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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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07 dicembre 2016

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Interferenti endocrini nell’alimentazione:pericolo e rischio

di Giovanni Ballarini

Giornali e televisione parlano degli interferenti endocrini enfatizzandone il pericolo quasi catastrofico, ma non il rischio concreto. Pericolo (hazard) è la capacità intrinseca di una sostanza di causare un effetto avverso, mentre il rischio (risk) e la probabilità di verificarsi del pericolo, determinata questa dalle circostanze e dalla entità dell’esposizione, considerando anche dose, durata della azione e risposta. É stato portato l’esempio che una bestia feroce è un pericolo, ma non un rischio se messa in gabbia, e sottolineato che bere un litro e mezzo di acqua potabile il giorno  innocuo se non necessario, mentre una dose dieci o cento volte superiore (coefficienti di sicurezza normalmente usati nelle prove di tossicità) sono pericolose se non mortali. Va anche ricordato che la provocazione di un effetto avverso va sempre correlata e interpretata in relazione al soggetto, perché una cellula isolata non è un organismo complesso. Per questo sono inaccettabili le idee estremiste di chi afferma che le prove sugli animali sono inutili se non false, come chi ritiene che siano immediatamente trasferibili all’uomo. Allo stesso modo è necessario considerare le normali condizioni d’uso e per questo non si vieta la coltivazione, vendita e uso delle albicocche, anche se nei loro semi che di norma non sono mangiati, sono contenute minime quantità di un potente veleno che a dosi maggiori può essere mortale. Concetti questi da tenere ben presenti riguardo gli interferenti endocrini, un complesso e non facile problema da tempo allo studio della scienza e ora divenuto si moda e oggetto di scandalismi mediatici.
Gli interferenti endocrini sono sostanze o miscele di molecole esogene che a certe dosi e condizioni si ritiene posano alterare la funzionalità del sistema endocrino, influenzando negativamente diverse funzioni vitali e, tra queste, lo sviluppo, la crescita, la riproduzione e il comportamento dell’uomo e delle specie animali. L’allarme sulla potenziale pericolosità di queste sostanze non è nuovo, perché nel 1991 un collettivo di scienziati coordinati da Theo Colborn conia il termine di “interferenti endocrini” in una conferenza a Wingspread. In Italia nel 2011 le ricerche condotte dalle Università di Siena e della Sapienza di Roma riguardano l’influenza d’interferenti endocrini quali i perfluorati, gli ftalati e il bisfenolo sulla fertilità, dimostrando come queste molecole possono attraversare la barriera della placenta, in passato ritenuta invalicabile.
Referente fondamentale per la definizione degli interferenti endocrini è l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che li definisce sostanze che hanno un effetto avverso sulla salute dell'uomo, un meccanismo d'azione endocrino e presentano un nesso causale tra l'effetto avverso e il meccanismo di azione. Gli interferenti endocrini agiscono a diversi livelli, simulando l'azione degli ormoni e inducendo reazioni biochimiche anomale, bloccando recettori ormonali e impedendo la normale azione degli ormoni prodotti dal sistema endocrino, interferendo sulla sintesi, trasporto, metabolismo ed escrezione degli ormoni naturali, alterandone così la concentrazione e da qui la loro denominazione. I composti chimici con azione interferente sono quanto mai eterogenei e questo comporta un’esposizione in diversi campi e un’azione diretta a diversi livelli del sistema endocrino, con la capacità di colpire numerosi organi e sistemi. 
Se gli interferenti endocrini sono senza dubbio un pericolo (hazard), molto complessi e ancora da definire sono i reali e documentati rischi (risk) per le popolazioni umane, nelle diverse condizioni concrete di dosi, tempi d’esposizione, capacità degli organismi viventi di metabolizzate le molecole interferenti, considerando anche le associazioni tra diverse molecole condizione quest’ultima che pare quasi la regola.
Non sottovalutando l’importanza del problema e senza fare inutili scandalismi, come troppo spesso accade, bisogna 
anche costatare che le ricerche e le conoscenze su gli interferenti endocrini sono ancora limitate e in continua evoluzione. Per questo la Commissione europea, con l'obiettivo di adottare un approccio scientifico nell'identificazione degli interferenti endocrini e far ap-provare la definizione a loro attribuita dall'OMS, ha posto all'attenzione del Consiglio e del Parlamento due progetti indirizzati ai prodotti fitosanitari e ai biocidi. 
Questi progetti hanno lo scopo di dare una comunicazione obiettiva che permetta una valutazione del presente stato attuale delle conoscenze scientifiche in merito agli interferenti endocrini, fornendo informazioni sulle possibili conseguenze, al fine di ridurre al minimo l'esposizione agli interferenti endocrini e salvaguardare così la salute di uomo e animali. La Commissione chiede inoltre all'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e all'Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) una verifica sulle singole sostanze attualmente autorizzate con 
un approccio basato sul pericolo che comporta cautelativamente il divieto delle sostanze in ragione della pericolosità (hazard), a prescindere dall'esposizione e quindi al rischio (risk), quindi in contrasto con la necessaria distinzione tra pericolo e rischio e alla altrettanto necessaria considerazione di entrambi. Su questa linea si pone l’appello recentemente sottoscritto da più di due cento tossicologi di Stati Uniti, Australia e Giappone che conclude affermando “è necessario dichiarare solennemente l’affidabile potere della scienza basata sulle prove per garanti-re integrità razionale e etica agli indirizzi pubblici, ai regolamenti ed alle azioni legali” (An Appeal For The Integrity Of Science And Public Policy – Toxicology (2016).   
http://dx.doi.org/10.1016/j.tox.2016.08.015).
Come recentemente rilevato da Marcello Lotti (Il Sole 24 Ore – 27 novembre 2016, pag. 31) la dichiarazione dei tossicologi nasce dalla constatazione di un uso improprio della scienza nel tentativo di identificare pericoli legati all’esposizione a sostanze chimiche che possano poi giustificare normative su salute, sicurezza e ambiente, senza una altrettanto chiara determinazione del rischio, con un metodo in evidente contrasto con quello delle scienze tossicologiche che si basano sui concetti di pericolo e di rischio, quest’ultimo messo in relazione anche alla correlazione dose-risposta.
Anche in assenza di evidenti studi epidemiologici e clinici riguardanti il rischio, la Commissione Europea, in attesa di armonizzarsi con altre agenzie (EFSA, ECHA) chiede l’approvazione di un documento sui criteri per definire questi interferenti senza considerare la potenza di queste sostanze e l’entità delle esposizioni che si vogliono regolamentare, elementi essenziali per valutare i rischi, invero poco probabili date le caratteristiche tossicologiche di queste sostanze e l’entità delle esposizioni. Un modo di operare sensazionalistico, al limite dello scandalistico, che è sempre più seguito da stampa e televisione che spesso percorrono la strada dell’amplificazione del pericolo pro-ponendo scenari che qualcuno giustamente definisce catastrofici, in cui non è difficile identificare una sorta di sincretismo tra “scienza” militante ed ecologismo politico.  Su questa linea bisogna concordare con Marcello Lotti che non tutti i possibili effetti di un’esposizione a una sostanza possono essere conosciuti e che in mancanza di elementi che permettano una valutazione di rischio, e soprattutto alla presenza di motivati sospetti, bisognerebbe che il tanto invocato principio di precauzione, spesso malinteso, fosse attuato attraverso una discussione pubblica sui necessari compromessi tra usi socialmente desiderabili di una sostanza e precauzioni socialmente sostenibili.


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