Storia della bergamotticoltura dalla sua nascita ad oggi

di Rocco Mafrica

La coltivazione del bergamotto (Citrus bergamia Risso & Poit) e la produzione della sua essenza, costituiscono da oltre due secoli, un raro momento di imprenditorialità agricola di respiro internazionale per la Calabria. Lo sviluppo di questa coltura, com’è noto, è legata all’invenzione in Germania dell’”aqua mirabilis” (in seguito denominata acqua di Colonia in ricordo della città dove venne prodotta per la prima volta) da parte di un emigrante italiano, G.P. Feminis, che la ideò e ne ottenne il brevetto negli anni a cavallo del 1700. Ben presto l’essenza del bergamotto diventa l’ingrediente più prezioso e ricercato per la preparazione dei più prestigiosi profumi destinati all’aristocrazia ed alla borghesia internazionale. Nascono così, intorno alla metà del 1700, i primi bergamotteti nei giardini di alcune delle famiglie più abbienti di Reggio Calabria.
La crescente domanda di olio essenziale di bergamotto sui mercati nazionali ed internazionali nei decenni successivi determina un’intensificazione della coltura sia nella zona costiera prospiciente lo Stretto di Messina che lungo la fascia litoranea jonica. L’aumento della capacità produttiva e le nuove opportunità commerciali legate alla diffusione dell’acqua di Colonia portano ben presto importanti benefici in tutto l’areale di coltivazione. Intorno alla metà del 1800 si registra poi la prima vera e propria industrializzazione del processo di estrazione dell’essenza di bergamotto con l’invenzione, da parte del reggino Nicola Barillà, di una macchina per l’estrazione denominata “macchina calabrese”. Tale invenzione non solo consente di abbreviare sensibilmente i tempi di estrazione, snellendo le operazioni, ma ha anche il grande merito di fare aumentare le rese e di permettere di ottenere una migliore qualità dell’essenza rispetto a quella ottenuta con il procedimento “a spugna” (De Domenico, 1854). In breve tempo l’utilizzo della macchina calabrese si diffonde presso tutti i coltivatori di bergamotto e la produzione dell’essenza aumenta in modo esponenziale, riuscendo ad assecondare la crescente domanda da parte dell’industria cosmetica e delle grandi case profumiere. Pur con delle fluttuazioni, la superficie coltivata a bergamotto in provincia di Reggio Calabria va gradualmente incrementandosi fino a raggiungere negli anni ’60 la sua massima espansione (circa 4000 ettari). A partire dagli anni ’70, a causa dello sviluppo urbanistico, delle forti fluttuazioni del prezzo dell’essenza e della diffusione delle essenze sintetiche, per la bergamotticoltura in provincia di Reggio Calabria inizia un periodo di profonda regressione che porta ad una drastica riduzione della superficie coltivata. Agli inizi degli anni ’90 la superficie coltivata non supera i 1000 ettari, con la maggior parte dei bergamotteti ormai circoscritta nella zona litoranea più meridionale della provincia di Reggio Calabria, tra Capo d’Armi e Capo Spartivento. Verso la fine del secolo scorso cominciano, tuttavia, ad intravedersi i primi segnali di ripresa della coltura. Uno di questi segnali è rappresentato dal riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta (D.O.P.) “Bergamotto di Reggio Calabria - olio essenziale”. Con l’inizio del XXI secolo, una serie di eventi favorevoli creano poi le premesse per il definitivo rilancio della coltivazione del bergamotto. Tra essi vanno annoverati la stabilizzazione del prezzo dell’essenza, l’aumento dell’associazionismo tra i produttori e la multifunzionalità del prodotto. In particolare, quest’ultimo aspetto diventa un grande volano per la rinascita della coltivazione. L’essenza di bergamotto, oltre al suo tradizionale utilizzo in campo cosmetico nella produzione di acque di colonia, profumi, deodoranti, lozioni antiforfora, prodotti solari (grazie alla presenza di sostanze fotodinamiche), dentifrici, grazie alle sue proprietà antisettiche, antibatteriche, antireumatiche, diuretiche, dermatologiche e di riattivante della circolazione, trova sempre più utilizzo in ambito farmaceutico.
Le notevoli caratteristiche salutistiche del succo del bergamotto, caratterizzato da importanti proprietà ipocolesterolemizzanti, ipotrigliceridemizzanti ed ipoglicemizzanti, antinfiammatorie e antiproliferative, consentono di avviare, parallelamente a quello tradizionale dell’essenza, un nuovo mercato che è quello dei frutti destinati al consumo fresco. Un contributo importante al successo della filiera viene anche dato dall’industria alimentare con la produzione di bevande analcoliche, di liquori e di dolciumi (gelati, caramelle, torroni, ecc.) al caratteristico aroma di bergamotto.
