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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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02 settembre 2015

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La Carta di Milano fra dubbi e certezze

di Dario Casati

EXPO 2015 è una grande opportunità che l’Italia ha voluto offrire al mondo per tornare ad affrontare un tema di fondamentale importanza per l’umanità, quello dell’alimentazione. Ed ha voluto farlo, almeno in quelle intenzioni iniziali che le hanno permesso di ottenere la scelta di Milano come sede dell’Esposizione, su due tematiche principali, accanto a numerose altre di importanza derivata: il presente dell’alimentazione, che ancora oggi non soddisfa nemmeno in quantità l’intera umanità, e il futuro, che lascia prevedere sempre maggiori necessità da soddisfare a seguito della crescita demografica e di quella dei consumi procapite.
L’Esposizione, tuttavia, ha poi preso una strada molto diversa. Prevedibilmente, tenendo conto degli interessi economici e commerciali degli espositori e della necessità delle Esposizioni di mostrare il meraviglioso per attirare visitatori e giro d’affari. Molte speranze sul rispetto delle tematiche di fondo si riponevano nella Carta di Milano, un documento che avrebbe dovuto contenere riflessioni, indicazioni e impegni per dare risposte al grande tema dell’alimentazione. 
Un’attenta lettura di questo documento, tuttavia, fa nascere più dubbi che certezze, più perplessità che consensi, più delusione che entusiasmo sia per l’impostazione generale sia per i contenuti. La prima appare pomposa e ambiziosa per alcuni aspetti e sciatta nella presentazione e nelle modalità proposte per affrontare un tema di grande complessità. La seconda debole di contenuti e progettualità concreta, prigioniera delle mode e di ideologie che, benché diffuse, sono inadatte ad affrontare i principali aspetti della questione.
I richiami ai grandi principi, parafrasando solo in parte brani della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, risultano già in partenza deformati: diritto fondamentale non è il cibo, ma l’alimentazione, che rientra tra quelli che come la salute permettono tout court la sopravvivenza. L’alimentazione è cosa diversa dal semplice cibo. La confusione coincide con l’impostazione gastronomica prevalente dell’EXPO che piace a molti, giova ad alcuni, ma non è il cuore del problema alimentare, né attuale né futuro.  
Lo strumento proposto a tutela di questo diritto è un’azione collettiva, ma perché scegliere questo approccio minaccioso e vago, quando si tratta di diritti, fatti e comportamenti individuali in cui il singolo è libero di agire o meno, di avere o non avere determinati comportamenti che sono comunque individuali? L’accesso alle risorse produttive e l’uso che ne fa l’uomo consumatore o agricoltore o produttore di alimenti sono legati ai comportamenti singoli e del fondamentale diritto alla libertà dell’uomo. La strada non è l’imposizione dell’azione collettiva, ma il ricorso alla responsabilità individuale.
L’aspetto più deludente è la ridottissima presenza dell’agricoltura vera e propria in un documento in cui vengono richiamate tante tematiche collaterali. Quasi una concessione obbligata a cui far ricorso con fastidio e sufficienza. Preoccupata di tante cose, la Carta sembra dimentica dei temi chiave: come aumentare quantità e qualità degli alimenti, come intervenire nell’utilizzo dei progressi scientifici e tecnologici necessari, come sviluppare la produttività dell’agricoltura e delle risorse naturali limitate a disposizione del Pianeta. Insomma, sembra aver perso di vista l’obiettivo di fondo per poi concludere con la promessa di grandi impegni e una frettolosa adesione a quelli che gli Organismi internazionali da tempo hanno identificato e quantificato. Insomma è un lavoro ampio, ma sostanzialmente fuori tema, una narcisistica occasione perduta e un pericolo vagante se qualcuno mai si sognasse di voler imporre alcune delle proposizioni che appaiono, ma forse non  sono, generiche, sostenute da una valanga, incontrollata e incontrollabile, di adesioni volenterose, ma forse sprovvedute.


The Milan Charter, doubts and certainties

EXPO 2015 has been a great opportunity for Italy to offer the world a forum for tackling a fundamentally important theme for humankind, that of food, with the focus, at least since Milan was first chosen as the exhibition seat, on two main topics as well as their many off-shoots: the present state of food that still today, as regards quantity, does not meet the world’s needs, and a future one that seems to imply an ever greater need as a result of population growth and per capita consumption. 
High hopes regarding respect for these basic issues were placed on the Milan Charter, a document that should have included thoughts, suggestions, and commitments concerning the search for answers on the overall theme of food.
A careful reading of this document, however, produces more doubts than certainties, more confusion than consensus, and more disappointment than enthusiasm, both for its general approach and its content. First of all, it appears in some regards pompous and ambitious, and careless in its presentation and the actions suggested for tackling such a complex issue. Secondly, its content and practical planning suggestions appear weak, prisoners of trends and ideologies that, although widespread, are unsuited to dealing with the matter’s principal issues.



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