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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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04 luglio 2011

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Esproprio o indennizzo per l’olivicoltura non redditizia?

di Franco Scaramuzzi

Il titolo, volutamente provocatorio, rispecchia senza mezzi termini una realtà punitiva, finora passivamente subìta dagli agricoltori. Si fa riferimento all’olivicoltura, come esempio concreto, ma può estendersi a tutti i casi in cui si pretende di pianificare la conservazione del paesaggio agricolo e delle sue coltivazioni, anche se non risultano più redditizie. Essendo accertato che parte della nostra olivicoltura ha ormai costi superiori al prezzo ricavabile con i prodotti, viene al pettine un nodo che non si è voluto finora considerare.
Se si fosse certi che la conservazione del paesaggio agricolo, imposta per legge, sia effettivamente di pubblica utilità, potrebbe essere legittimo e meno iniquo applicare lo strumento dell’esproprio. Sarebbe almeno doveroso corrispondere indennizzi basati sul minor reddito degli imprenditori agricoli, rapportato a quello che gli stessi potrebbero ottenere se non venisse loro impedito di cambiare la destinazione colturale dei propri terreni.
Oggi, invece, per gli oliveti che non sono più remunerativi, ai nostri agricoltori non resta che risparmiare il più possibile nelle spese colturali, a cominciare dall’acquisto dei necessari mezzi di produzione (concimi, antiparassitari, carburanti, ecc.), riducendo le cure abituali e limitando l’impiego di manodopera (anche della propria), adottando deleterie tecniche sbrigative, già largamente diffuse (ad esempio per la potatura, che sta diventando poliennale e prevalentemente attuata con motoseghe). Alcuni agricoltori hanno abbandonato a se stessi oliveti adiacenti a boschi, lasciandoli invadere dalla flora spontanea.
Vi è motivo di ritenere che la nostra tradizionale olivicoltura in crisi finisca per manifestare crescenti e palesi sofferenze da incuria e quindi produca sempre meno e più saltuariamente, perdendo anche quel pregio estetico che nell’insieme conferiva prestigio al paesaggio. Così decadono gli stessi motivi della loro imposta conservazione. Perde prestigio un elemento di quella bella “vetrina” del territorio che è a carico dei soli agricoltori, mentre serve gli interessi di altri settori economici (a cominciare da quello turistico) e soprattutto delle multinazionali del commercio oleario che usano anche i paesaggi per valorizzare i loro elaborati prodotti.
Se, come presumibile, lo Stato e le Amministrazioni pubbliche non fossero in grado né di espropriare e di coltivare razionalmente in proprio le colture da “conservare”, né di indennizzare gli agricoltori per i danni economici provocati, si dovrebbe almeno riconsiderare le normative imposte e lasciare agli imprenditori la libertà di fare le scelte colturali, come sempre a proprio rischio. Il paesaggio agricolo potrebbe assumere aspetti diversi (forse anche migliori), ma almeno sicuramente rigogliosi e curati, nell’interesse di tutti.

(cfr. l’Informatore Agrario n°22/2011)

(foto: Accademia dei Georgofili)

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