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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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13 novembre 2013

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L'OLIVICOLTURA INSOSTENIBILE

Oliveti: basta finanziamenti a pioggia

di Franco Scaramuzzi

Secondo opinioni ampiamente condivise, una parte considerevole della nostra attuale olivicoltura è da considerare "marginale", in quanto economicamente insostenibile e non facilmente migliorabile. Molto spesso è rappresentata da piccole proprietà fondiarie, derivate dalle crescenti “polverizzazioni” per ripetuti e incontrastati frazionamenti ereditari. Se non già abbandonate e lasciate riconquistare spontaneamente da bosco, queste proprietà risultano formalmente gestite a livello familiare. Il reddito complessivo oggi proviene da lavoro in attività non agricole o svolte presso terzi, mentre le produzioni che si ottengono sono destinate all'autoconsumo. Della coltivazione di questi campi spesso si occupano gli anziani, ormai pensionati. Gli altri familiari possono dedicarvi qualche ora del loro tempo libero. Vanno così regredendo, a vista d'occhio, le cure colturali che un tempo venivano attentamente applicate. Vi è un'ampia casistica di queste situazioni, diverse tra loro, ma non dovrebbe essere difficile individuare e distinguere quelle che Eurostat giustamente non considera più come aziende agricole. Gli aiuti finanziari dispersi a pioggia su realtà marginali possono assumere un carattere assistenziale, ma non mirato allo sviluppo. Sottraggono inoltre risorse pubbliche, a danno delle imprese olivicole (grandi, medie o piccole che siano) che producono per il mercato, contribuiscono a formare il PIL nazionale e che ne hanno urgente bisogno per potersi modernizzare e rimanere competitive. 

Foto: olivicoltura eroica non più sostenibile (Spoleto)


Il Commissario Europeo alle Politiche Regionali ha già lamentato che, con i programmi per lo sviluppo agricolo delle Regioni italiane, sono stati distribuiti finanziamenti "a pioggia", anziché mirati a progetti innovativi delle o per le imprese. Qualcuno tenta di farli considerare come contributi per la conservazione della funzione paesaggistica di quegli oliveti. Ma, se questo fosse l'intento (di fatto giustamente configurabile come indennizzo, peraltro non previsto dalle leggi sulla tutela paesaggistica), allora andrebbero doverosamente sostenuti (cioè indennizzati) tutti gli agricoltori che comunque subiscono danni economici dai piani paesaggistici che impongono l'obbligo di conservare coltivazioni economicamente passive e quindi insostenibili. Ma, riflettiamo. Come potrebbe la collettività affrontare costi tanto enormi (in ogni caso a carico dei nostri contribuenti, anche se provenienti dal bilancio europeo) e verso quale disastrosa agricoltura staremmo avviandoci?
(Cfr. QN, 10/11/2013)

Foto di apertura: oliveto già invaso dalle ginestre, in abbandono al bosco


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Commenti

pol Renelde - inserito il 07/12/2015

Le osservazioni fatte sono importanti e abitando io in Liguria di ponente me ne rendo conto benissimo, colline terrazzate a migliaia completamente in abbandono e difficilmente ripristinabili. Basti pensare all' enorme opera idraulica dei terrazzamenti, ormai crollati nella loro maggiore parte e ricollocati al loro posto sarebbe un costo enorme con inoltre con maestranze che non esistono in tale numero e capacità. Sulla costa l'olivo è facile preda della mosca olearia e ne rende costosa la cura, sia economicamente che ecologicamente a seco da dei metodi applicati. Se dunque si vuole pensare ad una nuova agricoltura su quelle aree marginali bisogna pensare di sradicare qualche olivo, spesso, come qui, monocoltura, fittissimi sono gli uliveti liguri e rari quelli misti a numerose altre piante di viti e mandorle. Ricondurre oliveti a frutteti misti, agrumeti ed orti potendo osare in colture qua possibili ma poco diffuse come avocado e feijoa le quale vegetano e fruttificano con abbondanza. C' è la necessità di progettare e convertire l' olivicoltura marginale italiana.

Lapo Casini - inserito il 14/11/2013

In molti casi riscontrabili almeno in Toscana, la tendenza socio-economico verso una minimizzazione dei costi colturali dell'olivo e dell'olio si è tradotta nel citato diffuso abbandono tout court della coltivazione. In quest'epoca di crisi però non è infrequente constatare che nuove figure e nuove modalità si affacciano anche solo per la fase di raccolta finale delle olive, ad es. persone - non solo anziani - che in modo occasionale si offrono per questa fase in vista di autoconsumo del prodotto e di attivazione di minimi circuiti di distribuzione e vendita. Sono noti anche casi di squadre organizzate di operai extracomunitari che a costi ridottissimi garantiscono l'intera produzione al proprietario. Quanto sopra evidenzia il già noto ruolo dell'agricoltura come ammortizzatore sociale e come fonte di reddito "di ripiego". Strategicamente sarebbe utile maturare indirizzi e modalità nuove e condivise per sfruttare le forche caudine della crisi per poter ripensare e reintegrare il settore nel contesto più ampio del PIL nazionale, della salvaguardia di territorio e ambiente e nella valorizzazione delle competenze di operai, tecnici, imprese e organizzazioni di categoria.

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