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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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27 maggio 2015

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Lo svincolo idrogeologico

di Lapo Casini

Esiste qualcuno, sano di mente, che voglia mettere al centro dell’agenda strategica qualcosa di diverso dall’ambiente, e da una “sempre più green” economy? Speriamo di no: la conservazione durevole dell’habitat planetario globalmente inteso e della sua vitalità, senza intaccarne produttività ecologiche e capacità adattive, è l’unico vero obiettivo che possiamo darci: il resto dei vantaggi infatti ne discendono a cascata, e sono gerarchicamente subordinati.
Il titolo vuole quindi suonare come una provocazione, perché almeno per la geomorfologia italiana a prevalenza collinare e montuosa sarebbe folle propugnare una disinvolta rimozione delle limitazioni agli interventi  sui terreni, siano essi seminativi, boschi o incolti. Proprio perché non siano sottratte attenzioni, energie, e risorse alle priorità, dicendo svincolo idrogeologico si vuole piuttosto suggerire l’idea di riconoscere in modo specifico e con occhi nuovi – nel percorso pluridecennale dell’assetto e dell’uso del suolo – la fase attuale che stiamo attraversando, noi e i nostri territori: fase che non è più quella di 100 anni fa quando fu istituito - e poi miratamente imposto caso per caso - il vincolo idrogeologico tramite la legge Serpieri. La legge fu approvata per assecondare gli interessi capitalistici sul crescente business dell’idroelettrico (altrimenti sguarnito della regimazione idrogeologica), ma questa istanza si saldò con le esigenze ambientali-colturali di ricostituzione dei suoli degradati e socio-economiche di sviluppo. 
La massima protezione al bosco e al suolo venne però più efficacemente garantita dai decenni successivi grazie allo spopolamento montano: a scala nazionale l’attenuazione e la rarefazione del prelievo di legno resero quasi obsoleta la legge Serpieri, non essendoci più la minaccia estesa dell’erosione innescata dal dissodamento, dal pascolo, dal prelievo intenso e ripetuto ai fini della sussistenza. 
Del vincolo idrogeologico sui boschi (integrato poi da più generiche e meno lucide iniezioni di normativa paesaggistica e ambientale) e soprattutto della sua applicazione  tecnico-amministrativa adesso servirebbe la versione 2.0 ovvero evolution: che sottragga i boschi alla sacralità ideologica, alla pigrizia delle teorie accademiche, al soffocante proliferare di burocrazia amministrativa, arbitraria e paralizzante. E che esalti le potenzialità della infrastruttura boschiva come tale, proprio a cominciare da pedologia, botanica e selvicoltura, nei suoi ricchissimi risvolti naturali, protettivi, produttivi, fondiari, sociali, turistici, ricreativi, faunistici, venatori e chi più ne ha più ne metta: perché di posto – nei boschi – ce ne sarebbe tanto. Insomma servirebbe, senza nemmeno toccare le leggi, una diversa vision per inediti investimenti sulle opportunità connesse a una gestione ottimizzata dei boschi privati e pubblici. Con un solo vincolo: quello di massimizzarne e capitalizzarne durevolmente i vantaggi.



Hydrogeological liberation 

Is there anyone in their right mind who wants to put something other than the environment and an "evergreen green" economy at the center of the strategic agenda? Let us hope not. Without affecting ecological productivity and adaptive capacity, the enduring conservation of the universally understood planetary habitat and its vitality is truly the only objective we can have.  The remainder of the benefits indeed cascade down from there and are hierarchically subordinate.
The title wants to be provocative because at least for Italy’s geomorphology, dominated by hills and mountains, it would be crazy to advocate a casual removal of the restrictions of actions on the terrain, whether sowable, forest, or fallow. Precisely so as not to take attention, energy and resources away from the priorities, the expression hydrogeological liberation is meant to suggest the idea of specifically recognizing with new eyes – in the decades-long course of land planning and use – the current phase that both our regions and we are going through. This phase is not the same as it was 100 years ago when the hydrogeological restrictions were established with the Serpieri law and specifically imposed on a case by case basis.


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Commenti

domenico befani - inserito il 27/05/2015

condivido ed aggiungo che secondo me il bosco andrebbe "svincolato" nel senso che andrebbe maggiormente applicato e fatto rispettare di più in altri ambiti e spiego con due esempi. poco prima delle piogge autunnali, milioni di ettari di seminativi vengono arati, rippati in collina e montagna e lasciati alla dilavazione senza scoline per la regimazione e con tutte le conseguenze di immense portate solide. 10-15 anni fa in seguito all'obbligo di avere tante UBA/ha effettive, si è avuta una massiccia immissione di bovini su interi comparti pascolivi appenninici: ci saranno consenguenze al regime delle acque? non lo so ma sul cotico ce ne sono. Il bosco invece sembra essere l'unico oggetto del vincolo, in un'epoca in cui non mi sembra che ci siano pressioni x tagliare, dissodare e seminare. saluti

raoul romano - inserito il 27/05/2015

Una rivoluzione culturale del concetto di tutela e valorizzazione dl patrimonio forestale, una evoluzione colturale da taglio a gestione attiva...Bravo Lapo.

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