terra acqua aria sole vita agricoltura cultura

Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

logo_georgofili

01 luglio 2015

top_colonna1

Stampa

Le piante geneticamente modificate sono un pericolo?

di Amedeo Alpi

Non c’è ragione per la quale gli scienziati della genetica vegetale debbano assistere  impotenti ai divieti ai quali la loro attività di ricerca sulla modificazione genetica delle piante viene sottoposta.  Troppo tempo hanno in silenzio subìto ed è ora che la loro voce sia ascoltata. 
Una normativa dell’Unione Europea lascia la scelta agli stati membri di regolare la materia  della coltivazione di piante geneticamente modificate nel loro territorio. In Italia il Consiglio di Stato coglie l’occasione per ogni divieto in materia: proibito ricercare, proibito produrre. Tutto questo ora, mentre da vent’anni le piante transgeniche sono coltivate su scala mondiale in maniera crescente: poco meno di 200 milioni di ettari, ben oltre il 10% delle superfici coltivate del pianeta, vengono ormai destinati annualmente a Piante Geneticamente Modificate (PGM). E questo mentre noi stessi  ci nutriamo con derivati da piante GM o da animali che si sono nutriti a loro volta con piante e mangimi GM.  Slogan come “accettazione del principio di precauzione” vengono portati a premessa di distruzione delle piante nei campi nei quali si sperimenta (è recente l’abbattimento di piante transgeniche presso l’Università della Tuscia). Questo mentre in tutto il mondo specie più resistenti ai parassiti e meno bisognose d’acqua aprono una concreta possibilità agli affamati e ai denutriti del pianeta. 
Non possiamo limitarci a chiedere per l'Italia il rispetto per il ruolo della scienza su di un argomento che ha già avuto, nel mondo, un enorme impatto applicativo: da ricercatori vogliamo ricordare che da sempre la natura viene studiata per conoscerne le regole ed utilizzarle per il progresso dell’umanità. Le modifiche basate sul trasferimento dei geni sono all’interno di questo continuo processo.
Partiamo dal confutare alcuni argomenti usati dagli oppositori delle PGM.
Primo argomento: l’asservimento alle multinazionali. 
Le piante GM oggi coltivate nel mondo si propagano per seme ed i semi GM sono stati ottenuti da alcune multinazionali. E' ovvio che la forte opposizione alle "multinazionali" in quanto detentrici dei diritti delle varietà coltivate, in virtù dei quali si fanno pagare prezzi elevati agli agricoltori che vogliono coltivarle, denuncia un atteggiamento contrario alle innovazioni. Non si accetta che vi sia un ruolo "terzo" da parte di chi si specializza nella produzione del materiale di partenza (semi, tuberi, bulbi, etc.) ma anzi, rispolverando Lysenko, si ritiene il coltivatore l'unico soggetto accreditato alla proprietà totale della specie che alleva. Questa battaglia che, apparentemente, è a favore dell'agricoltore, può essere fatta in altra maniera, più consona ad un mondo che deve alimentare oltre 7 miliardi di persone. L'obiettivo è di salvare l'innovazione in agricoltura che richiede mezzi finanziari, tecnici e umani di notevole dimensione. D’altra parte l’opposizione alle multinazionali si fa scendendo su di un piano competitivo mettendo a punto tecnologie nuove come stanno facendo Cina e Brasile.
Secondo argomento degli oppositori: il principio di precauzione. 
Applicato al settore degli OGM nulla ha a che vedere con la ricerca scientifica in questo ambito; tale principio è estraneo anche alla coltivazione delle PGM visto che si fa ormai da poco meno di un ventennio senza che nessuna di esse abbia causato problemi quantitativamente e qualitativamente diversi da quelli generati dalle comuni varietà ottenute con metodiche genetiche tradizionali.
Terzo argomento: la scienza sarebbe non solo alleata alle multinazionali e nemica del cibo, ma sarebbe  responsabile della “profanazione della sacralità” del cibo stesso. Occorre tuttavia avere la precisa consapevolezza che il centro dello scontro tra le opposte opinioni, non è la scienza, ma esso è rappresentato appunto dalla sua "sacralità" profanata da vari "stregoni".  Ma la biotecnologia può essere invece di grande utilità. Un solo esempio: in questi giorni è stato pubblicato un lavoro, su Plant and Cell Physiology da parte di un gruppo dell'Università di Lund (Svezia), concernente l'individuazione nella barbabietola da zucchero di una emoglobina non-simbiotica, molto simile all'emoglobina umana. Oltre al dato interessante in termini di fisiologia/biochimica delle piante si potrebbero aprire prospettive biotecnologiche interessanti: C’è da scommettere che l'opposizione sarà forte anche in questo caso, e tale da indurre la politica ad intervenire con l'ennesimo blocco.
Nella imponente letteratura scientifica orientata all'impatto degli OGM troviamo numerose e consistenti affermazioni circa l'assenza di danni e, al contrario, molte affermazioni circa la loro positività. Una recente ricerca esamina 150 pubblicazioni riferite alle varie aree del mondo dove si coltivano piante GM. I risultati confermano una riduzione del 37% per l'uso degli insetticidi, un aumento medio delle produzioni del 22% e un aumento del 68% dei profitti degli agricoltori. I risultati sono maggiori per le specie trasformate con caratteri di resistenza agli insetti rispetto a quelle modificate per la resistenza agli erbicidi. Sia le produzioni che i guadagni degli agricoltori sono maggiori nei paesi in via di sviluppo rispetto ai paesi industrializzati. Questa ricerca potrebbe  anche chiudere il lungo dibattito sulle PGM, ma non sarà così. Ad esempio i paesi in via di sviluppo potrebbero anche coltivare le piante GM, ma non lo fanno perché avrebbero forti ostacoli all'esportazione, principalmente nella Unione Europea.
Nonostante il pessimismo diffuso dalle recenti decisioni della politica nazionale ed europea, la comunità scientifica continua a credere nella sopravvivenza di una qualche razionalità. A conforto di tale speranza si registrano, negli ultimi tempi, numerose dichiarazioni in favore della ricerca sulle PGM, come pure per il loro uso in agricoltura.  Fra le più significative la dichiarazione dell' EASAC (European Academies Science Advisory Council, voce dell'intera comunità scientifica europea), un documento di 20 eminenti scienziati europei di Biologia molecolare delle piante, vari documenti della comunità scientifica italiana, ed infine  la recente presa di posizione  della senatrice a vita Elena Cattaneo.
L’Europa dovrà ragionare oltre che su fattori commerciali ed emozioni anche sui risultati delle ricerche, bandendo finalmente infondate paure. 


