Questione di priorità

di Marcello Pagliai

Durante il periodo di clausura causa coronavirus quante volte abbiamo sentito da tutti i mezzi di comunicazione di massa che tutto non sarà come prima, che dovremo cambiare le nostre abitudini, ecc. Forse sarà che siamo ancora immersi nella pandemia ma non sembra proprio che qualcosa sia cambiato; dalle cronache attuali emerge il ritratto di una società ancora più intollerante, imbarbarita e incattivita. Quello che sicuramente è cambiato, anzi peggiorato, è la crisi economica che attanaglia il Paese, sommerso da mille emergenze: dalla mancanza di lavoro, dalla chiusura di molte attività, dal crollo del turismo con conseguente disastrose sull’intero settore e qui viene da pensare al non aver saputo valorizzare a dovere, salvo alcune eccellenze, il nostro immenso patrimonio culturale e paesaggistico e pare che solo ora si comprenda il suo reale valore per la nostra economia. Inoltre, si assiste all’aumento delle disuguaglianze sociali, molto preoccupanti, all’aumento della criminalità e, soprattutto, all’incredibile impoverimento culturale che fa gettare ombre sinistre sullo sviluppo futuro del nostro paese. È chiaro che il diffuso impoverimento culturale nella popolazione porta anche ad un forte decadimento delle competenze, con il rischio di avere, in futuro (neanche lontano), classi dirigenti non all’altezza del proprio compito.
Si deve quindi affrontare una serie di impellenti emergenze e, visto che le risorse finanziare sono limitate, gioco forza dovranno essere stabilite delle priorità di interventi.
Ecco, è proprio la scelta di queste priorità che preoccupa, perché sicuramente il settore agricolo e la tutela del territorio, come sempre del resto, finirà in fondo alla lista. Ancora una volta l’agricoltura non avrà l’attenzione che merita e, in pratica, finirà per essere la solita cenerentola.
Peccato perché l’attuale popolazione agricola, sebbene sia di un’età relativamente avanzata, è cambiata rispetto ad alcuni decenni fa. Anche gli agricoltori di piccole e medie aziende sono notevolmente migliorati dal punto di vista imprenditoriale; sono aperti alle innovazioni, alle scelte colturali e soprattutto alle produzioni di qualità. Hanno preso coscienza delle problematiche ambientali e dei cambiamenti climatici in atto, della necessità di una corretta gestione delle risorse idriche a fronte dei lunghi periodi di siccità; infatti, nelle zone irrigue stanno sostituendo i vecchi impianti con i sistemi di irrigazione a goccia. Hanno preso coscienza dell’importanza di prevenire la degradazione dei loro suoli e, infatti, in molti casi hanno reintrodotto le rotazioni colturali al posto delle monocolture; stanno adottando lavorazioni alternative alla tradizionale aratura quali la discissura, per rompere lo strato compatto formato dalla suola d’aratura, le lavorazioni minime e addirittura, nei terreni adatti, la semina su sodo. Infine, si va diffondendo l’inerbimento nei vigneti, oliveti e frutteti in genere proprio per ridurre l’erosione del suolo.
A fronte di questi cambiamenti rimane però estremamente deficitario il reddito, perché il prezzo corrisposto agli agricoltori della quasi totalità dei prodotti agricoli, salvo qualche eccellenza o prodotti di nicchia, è rimasto invariato nel tempo se non addirittura diminuito, basti pensare al latte ovino, ad esempio, o al grano negli anni scorsi.
Per un rilancio dell’agricoltura, non solo a favore degli agricoltori stessi, ma della comunità intera, occorrerebbe un sostegno mirato in aggiunta alla PAC che necessariamente rappresenta un compromesso fra le esigenze dei vari Paesi Europei che ovviamente sono nettamente diverse in virtù del clima, del tipo di suoli, della loro vulnerabilità, dell’orografia, ecc. e, quindi, non è sufficiente per garantire un reddito dignitoso e poter attuare un’agricoltura sostenibile.
Occorrerebbero intanto norme nazionali per la protezione del suolo, per invertire la tendenza al suo consumo, tutt’ora crescente, e per la tutela e messa in sicurezza del territorio; se ne parla sempre ma proprio a causa delle priorità, per questa non si trovano mai adeguate risorse.
Sarebbe necessario incentivare e sostenere una ripresa di una nuova progettazione di sistemazioni idraulico-agrarie in chiave moderna, così come promuovere un Piano quadro nazionale finalizzato ad incentivare le aziende a recuperare e accumulare l’acqua piovana, attraverso la creazione di serbatoi artificiali.
Il timore però è che, per colpa di altre priorità, per gli agricoltori non ci sarà un supporto adeguato.