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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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24 luglio 2013

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Biodiversità all’ingrosso e al minuto

di Giovanni Bernetti

La biodiversità, nel senso più largo, è la somma di tutti i patrimoni genetici esistenti del mondo, considerata ai fini della conservazione, tanto delle espressioni naturali della vita quanto delle cultivar e delle razze di animali domestici. Un enorme concetto che unifica istanze settoriali già note per riproporle a chi non ha paura di pensare in grande e di scegliere gli obiettivi prioritari.
In senso più ristretto, la biodiversità è l’insieme delle specie vegetali e animali (indigene e compatibili con l’ambiente) che si vogliono far convivere in un ambito territoriale amministrativamente definito: per esempio, in un parco nazionale. Nel mirare a questo scopo le azioni sul campo condotte fino ad ora si estrinsecano  nella sorveglianza, in censimenti e in monitoraggi. 
Quasi tutte le nostre aree protette si trovano nella fascia altitudinale superiore a 800 -1000 mt, dove si concentrano boschi di alto fusto di proprietà pubblica e dove minore è il disturbo causato dalle colture e dalle urbanizzazioni. In questo ambito montano, molte specie di animali sono costrette, nelle stagioni avverse, a spostarsi fuori dai confini. Si aggiungono, poi, le ripercussioni delle passate gestioni che hanno favorito  determinate specie con gli impianti di abete bianco o di abete rosso oppure con l’avviamento all’alto fusto dei cedui di faggio. Per questo, se si vuole incrementare la diversità, bisognerebbe provvedere spazio alle specie arboree rimaste marginali con impianti o con tagli di liberazione a loro favore. 
Sembra invece assodata filosofia che lo sviluppo naturale debba essere l’unico arbitro di ogni futura distribuzione delle specie. I boschi non si tagliano oppure vi si praticano tagliate così piccole da permettere al loro interno solo 2-3 ore di sole al giorno. Tutto sommato si privilegia la copertura delle specie arboree, a detrimento delle erbe e degli arbusti capaci di dare riparo e alimento alla portata dei vertebrati terrestri. Non restano che i prati di altitudine oppure rimane il sottobosco, formato da graminacee e rosacee arbustive, dei boschi radi delle coste più assolate. Nelle più comuni faggete e abetine l’ombra e l’humus neutro accumulato favoriscono il sottobosco composto da poco appetite erbe più o meno nitrofile.
In seguito a questa inadeguata diversità di ecosistemi, ai cervidi non resta che farsi pendolari verso boschi e campi di proprietà privata fuori dall’area protetta. Per conseguenza, l’ente gestore ottiene la biodiversità esercitando una sorta di pascolo abusivo. La sistematicità del danneggiamento non è soddisfatta dal risarcimento dei danni perché non si tratta tanto di prezzo del foraggio mangiato quanto di incertezza e limitazione al godimento del diritto di proprietà. E’ un problema inutilmente discusso da 50 anni. I cervidi e i boschi  di alto fusto insieme sono l’assodato e spettacolare simbolo della conservazione della natura nelle aree protette; ma all’atto pratico non vanno d’accordo. Per limitare le popolazioni di cervidi ci si affida al lupo il quale, però, trova meno faticoso far colazione con le pecore. Mica succederà che i pastori reagiscano con i bocconi avvelenati ammazzando, così, tutti i carnivori indiscriminatamente? 
Un’alternativa sarebbe inventare una forma di selvicoltura meno fissata sull’assoluta copertura del bosco, ma più orientata alla diversità di ecosistemi e, quindi, più aperta a formare spazi di pascolamento interni alla riserva. 
Su scala globale, il concetto di biodiversità è ampiamente logico e stimolante. A scala locale, nella gestione delle iniziative dimostrative è necessario procedere ad una gestione tecnica attiva e razionale, e superando le ideologie.

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Commenti

Giuseppe Bertoni - inserito il 27/07/2013

Molto bene, l'equilibrio si recupera con la scienza, non con l'ideologia. Grazie!

Raffaello Giannini - inserito il 25/07/2013

Una analisi attenta della letteratura e di situazioni reali del passato e del presente, indicano alcuni modelli selvicolturali che possono essere giudicatiottimi compromessi "meno fissati sull'assoluta copertura del bosco. E' vero che i cicli dinamici di vita dei cervidi richiedono grandi spazi che non sono in armonia con i limiti di proprietà. li spazi delle nostre Aree Protette sono in armonia con i cicli vitli dei cervidi? Il lupo preferisce concentrare la propria attenzione alimentare sul branco di pecore (va al ristorante sotto casa. Il cervo guarda affascinato l'erba del vicino che sempre più verde! In vero i poblemi sono vasti. Individuato il modello colturale ottimale di copromesso e la superificie ottimale dell'area protetta (300-500.000 ettari ?)quanto tempo occorrerebbe per realizzarlo (300-500 anni)? I nostri boschi sono il risultato di almeno 2000 anni di antropizzazione. Questa azione, nel bene e nel male,nella povertà e nella ricchzza, si è compenetrata in essa governandone la superficie, la composizione, la struttura. In qualche modo il concetto di "naturalità" è saltato ed è stato sostituito da quello di "gestione". Forse questo concetto dovrebbe essere meglio individuato ed applicato anche al "controllo" ed alla salvaguardia della componente wild life dei nostri boschi.

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