(da Il sole24Ore, 15/02/2015)



Are genetically modified plants a danger?

A European Union regulation leaves it up to member states to regulate the cultivation of genetically modified plants within their borders. In Italy, the State Council has used this as an opportunity to ban both research and production.
In the impressive scientific literature on the impact of GMOs, we find numerous sound reports regarding the absence of damage, and many positive statements, in contrast. A recent survey examined 150 publications regarding the various areas of the world where GM plants are grown. The results confirm a 37% reduction in pesticides, a 22% average growth in production, and a 68% increase in farmers’ profits. The results are greater for the species transformed to be insect-resistant as compared to those that are herbicide-resistant. Both farmer income and production are greater in developing countries than in industrialized countries. Besides the business and emotional factors, Europe will have to think about research results, eventually putting aside groundless fears.



inter_colonna1
Share |

bottone_invia

Commenti

Giovanna Serenelli - inserito il 21/07/2015

Diversi giorni fa vi inviai un commento che non è stato pubblicato, credo della seconda domenica di luglio. Premesso che non ho nessun interesse pratico o di ‘carriera’ alla sua pubblicazione, gradirei però, e sempre che vi sia possibile, che, per correttezza, lo trasmetteste all’autore dell’articolo, grazie. Questo è quanto avevo scritto. Mi sembra che nell’articolo, questa è almeno la mia sensazione, ci sia molta rabbia: rabbia per le difficoltà che la ricerca italiana trova nei suoi percorsi e nel vedersi poi soffiar via sotto il naso risultati faticosamente raggiunti. Rabbia dunque ben giustificata.. Tuttavia ritengo che una cosa ben precisa è la scienza altra cosa è la scienza applicata. Se alla scienza diamo credito, dobbiamo però ricordare che si tratta di un processo di sviluppo di conoscenze basate su teorie, esperienze e sperimentazioni talvolta fallaci. E’ ovviamente un credito che deve in qualche modo ‘condizionato’: nella scienza il work in progress è la norma. E non è detto che le conclusioni tratte in un primo momento, non possano cambiare, modificarsi od essere completamente stravolte. Aver fiducia nella scienza non è e non può essere un atto di fede.. Naturalmente quanto più le conoscenze si approfondiscono, tanto più vicini alla realtà si è . Mi viene a dire che la conoscenza non ha mai, di per sé, ucciso nessuno (salvo periodi storici particolari). Un discorso a parte va fatto per la scienza applicata, ed applicata diffusamente. Non credo che in questo caso il principio di precauzione, qaand’anche sia strumentale, vada mai abbandonato. Per un motivo semplicissimo che se il guasto che dall’applicazione deriva è irreparabile, bè’ ce lo teniamo… Un ventennio o poco meno di colture transgeniche non mi sembra un tempo lunghissimo. Perché allora occorrono svariati decenni per ammettere la tossicità di un qualunque prodotto chimico? Che la scienza sia alleata delle multinazionali non credo, credo caso mai il contrario che siano le multinazionali ad usufruire a loro piacimento della scienza. Se le istituzioni non proteggono ed aiutano i propri scienziati, perché qualcun’altro non dovrebbe approfittarne?. Non credo peraltro che nelle multinazionali prevalgano concetti etici: quello che, ritengo, si cerchi preminentemente è il business con associato rendimento economico. Meglio ancora se si ottiene un monopolio (la DeBeer insegna) Quanti miliardi di dollari muovono le multinazionali? Quanto potere hanno perciò nella realtà? La Monsanto ad esempio nel 2013 riportava nel suo Annual Report un fatturato netto di 14.86 miliardi di dollari, più