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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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03 settembre 2014

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L'Africa e la corsa alla terra: lo statu quo è inaccettabile

di Amedeo Alpi

La "gold rush" ottocentesca sembra oggi sostituita da una febbrile ricerca di terre da mettere a coltivazione che pervade varie aree del mondo, ma in particolare il continente africano. E' questo l'argomento al quale il numero di Luglio di National Geographic Italia, ha riservato un lungo servizio nell'ambito della serie, già precedentemente ricordata in queste News, dedicata al Futuro del cibo; servizio più lungo dei precedenti e con la solita eccezionale documentazione fotografica. L'Africa è a un punto di svolta e la rivista analizza in particolare il caso del Mozambico, dove alcune grandi compagnie, con la compiacenza dei governi, favorirebbero forti investimenti stranieri a discapito degli agricoltori locali. Tutto ciò viene vissuto come un momento decisivo dell'agricoltura globale, ovvero la trasformazione dell'Africa subsahariana, da area marginale a nuova terra promessa. D'altra parte l'Africa è ancora una delle poche aree del pianeta dove vi sono milioni di ettari di terra pressoché incolta e grande disponibilità di acqua; ma in quel continente una "rivoluzione verde" non è mai avvenuta e quindi le rese unitarie sono ancora fortemente al di sotto delle medie mondiali. I guai endemici dell'Africa, a lungo rappresentati da assenza o quasi di infrastrutture, da mercati molto deboli, da governi instabili, guerre continue, mancato accesso al credito, si sono solo recentemente attenuati e ora, sia la Banca Mondiale sia vari paesi hanno cominciato a investire in agricoltura. D'altra parte sarà proprio qui che si realizzerà nei prossimi 40 anni quel salto demografico che porterà la popolazione dell'Africa subsahariana a oltre due miliardi di persone dal miliardo attuale, contribuendo così massicciamente al problema dell'alimentazione globale. La rivista affronta il problema di chi sarà il soggetto primo di questa rinascita agricola: i piccoli agricoltori o le multinazionali. In altre parole, se lo sviluppo di questo continente ha bisogno di enormi capitali privati, non si configurerà un nuovo "imperialismo agricolo"? Molti esperti di sviluppo agricolo ritengono che adeguate infrastrutture e tecnologie potrebbero aiutare molto il continente solo in caso in cui si arrivi a una stretta collaborazione tra i grandi progetti e i piccoli coltivatori. Focalizzando sul Mozambico, J.K. Bourne, autore del servizio, mette in risalto che l'accordo raggiunto dal governo di quel paese, con Brasile e Giappone, prevede la coltivazione industriale di soia su 14 milioni di ettari (ricordiamo che tale superficie è superiore a quella che l'intera Italia destina alle coltivazioni). A fronte di questi accordi, vi sono iniziative che rappresentano un' alternativa alla produzione su vasta scala, tramite la consegna, a ciascun contadino, di 5 ettari di soia in modo da consentire loro di non perdere la terra e guadagnare a sufficienza; i contadini ricevono anche periodiche visite da parte di tecnici per i vari aspetti agronomici e gestionali. Continuando in queste esemplificazioni, l'articolo ricorda anche il bananeto impiantato nei dintorni di Maputo, che ha ormai raggiunto i 1400 ettari di superfice ed è di un solo proprietario. Ma ciò che colpisce di più è la fine del servizio: dove dopo aver ripetuto che gli esperti FAO ritengono indispensabile l'immissione massiccia di capitali privati e tecnologie per riuscire a dare cibo ai due miliardi di persone in più che nel 2050 si aggiungeranno agli attuali, si dà voce a contadini africani in evidente condizione di povertà, che praticano ancora un' agricoltura primordiale, per sapere se accetterebbero di lavorare in una grande fattoria. La risposta è stata: abbiamo bisogno di lavoro.
Siamo in accordo con l'articolista che termina con l'affermazione: che il modello sia quello dei coltivatori dell'Iowa o dei piccoli risicoltori del Vietnam, lo statu quo africano è inaccettabile. 
Postilla. Su Toscana Oggi del 6 luglio 2014 è riportata un' interessante intervista al prof. Franco Scaramuzzi, intitolata "L'Italia torni all'agricoltura"; non c'è bisogno di recensire quanto viene detto in quell'intervista, perché chiunque può facilmente leggerla. Mi hanno colpito, anche se non è la prima volta che ascolto o leggo Franco Scaramuzzi, le seguenti parole. "Il settore agricolo continua a manifestare una progressiva regressione strutturale: vediamo così la polverizzazione e contestuale riduzione del numero delle aziende e della loro dimensione". "Ciononostante cresce il disinteresse dello Stato  e delle Regioni", aggiunge infine il professore: "Ci siamo distinti per avere adottato limiti di precauzione concettualmente ineccepibili ma applicati in maniera ostile e generalizzata". Vorrei aggiungere a queste frasi un'altra scritta da Fabrizio Barca, dirigente politico di rilievo nazionale, sul Sole 24Ore del 22 Luglio u.s.: "Negli anni recenti molti hanno dovuto rivalutare il ruolo dell'agricoltura nello sviluppo del Paese".
Cari amici, non solo lo statu quo africano è inaccettabile.


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Commenti

michele blandino - inserito il 04/09/2014

Non posso non essere d'accordo con il finale dell'articolo: il copione si ripete e il nuovo concetto latifondista è sempre più vivo. Il concetto italiano? L'accentramento dei capitali pubblici,ovvero comunitari,sono per l'espansione del singolo e per la monocoltura. Altro che biodiversita'! I governi che ristagnano e non si capiscono in che direzione vanno. Interessi di parte e parzialità di idee? No,soltanto la volontà di non fare denota la dipendenza alla quale siamo schiavi e non riusciamo a venirne fuori. Sistemi mondiali e ordini tali? Possiamo dare la terra demaniale ai giovani,poi? Non v'è lo straccio di una politica produttiva,diversificata e volta all capacità di fare reddito.

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