La crescente domanda di bergamotto porta ad un graduale aumento della superficie coltivata. Nonostante l’assenza di dati ufficiali, è plausibile pensare che l’attuale superficie coltivata a bergamotto si aggiri intorno a 1600-2000 ettari. Nuovi impianti vengono realizzati sia nella parte più meridionale (tra Capo d’Armi e Capo Spartivento) che lungo la zona litoranea più orientale della provincia. Inoltre, c’è da segnalare che altri bergamotteti sono realizzati anche al difuori del tradizionale areale di coltivazione di questa specie. Nuovi impianti vengono, infatti, realizzati nella Piana di Gioia Tauro, in quella di Sant’Eufemia Lamezia e nell’Alto Ionio cosentino. Ovviamente si tratta di impianti di piccole dimensioni (raramente con superfici superiori ad un ettaro), essenzialmente dei campi pilota, realizzati con la finalità di verificare se in questi territori ci siano le condizioni per produrre bergamotto destinato al mercato del fresco. Tuttavia, nonostante negli ultimi anni vi siano state efficaci azioni volte a favorire la crescita e l’ammodernamento della filiera, i bergamotteti hanno continuato a ricevere scarse attenzioni. Ciò ha determinato che buona parte degli attuali impianti di bergamotto sia “sottoproduttiva”, riuscendo raramente a fornire rese annue superiori ai 200 quintali per ettaro, quando, invece, le potenzialità produttive della specie consentirebbero di raggiungere rese molto più alte. Questa situazione riguarda sia i vecchi impianti, costituiti da piante vecchie che hanno superato la loro durata economica, disetanee, di più varietà e disposte con sesti inadeguati, che quelli di recente realizzazione, che spesso si portano dietro gravi errori effettuati di sede di progettazione. La fretta di realizzare nuove piantagioni, incentivata dai buoni redditi che attualmente la coltura è in grado di assicurare, ha portato gli agricoltori ha fare impianti in aree non vocate nonché a scegliere molto frettolosamente ed in modo non adeguato il portinnesto. Relativamente a quest’ultimo aspetto la possibile diffusione del virus della tristezza degli agrumi (Citrus Tristeza Virus) sta portando gli agricoltori a sostituire l’arancio amaro, storico portinnesto del bergamotto, con altri soggetti. In assenza di adeguati risultati sperimentali, circa gli effetti di altri portinnesti sul comportamento vegeto-produttivo delle piante di bergamotto, molti vivaisti propongono di sostituire l’arancio amaro con i citrange (generalmente con il “Troyer” ma anche con il “Carrizo”). Il ricorso massiccio a questo tipo di portinnesto sta, tuttavia, determinando una serie di problemi (fenomeni di clorosi ferrica, accrescimento stentato delle piante, ect.) in molti nuovi impianti. I citrange non hanno, infatti, la plasticità edafica che invece possiede l’arancio amaro. In considerazione della notevole variabilità che caratterizza i terreni dell’area del bergamotto, sostituire integralmente l’arancio amaro con i citrange appare dunque una grande forzatura. La scelta del portinnesto dovrebbe invece essere fatta con maggiore ponderazione tenendo conto delle caratteristiche pedologiche dei diversi ambienti. Anomalie si riscontrano anche riguardo alla scelta varietale, con una diffusione sempre maggiore della cultivar “Fantastico” a discapito della “Castagnaro” e della “Femminello”. Se appaiono abbastanza intuibili i motivi che inducono ad impiegare sempre meno la cultivar “Castagnaro”, meno comprensibili sono quelli che stanno portando al ridimensionamento della “Femminello”. Quest’ultima cultivar è, infatti, in possesso di una serie di caratteristiche bio-agronomiche di grande pregio che potrebbero consentire di innalzare in modo significativo sia le rese che la qualità della produzione. Su tale scelta più che le motivazioni agronomiche incidono fattori di natura commerciali legati all’offerta vivaistica. I vivaisti preferiscono propagare maggiormente la cultivar “Fantastico” perché ha uno sviluppo più rapido della “Femminello”.
Poca razionalità si riscontra anche nella gestione agronomica dei bergamotteti. Spesso gli impianti vengono condotti utilizzando tecniche agronomiche tramandate da generazione in generazione sulla base di esperienze empiriche e del tutto prive di basi scientifiche.  In considerazione della crescente richiesta di prodotto, appare evidente come risulti particolarmente urgente sottoporre il sistema produttivo ad un inciso rinnovamento che però richiede tempi relativamente lunghi, presenta difficoltà di esecuzione ed esige elevati investimenti. Tuttavia, per assecondare la crescita del settore diventa fondamentale creare strutture produttive moderne efficienti che siano nel contempo produttive ed economiche nella conduzione.