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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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16 dicembre 2015

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L’agricoltura italiana durante la Grande Guerra

di Paolo Nanni

L’Italia agricola occupava alle soglie della Grande Guerra poco meno della metà degli italiani (ambo i sessi, superiori ai 13 anni di età), e fu coinvolta nella sua interezza nel conflitto: il richiamo degli uomini al fronte, che lasciarono i campi a donne e anziani; la necessità di rispondere alle esigenze di approvvigionamento alimentare delle truppe, ma anche dell’intera popolazione; il rifornimento di legname da ardere e soprattutto da costruzione che il fronte richiedeva costantemente.
Circa il 46% dei richiamati alle armi provenivano dalle campagne (2,6 milioni) e rappresentavano più della metà dei contadini in età adulta. Oltre alla diminuzione di manodopera i danni per l’agricoltura derivarono anche dall’incetta del bestiame (2,5 milioni di capi) e dalla diminuzione dei concimi chimici, al tempo ancora ampiamente importati soprattutto dalla Germania (scorie Thomas).
L’alimentazione delle truppe determinò una forte richiesta di frumento e di altre derrate ad alto valore nutritivo come la carne. Per assicurare l’approvvigionamento, l’esercito provvide con strutture da campo (forni e mulini di guerra) e facendo ricorso a forni e mulini privati; mentre l’industria alimentare fu impegnata nella produzione di gallette e di conserve di carne e di condimenti. Non meno complessi furono i problemi di approvvigionamento della popolazione urbana, aggravate dall’incremento dei prezzi, dalla svalutazione monetaria e dall’aumentato costo della vita. L’ascesa dei prezzi raggiunse nel 1918 un incremento medio del 200% per generi alimentari come pane, farina bianca, pasta, riso, carne bovina, lardo, burro, latte, olio d’oliva.
Il fronte determinò inoltre una forte richiesta di legname, sia da opera (trincee, baracche e veri e propri villaggi militari per il ricovero di uomini, animali e derrate alimentari), sia da ardere (soprattutto per alimentare i forni di guerra). Senza contare, naturalmente, le distruzioni provocate dalla guerra, in particolare nell’altopiano di Asiago con le sue fustaie.
Dopo il conflitto, alle ferite irreparabili provocate nelle famiglie dei caduti e degli invalidi, si assommava la necessità di ripristinare le ottimali condizioni dei territori danneggiati (tra Isonzo e basso Piave) o depauperati sia per gli squilibri delle coltivazioni (lavori trascurati, difetto di sostanze fertilizzanti), sia per eccesso di sfruttamento, come nel caso del patrimonio zootecnico e forestale. 
Per far fronte alle richieste della produzione agraria, furono adottate varie iniziative, come la maggiore diffusione della meccanizzazione, anche mediante l’impiego dei soldati reduci, e alla più determinata azione della ricerca scientifico tecnica. Se l’Italia riuscì a fronteggiare l’emergenza della guerra, ciò avvenne «a spese del valore del patrimonio agricolo», cioè «a spese dell’avvenire», lasciando aperte gravi ferite anche sul piano economico e sociale.


Agriculture in Italy during the Great War
On the threshold of the Great War, agriculture in Italy employed just a little under half of all Italians of either sex over 13 years of age, and was completely involved in the conflict, with men being called to the front, leaving the fields to women and old people; the necessity of meeting the food supply needs of the troops in addition to those of the entire population; and the supply of timber for firewood and especially for construction that the front constantly required. 
After the conflict, to the irrecoverable losses of the families of the fallen and the disable was added the need to restore optimal conditions to the areas damaged between the Isonzo and the lower Piave or impoverished both by crop imbalances (jobs neglected, lack of fertilizers) and over-exploitation as in the cases of livestock and forestry.



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Commenti

lucia bigliazzi - inserito il 23/12/2015

interessantissmo. Complimenti all'autore

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