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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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10 maggio 2017

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Lampedusa e la sua agricoltura: ciò che era, ciò che rimane e ciò che potrebbe essere

di Giuseppe Surico

La colonizzazione di Lampedusa, frontiera dell’Italia in mezzo al Mediterraneo, fu disposta da Ferdinando II, Re delle due Sicilie, che l’aveva acquistata dai Principi Tomasi. Nel 1843 (4 anni dopo l’acquisto), il cavaliere Bernardo Maria Sanvisente, Capitano di Fregata, viene inviato sull’isola con il titolo di governatore e con l’incarico di renderne coltivabile il terreno. Prima di allora Lampedusa era stato oggetto di altri tentativi di colonizzazione (agricola), tutti fallimentari per varie ragioni, ad es. la mancanza di un progetto coordinato e anche, o soprattutto, le difficili condizioni ambientali dell’isola.
In un contesto ambientale oggettivamente difficile (basta leggersi quanto due studiosi dell’epoca, Pietro Calcara, professore di Storia naturale nella Regia Università degli Studi di Palermo, e Giovanni Gussone, fondatore dell'orto botanico di Boccadifalco a Palermo, scrissero nei rapporti di loro viaggi scientifici a Lampedusa) Sanvisente, il 22 settembre 1843, si insedia a Lampedusa con un gruppo di circa 120 coloni (90 maschi e 30 femmine), in massima parte contadini. Vengono realizzate le "grandi opere" di Lampedusa: sette edifici più noti con il nome di «Sette Palazzi» con dieci appartamenti ciascuno e diverse altre case e strade per i nuovi abitanti, frantoi, magazzini, piccoli stabilimenti per il trattamento del pesce, e anche un cimitero. Vengono prese numerose iniziative agricole: si procede ad un esteso disboscamento per far posto alle coltivazioni agrarie;  molti dei numerosi olivastri che si trovavano sull’isola furono innestati;  vennero recintati tutti i terreni messi a coltura;  ad ogni colono contadino venne concesso per sei anni un pezzo di terra coltivabile e, in aggiunta, una porzione doppia di terra grezza con l’obbligo, in questo caso, di doverla sbarbicare, dissodare e renderla atta alla coltivazione, di migliorarla, di piantarvi fruttiferi, viti; venne disposto  di dare la caccia ai conigli nelle tane e di estirparne la prole nei mesi in cui le coniglie partorivano; per lo stesso motivo vennero “sparsi per le foreste” gatti domestici che con il tempo si inselvatichirono;  anche le capre furono  in gran parte eliminate per i danni che potevano provocare alla giovane vegetazione (in particolare agli innesti degli olivastri); si seminarono, fra mille difficoltà, fave, orzo, frumento. 
I risultati delle prime semine non furono però esaltanti.   Nel 1845 il raccolto fu scarso anche se di qualità per via di alcuni temporali che non consentirono di seminare in tempo utile; nel 1846 fu ancora peggio per motivi opposti, una pesante siccità tanto che il Regio Delegato sembrò deciso a non voler fare seminare le graminacee nell’anno colonico 1847. Molti degli olivastri innestati morirono per via dei forti venti che soffiarono nel 1845 e 1846.
Ma Sanvisente non si arrese.  Le cronache raccontano che il 23 novembre 1846 si cominciò la semina con soli 5 aratri disponibili; il 28 di febbraio 1847 si seminò l’ultima partita di frumento; in aprile si seminò la Timilia (“frumento marzajuolo”). Il raccolto? Molto, molto scarso.    Perché un tale insuccesso? Ce lo dice lo stesso Sanvisente: “basta esaminare le tavole metereologiche e vedere la quantità delle acque cadute dal 30 agosto 1846 a giugno 1847, epoca necessaria per la produzione dei cereali e così ognuno tirerà coi suoi propri lumi le dovute conseguenze.”
Una natura poco benevole (terreni poco fertili, scarsità delle piogge, venti che soffiano per tutto l’anno) metteva a dura prova gli sforzi dei contadini lampedusani che non riuscivano a produrre cibo sufficiente per loro stessi e per gli altri coloni che erano aumentati fino alla ragguardevole cifra di 700 in soli 5 anni di presenza sull’isola. Ed in effetti Sanvisente avviò sin dal 1846 un commercio con Malta e con Pantelleria per procurarsi “carne bovina, di majali, e di diversi altri commestibili” e anche “coloniali e tutti i generi di moda, telerie, abiti ecc.” 
A compromettere definitivamente le già modeste potenzialità agricole di Lampedusa arrivò, tra le proteste del governatore Sanvisente, l’autorizzazione del Re ad un disboscamento indiscriminato dell’isola per far fronte alla richiesta di carbone dalla Sicilia, bisognevole di energia per sostenere la rivoluzione industriale in atto. 
Con il disboscamento dell’isola e con il terreno reso sempre più arido dai venti che spirano quasi incessantemente Lampedusa abbandona quasi del tutto l’idea di un’agricoltura da reddito e sposta i suoi interessi economici e lavorativi verso la pesca, tutto sommato a vantaggio delle affascinanti caratteristiche naturali e paesaggistiche dell’isola.  Si sviluppa comunque nel tempo un’agricoltura di tipo poco più che amatoriale capace di rifornire di frutta e verdura alcuni occasionali punti vendita locali. Ancora oggi ci sono lampedusani i quali dicono di ricordare l’odore dei fiori di pesco e melo che invadeva le valli di Lampedusa in primavera ed era così intenso da stordire”.  
Oggi, però, i terreni una volta agricoli sono quasi del tutto abbandonati. Sopravvivono  alcuni vigneti di poche decine  di piante; piccolissimi orti per uso privato; sporadici impianti di olivi e  di fico d’india;  poche piante da frutto, isolate o in  piccoli gruppi di 3-4 esemplari: carrubi, una pianta di albicocco Mici Maciu, mandorli, gelsi, fichi, melograni, due peri, due meli, qualche nespolo, poche piante di agrumi, molti olivi sparsi qua e là, in giardini privati, e lungo le strade del centro urbano che però, salvo pochissime eccezioni, nessuno pota o raccoglie (anche a causa di ricorrenti e pesanti attacchi di Bactrocera oleae). 
Ma qualche timido tentativo di far nascere un’idea di agricoltura a Lampedusa va pure annotato. Ad es. è stato avviato il progetto “P’Orto di Lampedusa”, un progetto di orti comunitari sostenuto, fra l’altro, dalla Fondazione Allianz Umana-Mente e dall’Università di Palermo, e con la “funzione dichiarata di recuperare le vecchie varietà di ortaggi”. C’è anche una iniziativa privata di avviare un progetto di agricoltura sinergica in una zona tradizionalmente agricola: il fertile vallone dell’Imbriàcola. Forse troppo poco per parlare di un rilancio dell’agricoltura a Lampedusa; forse abbastanza per poter parlare di un primo passo per iniziative più estese e incisive, moderne, che dovranno essere necessariamente sostenute dalle istituzioni locali e regionali e anche da quelle accademiche.


FOTO: Lampedusa, vallone dell’Imbriàcola con olivi e fichi d’india.



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