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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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11 ottobre 2017

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Il clima sta cambiando la nostra agricoltura

di Giampiero Maracchi

Nel 1980 si tenne la prima Conferenza Mondiale sul Clima a Ginevra organizzata dalla Organizzazione Meteorologica Mondiale nella quale i climatologi di tutto il mondo convennero sul fatto che a causa della combustione dei combustibili fossili durante tutto il ventesimo secolo il riscaldamento globale del pianeta, che già si misurava, avrebbe avuto come conseguenza un cambiamento del clima globale. In effetti a partire dai primi anni 90 iniziarono a verificarsi quegli eventi che erano stati previsti e che si sono aggravati sempre di più fino ad oggi. Infatti il riscaldamento globale in particolare degli oceani e per quanto ci riguarda dell’oceano atlantico significa una maggiore quantità di energia in gioco. I fenomeni meteorologici sono tutti a base di energia e quindi abbiamo assistito all’aumento dei fenomeni estremi. Per  quanto  riguarda  il  nostro  paese  in  particolare  le  piogge  intense che  dai  40- 50  mm  in  poche  ore  degli  anni  precedenti  al  90  e  con  una  frequenza  decennale , sono  passati  spesso  ai  200  mm  degli  ultimi  anni  con  conseguenti  fenomeni  alluvionali  che  abbiamo  calcolato  hanno  gravato  sul  bilancio  pubblico  del  paese  per  quasi  3  miliardi  di  euro  l’anno  insieme  ad  altri  eventi  come  le  tempeste  di  vento  anche  queste  aumentate  di  frequenza  e  la  siccità. Basti vedere come dal 2000 in Toscana si sono avuti   20 eventi con piogge superiori a 200 mm come l’ultimo di alcune settimane fa a Livorno con conseguenze devastanti.  In effetti il riscaldamento globale non significa che fa più caldo sempre e dappertutto ma che si è modificata la grande circolazione atmosferica ed oceanica che costituisce la macchina del clima, ad esempio si assiste ad una espansione verso nord della cella di Hadley, che rappresenta uno dei meccanismi principali della circolazione. Si tratta infatti di aria calda che sale all’ equatore e un tempo scendeva intorno ai 23 ° di latitudine mentre ora si estende sempre di più sul Mediterraneo attraverso l’anticiclone della Libia.
Questo infatti tende a sostituire specialmente nei mesi estivi l’anticiclone delle Azzorre, responsabile delle caratteristiche del clima mediterraneo di una volta, che viene spinto verso nord interessando addirittura l’Inghilterra che tende ad avere estati che assomigliano sempre di più a quelle mediterranee. Questo fenomeno dà luogo alle cosiddette “ondate di calore”, periodi cioè con temperature di 4 – 5 ° superiori a quelle normali del periodo. Un altro fenomeno che contribuisce a modificare il clima è la modifica della posizione e della forma della cosiddetta “corrente a getto”, una corrente di aria che gira intorno al pianeta a circa 10 Km di quota da ovest verso est responsabile di portare  le  perturbazioni  sulle  aree  su  cui  passa . Negli ultimi anni la corrente nei mesi autunnale si è, tendenzialmente spostata verso nord creando lunghi periodi di siccità sul Mediterraneo. Poiché in   le riserve idriche, acqua di pioggia nelle falde e nei corsi di acqua, si riforniscono di autunno e di inverno, la conseguenza come nell’anno trascorso è rappresentata da gravi carenze idriche durante i mesi estivi.  Infatti era già chiaro nel mese di marzo che l’estate 2017 sarebbe stata gravemente carente ma gli allarmi dati già in quel periodo anche dal sottoscritto non furono presi in considerazione se non quando era ormai troppo tardi. L’insieme di questi fenomeni richiede una riflessione profonda sul tipo di agricoltura da mettere in pratica. Innanzitutto il problema delle risorse idriche che sempre di più richiedono un piano delle acque che possa fare ricorso agli invasi ma che sia economicamente fattibile tenuto conto del costo degli invasi, poi al ricorso a varietà o addirittura, a   colture che possano usufruire delle piogge primaverili ed invernali. Modello peraltro che era tipico della agricoltura mediterranea che si appoggiava ai cereali autunno -vernini proprio per far fronte alle estati siccitose.  Ma le modifiche degli andamenti termici anche in primavera richiedono se restiamo sulle colture irrigue come il mais una riflessione sulla lunghezza del ciclo ad evitare un fenomeno quello della insorgenza di malattie fungine che responsabili di sostanze tossiche rendono il prodotto non commerciabile. Analogo problema si pone per il pomodoro. Ma anche colture che sono la bandiera del nostro paese come la vite e l’olivo richiedono una riflessione sulla possibile necessità di interventi irrigui di sostegno a causa delle elevate temperature estive, dell’accorciamento del ciclo vegetativo e degli stress termici. Insomma senza entrare nel dettaglio che sarebbe troppo lungo, per ciascun settore produttivo dalla viticoltura, alla cerealicoltura, dall’allevamento alle colture industriali è necessario analizzare alla luce dei  nuovi  scenari  climatici quali  sono  gli  interventi  da  programmare. L’Accademia  da tempo  si  è  preparata  con  i  suoi  gruppi  di  lavoro  ad  affrontare  questi  problemi  tanto  è  vero  che  proprio  alcuni  giorni  fa  è  stato  inaugurato  un  portale  di  informazione  tecnica  aperto  agli  agricoltori ,  ai  tecnici ,  ai  professionisti  ma  anche  al  mondo  della  informazione , nel  quale  è  presente  una  sezione  di  Agroclimatologia  gestito  in  collaborazione  con  il  LAMMA  e  l’ Istituto  di Biometeorologia  del  CNR  per  dare  gratuitamente  informazioni  su  questi  temi. D’altra  parte  il  problema  del  reddito  degli  agricoltori  in  relazione  sia  alle  calamità  atmosferiche  sia  alle  fluttuazioni  di  mercato  è  all’attenzione  dell’ Accademia  che  in  un  incontro  del  sottoscritto  con  il  Commissario  Hogan  a  Bruxelles  il  28  di  settembre  scorso  ha  sostenuto  la  necessità  di  un  intervento  della  PAC  su  questo  tema    attraverso  strumenti  assicurativi  che  garantiscano  per  ciascuna  filiera  un  reddito  al  di  sotto  del  quale  non  si  possa  scendere  senza  il  rischio  della  chiusura  delle  aziende.
L’ Accademia dei Georgofili su questo fronte che si collega  alla  sua  tradizione  fino  dalla  fondazione  nel  1753  è  particolarmente  attenta  a  questi  temi  e  attraverso  i  suoi  950  accademici  distribuiti  su  tutto  il  territori  nazionale  sta  elaborando  strumenti  da presentare  al ministro  della  agricoltura  in  cui  si  indichino  le  possibili  soluzioni.      
  

L’articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2017 di “Dimensione Agricoltura”, mensile di CIA TOSCANA.

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