Quei pini effetto dello spopolamento

Una ricerca internazionale svolta dallo spagnolo Gabriel Sangüesa Barreda (Università di Valladolid) in collaborazione con il laboratorio di Dendrologia del Dipartimento Dafne (UniTuscia) ha dimostrato che molti esemplari di pino loricato e di pino uncinato, alberi plurisecolari, si sono insediati nel Rinascimento, in una ondata sincrona e su vasta scala. Dai Pirenei al Pollino fino a ricoprire i rilievi della Grecia settentrionale. La ricerca è stata resa possibile dalla collaborazione tra le Università della Tuscia e di Valladolid con l’Università del Mainz (Germania), di Cambridge e del Pyrenean Institute of Ecology (Csic, Spagna). Ed è la prima volta che una sinergia del genere riesce a produrre un database così ricco, unico per la ricchezza di informazioni sull’età degli alberi più vecchi d’Europa.
Breve premessa. Gli ecosistemi subalpini sono, per loro natura, laboratori adatti a studiare gli effetti del riscaldamento globale, perché loro dinamiche sono particolarmente sensibili alle variazioni di temperatura. Lassù i sentieri dello studio sono tanti, ma fra i meno battuti c'è quello dell'impatto delle pandemie nel lungo periodo. Un fenomeno del genere, per forza di cose, produce cambiamenti nell'uso del suolo sulle dinamiche delle foreste montane. Tornando alla ricerca, l'insediamento massivo del pino loricato e del pino uncinato tra il 1400 e il 1500 è stato ricollegato allo spopolamento della montagna in seguito a una crisi demografica del tardo Medioevo. A cominciare dalla peste nera del 1347-48, una funesta serie di pandemie, carestie e guerre dimezzarono la popolazione in molte regioni d’Europa. Le pinete subalpine che oggi si osservano sui monti dell'Europa meridionale sono perciò il risultato della disseminazione di alberi millenari, come Adonis e Italus, in un paesaggio lasciato per molto tempo alle dinamiche naturali.
Dal punto di vista applicato, lo studio spagnolo ha evidenziato come gli alberi annosi e le foreste vetuste, oggi considerate universalmente un patrimonio inestimabile, rappresentino una eredità del passato che affonda le proprie radici nel Medioevo.  “In aree remote quali sono i grandi complessi montuosi – spiega Gianluca Piovesan dell’Unitus che ha coordinato la ricerca – anche oggi sta avvenendo uno spopolamento come quello del tardo Medioevo. All'epoca, l’abbandono dell’Appennino ha determinato la genesi di estese foreste vetuste arrivate integre sino ai giorni nostri giorni. Se ben gestito, l’abbandono della montagna mediterranea che oggi va avanti ormai dal boom economico, potrà portare, nel lungo periodo alla genesi di nuove foreste vetuste. Ne abbiamo tanto bisogno per conservare la biodiversità e mitigare i cambiamenti climatici”. La nuova ricerca conferma ancora una volta la montagna come un ambiente strategico per conservare la natura. Il tutto in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu.
 
da Repubblica.it, 28/6/2020