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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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25 ottobre 2017

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Clima e Mezzogiorno: una proposta operativa

di Alessandro Bozzini

Sempre più spesso i mass media - quotidiani, radio, televisione, settimanali, riviste - riportano notizie riguardo probabili cambiamenti del clima, sia a livello globale che locale, probabilmente causati da una serie di inconvenienti creati dallo sviluppo della civiltà tecnologica attuale: effetto serra, legato all’incremento della CO2 ed altri gas che inducono la desertificazione, la continua riduzione dei grandi polmoni del mondo (le foreste tropicali), il riscaldamento e l' inquinamento dei mari ecc.
Sempre più numerosi sono i movimenti, i club di opinione, addirittura i partiti politici che fanno della salvaguardia dell'ambiente una bandiera, quasi una professione di fede. Sempre più spesso sono organizzati convegni e conferenze a vari livelli per riunire tecnici, scienziati e politici per fornire e discutere dati e documentazioni su ipotesi più o meno pessimistiche: ce la farà o non ce la farà il pianeta a sopportare, a guarire, le ferite ambientali che l'umanità continua ad infliggergli?
A parte lo sconcerto - certo grande - l'attenzione è quasi sempre focalizzata ad avanzare denunce, a formulare diagnosi, ad invitare a limitare e possibilmente ad eliminare le principali cause di effetti sicuramente nocivi e pericolosi per l'ambiente.
Però, nel frattempo, quali misure, quali terapie possiamo proporre per limitare, per ovviare allo sconquasso che certamente potrebbe provocare un cambiamento del clima attuale, con particolare riferimento ad una accentuazione della tendenza ad un incremento delle temperature e da una diminuzione o da un incremento delle precipitazioni, che potrebbero coinvolgere diverse aree anche del nostro Paese?
Esistono già conoscenze, ricerche, risultati, esistono e sono già organizzati e finanziati, nel nostro Paese, gruppi di studio, gruppi di lavoro che avanzino proposte concrete ed attuabili nel caso in cui si verifichi ad esempio al Centro ed al Sud una accentuazione dei fenomeni di desertificazione e, al Nord, di continentalizzazione del clima? In altri termini, cosa dovremmo fare se il comportamento climatico di questi ultimi anni dovesse diventare la norma?
Per il nostro Sud dovremmo, in ogni caso, aumentare gli sforzi per mettere a punto strumenti di difesa e protezione dalla desertificazione, per la conservazione del nostro patrimonio idrico, con una attenzione speciale rivolta all' agricoltura ed al turismo, adottando ed adattando, ad esempio, quanto studiato ed eventualmente già realizzato in altri Paesi. Dovremo quindi perfezionare tutti gli strumenti finora noti per la captazione, la conservazione e l'uso razionale, sia urbano che agricolo, delle acque di precipitazione, specialmente là dove la quasi totalità delle eventualmente anche scarse acque piovane che, come lungo molte delle nostre coste del nostro Sud, corrono rapidamente in superficie fino al mare, provocando erosioni, frane e dissesti  di ogni tipo, senza essere conservate in bacini artificiali o comunque essere facilitate a penetrare nel sottosuolo per arricchire le falde per un successivo e razionale loro uso. Sarebbe quindi opportuno fin da ora prepararsi, organizzando e finanziando adeguatamente gruppi di lavoro interdisciplinari che mettano a punto tecnologie di conservazione dell'umidità, specificatamente idonee ai vari tipi di suoli e di colture, sviluppando anche specifiche tecnologie di microirrigazione e subirrigazione ed utilizzando tecnologie di incremento della copertura verde dei suoli, così da ridurre l’erosione superficiale, mettendo anche a punto ed utilizzando tecnologie di ricupero di acque reflue di città, paesi e di grossi impianti industriali!
Oltre alle tecniche di ottimizzazione, risparmio, conservazione delle risorse idriche e di conservazione dei suoli, un altro obiettivo importante dovrebbe essere l'introduzione di nuove varietà, già selezionate nel nostro Paese od altrove. Ad esempio, particolari varietà e popolazioni di orzi, di grani duri tra i cereali, di leguminose da granella ed ortaggi, di fruttiferi, già testati per l'arido-resistenza. 
Un buon esempio in merito ad azioni programmatiche volte a risolvere problemi ambientali contingenti ci è venuto, nel recente passato, dai Paesi del Nordest europeo. Quando, negli anni '70-'80, tale area fu devastata dalle piogge acide, nelle centinaia di migliaia di ettari di terre sabbiose ed organiche della Germania orientale, della Polonia e della Bielorussia, non fu più possibile coltivare frumento, il principale cereale fino ad allora coltivato, causa l'aumento dell'acidità dei suoli che questa specie non poteva tollerare. Per superare l’impasse si attuò lo sviluppo e l'introduzione massiva in coltura dei Triticali, ibridi tra frumenti e segale (specie, quest'ultima, di minore produttività rispetto ai frumenti e di qualità tecnologica inferiore, ma resistente all'acidità). Tale innovazione permise di continuare a coltivare, appunto con questo nuovo cereale (che è anche più panificabile della segale e caratterizzato da buone produzioni) molte di queste aree, evitando una crisi che avrebbe potuto mettere in serie difficoltà alimentari le popolazioni umane e zootecniche delle vaste aree interessate. Ciò fu possibile attraverso un notevole e ben organizzato programma di ricerca finalizzata e di sviluppo attuato appunto in tutte le nazioni interessate dalle piogge acide. 
Ci auguriamo che un simile programma possa essere quanto prima sviluppato e strutturato, in particolare per il nostro Mezzogiorno, mediante collaborazioni tra i principali Enti di ricerca nazionali, quali il CREA, il CNR, l’ENEA, le nostre Università, ecc., anche con il supporto dell'Unione Europea, per affrontare, insieme ad altri Paesi dell’Unione Europea più interessati (Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro, Malta) i problemi connessi con un probabile incremento dell'aridità, che comunque ha inciso profondamente, anche in passato, nell'economia e nello sviluppo delle aree costiere ed insulari del Mediterraneo.
Quanto realizzato in tale direzione, ad esempio in Israele, Australia, California e diverse altre zone semiaride, potrebbe rappresentare modelli da studiare ed eventualmente adattare anche al nostro ambiente agrario mediterraneo.


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