel suolo “ruscella” in superficie, quella che supera la capacità di trattenuta del suolo “drena”. Nel bilancio idrico di un suolo coltivato, ruscellamento e drenaggio rappresentano delle perdite. “Raccolta” in serbatoi artificiali, l’acqua non trattenuta dal suolo contribuisce ad alleviare la siccità se ridistribuita alle colture sotto forma di acqua irrigua.
Le pratiche di gestione del suolo alterano la capacità di invaso del suolo (agendo sulla struttura), riducono le perdite per evaporazione e drenaggio, migliorano l’efficienza d’uso dell’acqua da parte delle colture.
L’acqua nel suolo è il risultato dell’interazione di cinque processi: infiltrazione, ruscellamento, evaporazione, drenaggio e traspirazione. Ogni processo a sua volta è regolato da grandezze modificabili per effetto delle tecniche agronomiche.
Le agrotecniche che regolano il bilancio idrico dei suoli mirano da una parte ad aumentare la capacità di invaso (agendo sulla profondità di radicazione e la dimensione dei pori) e dall’altra alla riduzione del deflusso e dell'evaporazione.
Gli agricoltori, soprattutto olivicoltori e cerealicoltori, sono sempre più consapevoli dei vantaggi derivanti dalle pratiche di gestione conservativa (che si basano su due principi: minimo disturbo e copertura permanente del suolo) nel migliorare la disponibilità di acqua del suolo e, allo stesso tempo, nel regolare il bilancio idrico. Tuttavia il trasferimento dei principi di agricoltura conservativa alla pratica aziendale è rallentato dalla assenza sul mercato di specifici macchinari (progettati espressamente per le dimensioni delle aziende agricole italiane, nonché per la topografia del territorio) e agro-farmaci (per la gestione integrata delle specie avventizie).
Gli studi agronomici hanno dimostrato i limiti dell’agricoltura conservativa, soprattutto in terreni argillosi in condizioni climatiche umide o sub-umide e con colture che lasciano elevate quantità di residui colturali. Oltre agli studi “on farm”, la ricerca agronomica utilizza approcci modellistici per valutare l’effetto sul bilancio idrico di diverse agrotecniche, in funzione del tipo di gestione del suolo, dell’uso del suolo, dell’andamento meteorologico o degli scenari climatici.
Ruscellamento e drenaggio sono due termini del bilancio idrico che, se estrapolati dalla scala aziendale, rappresentano importanti eco-servizi idrologici che le aziende agrarie forniscono al territorio. I modelli di sistemi colturali quantificano i volumi di acqua ruscellata o drenata che una azienda restituisce ai corpi idrici naturali o ai bacini artificiali. Una volta quantificata l’acqua “prodotta” dall’azienda, il valore economico dell’eco-servizio si determina inequivocabilmente e dovrebbe essere riconosciuto agli agricoltori che adottano quelle buone pratiche che influenzano il bilancio idrico e favoriscono la raccolta di acqua dalla superficie aziendale verso i bacini di accumulo.


(Il testo è un abstract della relazione esposta durante la giornata di studio su “Acqua e serbatoi artificiali”, che si è svolta all’Accademia dei Georgofili il 6 marzo 2018)




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