Plastica per salvare le cozze: l'esperimento dei "pellets" nel Golfo di La Spezia

Usare le plastiche per combattere l'inquinamento da plastica. Sembra quasi un paradosso ma è possibile grazie a dei piccoli granelli di plastica vergine che potrebbero aiutarci a capire quanto è realmente inquinato il mare e a sviluppare future "cure" per la sua salute.  Ne è convinta Silvia Merlino, ricercatrice dell'Istituto di Scienze Marine del Cnr che insieme a un team di esperti e con la collaborazione di Stefania Giannarelli dell'Università di Pisa ha da poco concluso un primo curioso esperimento nel Golfo di La Spezia. Grazie alla plastica vergine è infatti riuscita a tracciare la quantità di inquinati del mare in maniera molto più efficace che con i metodi tradizionali, ovvero l'analisi di muscoli e cozze.
A gennaio del 2019, quando una laureanda in chimica ha contattato la dottoressa Merlino per una tesi sulle microplastiche, è nata l'idea di studiare l'impatto di alcuni inquinanti sui pellets, in sostanza dei granuli di quattro millimetri di plastica vergine e costituenti principali delle plastiche, di cui ancora si parla troppo poco. Lontano dalla Liguria, in Giappone, i ricercatori nipponici avevano giù notato da tempo la grande presenza di pellets in mare o sulle coste, trasportati dalle correnti marine ovunque, dall'Antartide sino alle nostre coste. Così i giapponesi hanno invitato i ricercatori di tutto il mondo ad inviare loro dei campioni di pellets da ogni latitudine per capire la pericolosità di queste plastiche, dato che ai polimeri si "attaccano" diversi inquinati nocivi, dai Pcb ad altri pesticidi, da i Ddt agli Ipa.
"I giapponesi hanno notato che assorbivano di tutto e iniziato a pensare che potessero essere usati al posto dei muscoli, che nella ricerca ambientale sono dei veri e propri traccianti per capire i livelli di inquinamento del mare. Ma i mitili sono complessi da trattare - spiega Merlino - mentre i pellets no. Il problema dei pellets è che non sono stanziali come le cozze, ma si muovono con le correnti". Da qui l'idea, simile a quella di un tentativo fatto a San Diego, ma arricchito da più test, di creare un primo esperimento al mondo nel Golfo di La Spezia: piazzare nove gabbie in tre diversi siti e a tre diverse profondità, per riuscire - grazie alla plastica - a tracciare l'inquinamento marino.
"In alcune gabbie di metallo e legno di balsa abbiamo messo dei pellets vergine di polietilene e polipropilene. Alcune erano a due metri di profondità, altre in superficie e altre fuori dall'acqua. Questo per comprendere meglio in quali condizioni si assorbono più inquinanti. Come ipotizzavamo, lo strato superficiale del mare è il peggiore: è un concentrato di inquinanti". "I primi risultati dicono che i valori di assorbimento di inquinanti sono gli stessi nei muscoli e nei pellets, fatto che avvalora come queste plastiche possano essere usati come traccianti per la scienza. I pellets raggiungono un equilibrio chimico con l'acqua molto velocemente: se l'acqua si sporca, i pellets lo rivelano subito, mentre i molluschi ci mettono molto più tempo a rilevarlo, circa 20 giorni in più".
Se in natura i pellets diventano un veicolo di inquinamento importante, dato che si spostano attraverso le correnti, messi nelle gabbie usate dai ricercatori possono dunque diventare un sistema "veloce ed efficace per capire se una zona di mare è inquinata. 

da: Repubblica.it, 27/11/2019