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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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31 maggio 2017

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Il fico d’India a Lampedusa falcidiato dal “cancro gommoso”

di Giuseppe Surico

Il Fico d'India, contrariamente a quanto il nome possa far credere, è originario del Messico ed è giunto in Europa dopo i viaggi di Cristoforo Colombo nel continente americano.  La prima notizia certa della presenza del fico d’india in Italia è del 1560 ca.    Il fico d’india è una pianta che si presta oggi a molteplici usi, è estremamente  rustica, si adatta a terreni poverissimi e   ha trovato nella Regione Mediterranea (ma la coltivazione del fico d’india è diffusa in tutti i continenti) il clima ideale per crescere e riprodursi. Il monopolio del mercato italiano (ca. il 90% della produzione nazionale), e in pratica di quello comunitario, è detenuto dalla Sicilia. La superficie complessiva interessata alla coltivazione specializzata del fico d’india nella nostra isola maggiore è di circa 3.500 ha, la maggior parte concentrati nei comuni di San Cono (CT), Belpasso (CT), Santa Margherita Belice (AG), e Roccapalumba (PA).  Si coltivano 3 varietà (“gialla”, “rossa” e“bianca”) e la produzione può raggiungere, in coltura irrigua, le 25 tonnellate per ha. Oltre che in Sicilia, il fico d’india è diffuso anche in altre aree del Mezzogiorno d’Italia e, naturalmente, in tutte le isole siciliane, incluso le più a Sud, Linosa e Lampedusa.
La presenza a Lampedusa del fico d’india è documentata quanto meno dal 1847. Bernardo Sanvisente, incaricato da Ferdinando II di organizzare e gestire la colonizzazione dell’isola con un primo nucleo di 250 coloni, così riferisce in un rapporto scritto per il Re nel dicembre del 1847: “Nei terreni novellamente dissodati fu mia cura di farli circondare da robuste, e forti sepaje siano di muri a secco che di palafitte, e da una quantità di fichi d’india, onde impedire i danni che ai campi aperti, sogliono accadere.  (Per la verità a suggerire questa operazione al Sanvisente, che era capitano di fregata e non agricoltore, fu la lettura della Scienza della Legislazione di D. Gaetano Filangieri. L’insigne giurista e filosofo italiano così scriveva: “Vi sono in molte nazioni dell’Europa alcune leggi che paiono espressamente emanate per distruggere l’agricoltura: alla testa di queste io trovo quella che proibisce ai proprietari delle terre di murare i loro poderi, e chiuderli con ogni specie di siepi, o argini…” e via di seguito a spiegare i motivi per cui i campi coltivati andavano recintati). Ed effettivamente ancora oggi i poderi di Lampedusa sono spesso delimitati da muri a secco o da filari di fichi d’india, almeno quelli che ancora sopravvivono (vedi dopo). In altra parte del rapporto Sanvisente parla di una “prodigiosa quantità di fichi d’india” fatti acquistare, insieme ad “alberi di diverse frutta e varie altre utili piantagioni",  nell’isola di Pantelleria per essere messi a dimora a Lampedusa.
Per quanto rustico il fico d’india è attaccato da numerosi insetti, da alcuni virus, fitoplasmi e batteri e da diversi funghi. Una preoccupazione minima (minima perchè i frutti non sono normalmente conservati per lunghi periodi di tempo) è rappresentata da alcuni marciumi in post raccolta causati da Botrytis cinerea, e da specie di Fusarium, Aspergillus, Penicillium e Alternaria. Ci sono poi diverse malattie causate in campo da funghi. Nel volume Crop ecology, cultivation and uses of cactus pear, preparato per il  IX International Congress on Cactus Pear and Cochineal Cam Crops for a hotter and drier world, tenutosi in Cile dal 26 al 30 marzo 2017,  sono elencate almeno 10 malattie fungine di cui  7 presenti anche in Italia (Black spot da  Pseudocercospora opuntiae; un marciume secco da Alternaria spp.;  un marciume delle radici e del fusto da Armillaria mellea;  una ruggine da Aecidium opuntia; due marciumi radicali, rispettivamente da Phytophthora nicotianae e da Fusarium oxysporum f. sp. opuntiarum).   Una ulteriore malattia era stata diagnosticata proprio nell’isola di Linosa diversi anni fa (Somma et al., 1973) e riportata con il nome di cancro gommoso dei cladodi, in analogia ad analogo cancro degli agrumi. L’agente causale fu ritenuto il fungo Botryosphaeria ribis (syn. Dothiorella ribis). Oggi, questa stessa malattia, è elencata nel volume prima citato con il nome di “Cladode and fruit rot”, marciume dei cladodi e dei frutti,  e assegnata a Lasiodiplodia theobromae (Pat.) Giff. & Maubl. (teleomorfo: Botryosphaeria rhodina Berk. & M.A. Curtis, Arx), Syn.: Botryodiplodia theobromae (Pat.).  Sui cladodi infetti compaiono delle “aree rotondeggianti di colore nero di 15-50 mm di diametro, e dai margini delle lesioni fuoriesce un essudato gommoso nero”. Le lesioni si estendono in superficie e confluiscono fra loro. Spesso l’intero cladodio appare coperto da croste nere (Fig. 1). Oltre che in Italia, la malattia   è diffusa in Brasile, Egitto,  Messico, Sud Africa e Stati Uniti d’America. In occasione di un recente sopralluogo a Lampedusa, condotta anche in collaborazione con personale tecnico locale, la malattia   è stata rinvenuta pressoché ovunque sull’isola (e a Linosa la situazione non è certamente migliore): a Cala Pisana e in  tutta l’area di Capo Ponente, nel vallone dell’Imbriacola e a Terranova, a Cala Croce e nei pressi dell’isola dei Conigli. Nessuna zona dell’isola sembra esente dalla malattia; anzi, dalle informazioni raccolte sembra che negli ultimi anni filari e filari di fichi d’india (utilizzati anche come barriere frangivento) sono stati distrutti dal cancro gommoso/marciume dei cladodi e dei frutti.   Ora è stato avviato un nuovo rilievo e saranno effettuati nuove indagini, di campo e di laboratorio, anche in collaborazione con studiosi dell’Università di Palermo, nella speranza di bloccare/rallentare la diffusione della malattia e mantenere a Lampedusa e Linosa la coltivazione del fico d’india,  pianta divenuta simbolo di mediterraneità.

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