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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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24 gennaio 2018

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Miglioramento genetico per l’industria della carne

di Alessio Valentini

L’industria alimentare tradizionale ha spesso trascurato la qualità del prodotto originario nella convinzione che i processi di trasformazione potessero supplire ad una qualità non ottimale. Se questo è vero per prodotti a basso valore aggiunto, in un mercato globalizzato ed estremamente competitivo per i prezzi, tali politiche sono penalizzanti per le industrie alimentari radicate in nazioni ricche e/o che basano la loro competitività nell’unicità e fama del prodotto.
Il miglioramento della qualità dei prodotti animali è ottenibile sia con corrette tecniche di allevamento, che, in modo stabile e cumulativo nel tempo, attraverso il miglioramento genetico. Le scoperte degli ultimi anni consentono un miglioramento genetico veloce e mirato rispetto a quanto ottenuto in passato con la genetica quantitativa. Infatti oggi possiamo utilizzare mutazioni naturali che sono presenti nelle sequenze codificanti, ovvero che sarano poi tradotte in proteine. Inoltre recentemente sono state trovate utili mutazioni anche nelle regioni non codificanti che una volta erano chiamate “junk DNA” ovvero DNA spazzatura. Oggi sappiamo che molte di esse sono regioni regolatrici della trascrizione del DNA e quindi di estrema importanza per la fisiologia.
Infine, anche in mancanza di conoscenza di mutazioni causative, è possibile effettuare una selezione veloce tramite la Genomic Selection, utilizzando chip costituiti da molte migliaia di SNP (Polimorfismi a singolo nucleotide) che oggi sono disponibili per specie importanti per la produzione della carne come i bovini,  suini e polli. Con gli stessi chip è possibile individuare le regioni cromosomali dove è situata una mutazione causativa accelerando il processo di scoperta della stessa.
Nonostante i progressi per ottenere prodotti di qualità, soprattutto nei paesi sviluppati, diminuisce comunque il consumo dei prodotti carnei sia per ragioni ambientaliste che salutistiche. Recenti studi dimostrano che tali ragioni hanno basi scientifiche deboli. Infatti spesso i modelli di emissione di gas serra da parte degli animali non tengono in appropriato conto della fissazione al suolo delle deiezioni e del loro benefico effetto nel promuovere ulteriore fissazione. Infine le statistiche di associazione del consumo di carne con tumori (es. al colon) non tengono conto di fattori di “confounding”, come il reddito, che sono fortemente implicati nella diagnosi precoce di simili malattie.



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