del debito greco con il FMI. A me vengono i brividi al solo pensiero di un monopolio che controlli la disponibilità del cibo che, si, considero sacro. Nulla di male che ciò che la ricerca ottiene, possa affidarlo a terzi, ma non sarebbe il caso che ‘la ricerca’ controllasse bene il ‘terzo’ a cui si è affidata? Affittando, non vendendo gli eventuali propri brevetti. Ovviamente personalmente le mie opinioni credo contino quanto un ‘due di picche’. Mi consola però il fatto di non essere sola a pensarla in questo modo. Per puro caso (le informazioni economiche sulla Monsanto le ho volutamente cercate) mi è capitato fra le mani lo scritto del Dr Lindiwe Majele Sibanda, CEO del Food Agriculture Natural Resources Policy Analysis Network. Titolo: Can gene editing provide a solution to global hunger? Link: https://theconversation.com/can-gene-editing-provide-a-solution-to-global-hunger-43444?utm_medium=email&utm_campaign=Latest from The Conversation for July 7 2015 - 3071&utm_content=Latest from The Conversation for July 7 2015 - 3071 Al termine dello scritto dice testualmente:’ More gene editing in food crops makes sense, but only with prudent regulatory mechanisms in place to ensure the safety of these new approaches to food availability. We don’t want to see more harm than good done as we seek to address the issue of global food security.’ Il riferimento è chiaramente all’editing del genoma, tecnica nuova, da valutare comunque con attenzione. E’ altresi’ vero che i Cinesi stanno sperimentando tecniche rivoluzionarie e penso che nell’articolo ci si riferisca agli RNA (micro etc.). Tecnica rivoluzionaria certo, ma di cui non ancora totalmente ben chiaro il quadro. La nuova genetica, anzi no, le nuove conoscenze genetiche, ché i meccanismi genetici non sono cambiati (eravano noi a non comprenderli un po’ meglio) è certamente interessante, ma ho il vago sospetto che non conosciamo affatto bene ciò abbiamo in mano e ciò su cui vogliamo, soprattutto, porre mano. Del resto sullo stesso gene editing qualche autore ritiene necessario un più stretto controllo. Cito: Joung, J. Keith Unwanted mutations: Standards needed for gene-editing errors Nature 523,158 (09 July 2015) doi:10.1038/523158a Nel suo laboratorio, in Harvard, Young si occupa proprio dello sviluppo di tecnologie utili al genome editing.

Alberto Ciri - inserito il 04/07/2015

Ok. Ok. Ok.

lorenzo orioli - inserito il 01/07/2015

E' indiscutibile che esistono questioni etiche fondamentali sull'uso di piante OGM, come l'Enciclica di Papa Francesco Laudato si' ha sottolineato, soprattutto quando si tratta di agricolture povere, nei PVS, dove il pagamento delle royalties non può essere fatto passare come un costo di produzione interno (in questo caso è una tassa a privati) a favore dell'innovazione in agricoltura. L'autore dell'articolo non può non sapere che gli incrementi di produttività da uso di OGM si hanno nel breve periodo, nei primi anni dalla loro adozione in campo, e così sa bene che dopo un uso prolungato di insetticidi, subentrano fenomeni di resistenza. Non possiamo dunque confondere la voglia ed il desiderio di fare ricerca - cosa quanto mai sacrosanta - con gli effetti socio-economici che l'uso di questa stessa ricerca viene fatta da conglomerati finanziari transnazionali come sono le agro-companies che non hanno come obiettivo morale la lotta alla povertà. La Senatrice Cattaneo difende coloro che finanziano la ricerca, senza però tener conto degli effetti sociali dell'uso di semi e piante OGM in contesti del Mondo poveri.Forse la senatrice poco conosce di economia agraria, come anche il nostro autore....

inter_colonna1
top_colonna3
5xmille

Copyright 2010 - ACCADEMIA DEI GEORGOFILI - C.F. e P.iva 01121970485

Disclaimer | Privacy | Credits