Riflessioni di una imprenditrice agricola sulla strategia Farm to Fork

di Deborah Piovan

E’ una buona cosa che la Commissione stia lavorando ad una visione organica della produzione di cibo e del suo impatto sull’ambiente. Le decisioni che verranno prese avranno un impatto sulla quota di autosufficienza alimentare del continente, sulla sicurezza alimentare e sull’ambiente. L’implementazione di qualsiasi strategia necessita di inclusività e la voce degli agricoltori dev’essere presa in considerazione. Una buona governance inoltre prevederebbe di condurre valutazioni di impatto ex-ante di tali proposte, sia per le conseguenze economiche che per quelle ambientali.
Tra gli obiettivi proposti c’è quello di tagliare l’utilizzo di agrofarmaci del 50%. La severa revisione dei principi attivi che avviene a livello europeo ha reso il lavoro degli agricoltori e l’ambiente più sicuri, ma la riduzione dei principi attivi consentiti complica la protezione dei raccolti. Eppure l’utilizzo di agrofarmaci continua a calare: -40% in Italia negli ultimi 30 anni, grazie al miglioramento nella gestione.
Gli agricoltori stanno già facendo molto per migliorare la propria impronta ecologica, ma senza protezione più di metà dei nostri pasti svanirebbe a causa di insetti, funghi e malerbe. Non dimentichiamo che la FAO ha dichiarato il 2020 Anno Internazionale della Salute delle Piante, poiché stima che il 40% dei raccolti mondiali vada perso ogni anno a causa della mancanza di adeguati strumenti protettivi. E’ un spreco difficile da accettare, non è etico tollerarlo. Gli agrofarmaci sono uno degli strumenti a disposizione, non l’unico, insieme alle biotecnologie, la lotta integrata, il digitale ecc.
Nei campi il cambiamento del clima è evidente: aumenta il numero di giornate e di notti con temperature sopra le medie storiche; diminuiscono i giorni di gelo; siccità prolungate sono più frequenti; arrivano nuovi parassiti e le malattie fungine sono più aggressive. Pertanto, mentre ci chiediamo su quale base scientifica siano stati proposti tali tagli delle molecole a disposizione e se siano stati valutati i trade off di queste scelte, guardiamo alla ricerca, a quella biotecnologica in particolare, con grande speranza.
Un’altra proposta è quella che vorrebbe vedere cresce l’agricoltura biologica dal 7.5% al 25% della superficie coltivata in Europa. E’ un metodo di produzione che rappresenta un’interessante fonte di reddito per alcuni agricoltori, ma le conseguenze di un simile proposito di crescita devono essere approfonditamente valutate. I rischi sono di aumentare la dipendenza dall’importazione da Paesi terzi e di stimolarne la deforestazione, di mettere i consumatori europei in competizione con i cittadini di Paesi più poveri, di aumentare le emissioni di gas serra sia per la produzione che per la spedizione. La produzione biologica e quella convenzionale devono coesistere per assicurare libertà di scelta sia al consumatore che al produttore, e ricordiamo che la presenza di aziende convenzionali contribuisce a proteggere anche le coltivazioni a biologico. Ma affidarsi a quest’ultime per cibare gli europei secondo diversi studi scientifici potrebbe comportare rischi per l’ambiente e l’autosufficienza. Pensiamo per esempio alla produzione di proteine vegetali in Europa, per le quali il continente è fortemente carente; infatti sta cercando di stimolarne la produzione tramite il Piano Proteico Europeo.
Alla base di tutti questi progetti – è inutile nasconderselo – sta la paura dei cittadini. EFSA ogni anno pubblica i dati sui residui di agrofarmaci nel cibo e i risultati sono tranquillizzanti. Un recente studio danese ha dimostrato che il rischio legato alla presenza di agrofarmaci nel nostro cibo è pari a quello legato al bere un bicchiere di vino ogni tre mesi.
Produciamo cibo all’interno del quadro normativo più severo al mondo, i nostri alimenti sono sicuri, eppure queste informazioni faticano ad arrivare ai cittadini. Quando arrivano non riescono a tranquillizzare.
Credo che dovremmo puntare alla consapevolezza, non alla paura. Dalla paura non nascono buone decisioni; lo diceva con grande saggezza il filosofo Giulio Giorello, recentemente scomparso.
Gli agricoltori vogliono ricostruire il dialogo con la società. Siamo interessati a produrre seguendo sempre le evidenze scientifiche, sia per quel che riguarda l’agronomia, sia per la protezione dell’ambiente in cui lavoriamo. Ma serve un dialogo costruttivo privo di posizioni ideologiche, orientato piuttosto alla ricerca concreta delle soluzioni.
Abbiamo bisogno di approcci rivoluzionari capaci di ricreare un ambiente fertile per l’innovazione, che deve essere richiesta e autorizzata dalla società.



(Estratto di articolo uscito su "Strade Magazine")