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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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14 gennaio 2015

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Il Pianeta necessita di un maggior numero di ricercatori sul mondo vegetale

di Amedeo Alpi

Così ha titolato la sua rubrica "Opinione" il mensile nord-americano "The Scientist", rivista di scienze della vita, nel numero di Ottobre 2014. Il messaggio è chiaro: l'Accademia non forma un numero sufficiente di Ph.D. (ricercatori) nell'ambito della biologia delle piante, in grado di affrontare le sfide, numerose e serie, della produzione agraria vegetale in rapporto al continuo aumento della popolazione. L'affermazione risente, come è ovvio, della situazione specifica degli USA e del Canada, ma si possono anche fare considerazioni analoghe per la nostra parte di mondo. L'articolo è una riflessione sulla presa di posizione di quattro illustri ricercatori del settore biomedico che hanno denunciato, su PNAS (Proceedings National Academy of Sciences) dell'Aprile 2014, la tendenza da parte delle Università americane, a spendere progressivamente sempre meno per assumere ricercatori (a tempo indeterminato, diremmo noi). Nel contempo, le stesse strutture chiedono incessantemente nuovi laboratori per ospitare giovani Ph.D. i quali, peraltro, per poter lavorare, devono reperire i fondi necessari entrando in forte competizione tra di loro per risorse finanziarie continuamente in decrescita. In poche parole si innesta una spirale che comporta più contratti di ricerca, quindi più edilizia (perché occorrono spazi per ospitare sempre più giovani "precari"), ed infine più Ph.D., ma anche minori possibilità di assumere post-doc per mancanza di posti di lavoro. Così per le scienze biomediche. Nel caso delle scienze agrarie il numero dei Ph.D. formati, nel settore della biologia delle piante, è rimasto, invece, incredibilmente costante negli ultimi 30 anni, intorno ai 1000 all'anno, anzi con un  calo nell'ultima decade di un buon 20%; il settore biomedico ha invece riscontrato un incremento: dai circa 4000 dei primi anni '90 ai circa 10000 attuali. Nella prossima decade si verificheranno due fatti: la popolazione mondiale arriverà a 8 miliardi di persone (le stime delle Nazioni Unite e del Census Bureau degli USA coincidono sostanzialmente) e, nel contempo, la produzione di alimenti dovrà avvenire su una minore superficie di terra arabile ed in una situazione climatica difficile da prevedere. Dovremo certamente produrre di più, sfruttando tutte le nostre conoscenze scientifiche, ma, conclude Alan M. Jones, autore di questa Opinione, i Ph.D., appositamente istruiti per questa mansione, non  saranno sufficienti neppure a coprire i posti disponibili nelle 6 maggiori multinazionali del settore agrochimico.  Si aggiunge a queste considerazioni che la causa del 50% delle malattie infantili nei paesi in via di sviluppo, risiede nella malnutrizione, mentre nei paesi ricchi si investe sempre meno in agricoltura. Quindi sia nelle scienze biomediche che nella scienza delle piante, pur verificandosi fenomeni diversi circa la disponibilità di "grant" per giovani ricercatori, si verifica una analoga carenza di posizioni permanenti, conferendo agli ambienti di ricerca una notevole precarietà. Le tendenze del Nord America non sono estranee al nostro mondo. Qualcosa deve quindi cambiare nelle decisioni dei governi: devono ripartire programmi importanti per attirare adeguatamente le migliori risorse giovanili sulle tematiche della biologia vegetale e della ricerca agraria.
   




The Planet Needs More Plant Researchers 

In the next decade, two things will take place. The world’s population will reach 8 billion people and, at the same time, food production will be taking place on less arable land and under a difficult to forecast climatic situation. We will have to produce more, exploiting all our scientific knowledge. Alan M. Jones, the author of an opinion piece published by the October 2014 issue of the North American monthly "The Scientist", states that PhDs specially trained for this task will not even be enough to fill the positions available in the six major agrochemical multinationals. Something must therefore change in the governments’ decisions: important programmes must start again to attract the best young researchers to plant biology and agricultural research.



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