Quattro millenni e mezzo (almeno) di locuste

Tutt’altro che inedite, le invasioni africane del 2020 sono solo le ultime di una lunga serie, la cui origine si perde nella notte dei tempi

di Donatello Sandroni

Nell’immaginario collettivo le cavallette sono da sempre sinonimo di voracità devastatrice. Tali insetti lasciano infatti il proprio segno nella storia da oltre quattromila e 500 anni, dal momento che gli antichi Egizi erano usi scolpire locuste sulle proprie tombe almeno dal 2470 a.C. Un’illustre invasione di locuste fu per esempio quella che devastò l’Egitto ai tempi del faraone Thutmose III, supposto coevo di Mosè. Ciò che viene riportato nel libro dell’Esodo della Bibbia narra infatti di come “Le cavallette salirono su tutto il paese d'Egitto e si posarono su tutta l'estensione dell'Egitto. Erano numerosissime: prima non ce n'erano mai state tante, né mai più tante ce ne saranno […]. Non rimase nulla di verde, né albero né pianta del campo, su tutto il paese d’Egitto". Tali invasioni nulla hanno quindi di inedito, per lo meno analizzando il fenomeno da un punto di vista storico oltre che ambientale. In chiave strettamente entomologica, le locuste del deserto (Schistocerca gregaria) sono ortotteri che appartengono alla famiglia Acridoidea. In particolari situazioni formano sciami di adulti composti da decine di milioni di individui e dove arrivano ben poco sopravvive alle loro bocche. La Fao le descrive infatti come “the most destructive migratory pest in the world", ovvero i più distruttivi parassiti migratori esistenti al mondo. Le cavallette possono inoltre spostarsi in volo fino a 150 chilometri al giorno, non stupisce quindi siano in grado di espandersi velocemente su ampie porzioni di territorio. Uno solo dei loro sciami può divorare in un giorno il cibo che sfamerebbe 35mila persone. Anche loro, però, possono essere viste come cibo, non solo osservando gli usi alimentari attuali di diverse popolazioni del Pianeta, bensì leggendo anche alcuni passi dei Vangeli di Marco e Matteo, i quali descrissero Giovanni Battista nutrirsi di “locuste e miele selvatico". Sempre guardando a tali flagelli da un punto di vista storico, pare che nel IX secolo a.C. delle non meglio specificate autorità cinesi abbiano nominato specifici incaricati per arginare le scorribande delle locuste. Altra citazione nell’Iliade, scritta nel VI secolo a.C., studiate poi pure da Aristotele e citate in seguito da Tito Livio a seguito di un’invasione a Capua nel 203 a.C. Anche nel Corano sono riportati passaggi in cui tali piaghe vengono descritte. In tempi molto successivi l’ennesima testimonianza viene fornita dai cronisti mediorientali, i quali riportarono come nella primavera del 1747 le aree agricole nei dintorni di Damasco, in Siria, furono distrutte dalle locuste. Un’invasione che un locale barbiere, tal Ahmad al-Budayri, descrisse in modo lapidario: "venute come una nuvola nera. Hanno coperto tutto: gli alberi e le colture. Che Dio Onnipotente ci salvi!". Periodiche invasioni di locuste si sono poi ripetute almeno cinque volte solo nel secolo scorso. Nel XX secolo se ne sono infatti registrate di gravissime, per lo più in Africa e in area mediorientale, come quelle fra il 1926 e il 1934; poi fra il 1940 e il 1948, nonché dal 1949 al 1963 con oscillazioni, scomparse e ricomparse quasi continue in diverse aree geografiche. Nel Terzo Millennio la musica non è affatto cambiata, con una forte infestazione registratasi nel 2003-2004 in gran parte dell'Africa occidentale. Il costo delle operazioni contro tale infestazione si stima aggirarsi intorno ai 122 milioni di dollari americani, mentre il danno alle colture stallerebbe intorno ai 2,5 miliardi. Nel 2020, quindi, si è giunti solo all’ennesima invasione di locuste, definita dalla Fao “la peggiore in Etiopia e Somalia negli ultimi 25 anni e la peggiore in Kenya negli ultimi 70 anni" e non si può purtroppo sapere oggi quanto tale piaga durerà. Ma non si pensi che l’Italia sia avulsa da tali proliferazioni, visto che in Sardegna non è la prima volta che le cavallette causano danni gravi. Fin dagli anni ’30 del secolo scorso, infatti, venivano combattute con arseniti di sodio, particolarmente tossici e persistenti nell’ambiente. Nel Secondo Dopoguerra ad essi subentrò un insetticida per l’epoca rivoluzionario: l’esaclorocicloesano. Tale sostanza attiva debellò diverse invasioni successive di cavallette, facendo la fortuna di un’azienda italiana nata proprio con questo insetticida nel 1946: la Sipcam, tutt’oggi esistente anche se orientata, ovviamente, a prodotti di ben altro profilo ecotossicologico. 


Articolo originale:
https://agronotizie.imagelinenetwork.com/difesa-e-diserbo/2020/09/02/cavallette-un-flagello-che-dura-almeno-da-2500-anni/67765