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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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21 marzo 2018

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Di protezionismo si muore

di Lorenzo Frassoldati*

I dazi annunciati da Trump stanno mettendo in subbuglio le economie occidentali, Italia in primo luogo. Adesso ci accorgiamo che a scherzare col fuoco protezionista, saremo noi i primi a scottarci. Eppure le elezioni sono state vinte da due partiti (Lega e 5Stelle) che sul protezionismo hanno impostato la loro campagna elettorale. La Lega chiedendo esplicitamente dazi e barriere “a protezione della qualità del made in Italy”, i 5Stelle chiedendo più o meno qualcosa di simile, sia pure in un quadro abbastanza confuso (i grillini cambiano parere dalla sera alla mattina). Cos’è la globalizzazione? Assenza di dazi e mercati aperti. E trattati internazionali per garantire appunto la graduale apertura dei mercati. Lega e 5Stelle si sono distinti in proclami anti-global. “Isolazionismo e Stato assistenziale, le illusioni scritte nei loro progetti, andranno a scapito delle generazioni future”, hanno scritto sul Corriere della Sera Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Su questo fronte anti-global quasi tutti i partiti si sono spesi, dalla sinistra estrema nostalgica delle nazionalizzazioni e del “tassa e spendi “(in deficit), alla destra tentata da derive sovraniste e isolazioniste. Ma i sogni muoiono all’alba e mister Trump ha aperto i giochi. Di guerre commerciali si muore, in particolare l’Italia che sta fondando la sua (debole) ripresa proprio sull’export. E’ difficile fare due parti in commedia: essere liberisti quando vogliamo esportare, e protezionisti quando non vogliamo far entrare le merci altrui in casa nostra. Diverso è chiedere di applicare le regole, di alzare il livello dei controlli sull’import e soprattutto di svegliare l’Europa. Come è possibile che le porte dell’Europa siano sempre aperte all’import, ma che invece l’export ogni paese debba sudarselo in trattative estenuanti coi singoli paesi-obiettivo. Possibile che non ci sia un sistema-Europa che aiuta l’export? Non è il caso di impegnarsi a livello europeo su questo fronte, far lavorare di più in questo senso il nostro Governo e i nostri europarlamentari? Invece di sterili polemiche sull’Europa ‘matrigna’, cerchiamo di cambiarla e farla funzionare in sintonia coi nostri interessi…  E’ di questi giorni la notizia che il ministro Maurizio Martina è un ‘ex’ a tutti gli effetti. Si è dimesso per assumere la guida del Pd uscito malconcio e dilaniato dalle faide interne dopo il disastroso risultato elettorale del 4 marzo. Onestamente il mondo dell’ortofrutta non ha motivi per rimpiangerlo. Sempre assente agli appuntamenti che contano, impegnato solo a favore del mondo del vino, schierato sempre e comunque con una sola organizzazione professionale (Coldiretti), ha dato il meglio di sé forse solo con la gestione dell’Expo 2015. Qualcosa ha fatto in generale per il mondo agricolo (Imu, Irap, ma l’organizzazione ministeriale sotto la sua gestione non ha dato segnali di risveglio. Al limite del grottesco la vicenda del Tavolo ortofrutta: promesso nell’agosto scorso, è finito nel cassetto fino a dicembre quando noi del Corriere abbiamo sollevato il caso. Con la tipica fretta dei ritardatari, il Tavolo è stato convocato sotto Natale solo per mettere nero su bianco una serie di priorità, poi più nulla. Adesso siamo in alto mare con il Governo, si naviga a vista, si parla addirittura di nuove elezioni se continuerà lo stallo. Complimenti ai partiti che hanno votato una legge elettorale che non riesce a dare un governo al Paese! Il Ministero è quindi acefalo e forse nessuno se ne accorgerà. Impossibile adesso fare previsioni sul nuovo ministro. La Lega l’aveva rivendicato per sé (prima delle elezioni) con propositi bellicosi verso l’Europa e sbandierando la richiesta di dazi.  Attenzione: non c’è limite al peggio: potremmo anche rimpiangere Martina. Spetta alla filiera dell’ortofrutta, seduta al Tavolo nazionale e anche rappresentata in Cso Italy, dare un segnale che il settore non è morto, che rappresenta una delle componenti più dinamiche del nostro agroalimentare, che l’economia dell’ortofrutta (comprese macchine e packaging, IV e V gamma) è una straordinaria risorsa per il Paese, per la crescita, l’occupazione, l’ambiente, l’export, il benessere dei cittadini. La campagna elettorale è finita, adesso bisogna tornare a governare il Paese. E solo un matto (o un cieco) non riesce a vedere che il nostro sistema agro-alimentare ha bisogno di mercati aperti, proprio per far valere la qualità delle nostre produzioni. E per farlo servono imprese più competitive, messe in grado di far reddito, non oppresse da una mala-burocrazia, da un fisco opprimente. E serve una politica in grado di accompagnare le imprese, di mettersi al loro servizio, di aprire i mercati. Non di chiuderli.


*Direttore del Corriere Ortofrutticolo



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