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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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21 febbraio 2018

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La solitudine della specie umana

di Giovanni Ballarini

La nostra specie, come tutte le altre che ci hanno preceduto, in diverso modo è sempre stata a contatto con altre specie vegetali e animali, stabilendo rapporti identitari, come avvenuto nelle società dei cacciatori, degli allevatori e degli agricoltori. La stretta vicinanza fino alla coabitazione tra uomini e animali ha sviluppato una non sempre netta distinzione tra gli animali da reddito che forniscono lavoro, alimenti, materiali per l’abbigliamento e le decorazioni, e gli animali da compagnia o d’affezione; anche l’animale d’affezione più antico, il cane, al tempo stesso era il prezioso ausiliario per il cacciatore, il guardiano del bestiame per il pastore e il custode della casa per l’agricoltore. Quasi improvvisamente e tradendo una perenne consuetudine, la nuova mutazione antropologica dell’uomo urbano e tecnologico ha rotto ogni legame diretto e personale con gli animali, provocando violente e impensabili conseguenze di una nuova, innaturale solitudine di specie, una condizione innaturale perché anche all’inizio di uno dei più antichi libri della nostra civiltà, la Bibbia (Genesi 2, 18), il Signore Dio disse “non è bene che l’uomo sia solo”.
Nella sua solitudine biologica, la specie umana rompe la naturale e ancestrale delicata e complessa rete di rapporti con gli animali, il mondo vegetale, l’ambiente e, rivolgendo ogni attenzione solo a se stessa, sviluppa fenomeni d’intolleranza intraspecifica anche aggressiva con il rigetto anche di comportamenti alimentari primigeni antichissimi, quali la nutrizione carnea o l’uso di prodotti d’origine animale. Nella sua solitudine il singolo individuo sviluppa anche netti e diffusi segni d’insicurezza e di squilibri psicologici con riflessi psicosomatici, sociali e sanitari.
L’innaturale solitudine della specie umana ha una conferma in risposte che si manifestano in due fenomeni. Da una parte vi è l’attuale esplosione degli animali d’affezione, sia come numero e sia come tipologia, con la quasi incredibile comparsa e diffusione degli animali da compagnia non convenzionali delle più diverse specie: roditori, anfibi, serpenti e tanti altri animali. Da un’altra parte assistiamo al riconoscimento dei benefici effetti della ricostituzione di un’interazione uomo-animale con una connessione psico-socio-sanitaria, in quella che diviene nota con la dizione troppo limitativa, ma d’indubbio successo mediatico, della Pet Therapy, nella quale gli animali divengono elemento di prevenzione e terapia di disturbi e malattie umana.
Entrambi i fenomeni ora indicati trovano, se non una causa, almeno un riferimento nelle emozioni che connettono tra loro le specie animali e queste con l’uomo. Le emozioni, moto dell’anima, sono elementi di una so-cialità non soltanto umana, ma animale e di quest’aspetto se n’occupò Charles Darwin che nel 1872 pubblica L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, emozioni che oggi trovano un riferimento neurologico nei neuroni specchio, scoperta italiana di Giacomo Rizzolatti. Le emozioni sono una delle principali vie attraverso le quali si sviluppa il rapporto dell’uomo con gli animali con l’addomesticamento e la familiarizzazione animale perché attraverso le emozioni l’uomo sviluppa rapporti con altri uomini e con gli animali, in particolare con quelli a lui culturalmente più vicini (animali sinantropi) o che a lui si avvicinano manifestando o provocando segni d’emozione. Attraverso le emozioni l’uomo e gli animali soddisfano esigenze psichiche e al tempo stesso le sviluppano e le affinano.
Mai come in questo momento, nel quale importanti se non preoccupanti segnali stanno indicando la necessità di superare l’errata e antibiologica solitudine della nostra specie, che non può essere sostituita da robot an-che se costruiti con sofisticatissime e avveniristiche strumentazioni infor-matiche, è necessario un approfondito ripensamento delle interazioni uomo-animale e delle loro connessioni psico-socio-sanitarie. A questo riguardo un ruolo particolare ha il recente trattato di un ricercatore italiano dell’Ateneo di Messina, Antonio Pugliese (Pugliese A. – Pet Therapy interazione uomo – animale – Point Veterinaire Italie, 2017) che riassume anni di lavoro e di studio sulle potenzialità applicative della Pet Therapy, branca della medicina che ha superato diverse difficoltà e non pochi ostacoli e che ora necessita della promulgazione di un documento legislativo che fissi le basi per un riconoscimento della sua specifica e razionale attività terapeutica.

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