Piantare alberi per combattere il cambiamento climatico, le cose che dovremmo sapere

di Francesco Ferrini

Secondo uno studio pubblicato su Science il 5 luglio 2019 (Bastin et al.)  piantare alberi su 0,9 miliardi di ettari, un’area pari a quella degli Stati Uniti compreso l’Alaska o della Cina, potrebbe “intrappolare” circa due terzi della quantità di carbonio nell'atmosfera prodotta dalle attività umane dall'inizio della Rivoluzione industriale.
L’affermazione, fatta sulla base di studi da parte del team di ricercatori del Politecnico di Zurigo, ha attirato l'attenzione di un mondo affamato di speranzose notizie sul clima. Ne è seguito, tuttavia, un dibattito e, secondo quanto sostenuto da altri scienziati sulla stessa rivista scientifica qualche numero dopo, queste cifre eccessivamente piene di speranza potrebbero "fuorviare lo sviluppo della politica climatica".
L'idea è sicuramente accattivante, semplice e concreta. C'è dunque spazio per piantare, molti, moltissimi alberi, per ridurre la quantità di anidride carbonica emessa naturalmente e/o a seguito delle nostre attività, che altera il clima del nostro pianeta.
Ai vari proclami e azioni avvenuti negli ultimi tempi, anche susseguenti al succitato articolo, ci sono state, tuttavia, anche reazioni scettiche. Forse troppo scettiche da parte di alcuni esponenti della comunità scientifica ed è indubbio che questo provoca un certo disorientamento nelle persone. Da una parte si dice che piantare gli alberi salverà il pianeta, dall’altra si dice che non è vero, o non lo è del tutto. Allora chi ha ragione?
Io pianterei alberi dappertutto se potessi ma, ovviamente, la mia volontà e il mio desiderio non necessariamente si trasformano in realtà. Uno sguardo più pragmatico ci dice che piantare alberi è una cosa non solo utile, è fondamentale, ma non è la panacea di tutti i mali.
Ho pensato di riassumere in questa breve riflessione alcune delle affermazioni e commenti recentemente pubblicati anche su prestigiose riviste scientifiche e sulla stessa rivista, Science, dove è stato pubblicato l’articolo di Bastin et al., e cercherò anche di provare a spiegare il perché di certi eccessivi ottimismi o, all’opposto, dei profondi scetticismi che rischiano di portare, come spesso succede, a uno scontro, anziché al dialogo e all’azione comune.
In uno dei commenti, Friedlingstein et al. (2019)  dell'Università di Exeter in Inghilterra hanno definito "pericolosamente fuorviante" la stima originale che la massiccia piantagione globale di alberi potrebbe, una volta giunti alla maturità, stoccare un totale di circa 205 gigatonnellate (Gt) di carbonio. C’è una parte di ragione in ciò che hanno scritto e questa risiede principalmente nel fatto che nell’articolo originale si suppone che tutti gli alberi sopravvivano e che siano efficienti nel sequestro di carbonio e non si tiene conto del potenziale cambiamento delle condizioni climatiche che potrebbe ridurre il potenziale di crescita, delle potenziali perdite e, quindi, di un conseguente stoccaggio del carbonio inferiore, anche di molto, rispetto a quanto previsto. Aggiungo che è fondamentale che gli impianti siano effettuati seguendo una pianificazione accurata e che siano ben chiari alcuni punti che ho già esaminato in precedenti articoli: cosa piantare, come piantare, dove piantare, perché piantare e chi dovrebbe essere incaricato di gestire gli impianti. 
Sia i critici che gli autori dell'articolo originale concordano su un punto: la piantagione di alberi non è l'unica grande soluzione per la crisi climatica. La principale soluzione alla crisi climatica è quella di smettere di rilasciare gas a effetto serra il più presto possibile.
Parte della confusione deriva dall'entusiasmo del documento nel confrontare i grandi benefici, teorici, della piantagione di alberi (non solo riguardo alla riduzione dell’anidride carbonica), un modo per immagazzinare carbonio già emesso da qualsiasi fonte, con i benefici, elevati e certi, derivanti dalla prevenzione di specifici tipi di emissioni (es. impianti di refrigerazione, emissioni da traffico veicolare, ecc.).
La riduzione delle emissioni ha il vantaggio di affrontare direttamente la fonte della minaccia e lo fa per sempre. Gli alberi fanno un gran “lavoro di pulizia”, ma solo mentre sono in piedi e sono un come un conto bancario che ha bisogno di depositi costanti. Anche per questo motivo, la quantità stimata di carbonio potenzialmente rimosso, come detto 205 Gt, sarebbe sovrastimata e numerosi autori affermano che il valore potenziale sia pari a circa un quinto di tale entità; secondo altri la stima dovrebbe essere almeno dimezzata. Altri autori che hanno criticato l’articolo evidenziano dubbi sulla stima, ma non quantificano una correzione.
Uno dei motivi per cui la stima sarebbe troppo alta è che le persone probabilmente non sceglieranno mai di piantare alberi su tutti i pezzi di terra "disponibili". In teoria potrebbero crescere più alberi in luoghi con copertura arborea limitata, come la tundra o le praterie tropicali, ma in altri piantare alberi potrebbe essere non essere una soluzione realmente praticabile se non addirittura controproducente.
Il tentativo di piantare alberi in aree naturali protette e potenzialmente vulnerabili potrebbe trovare una forte opposizione da parte di coloro che vedono un valore ecologico e culturale nel mantenere quelle aree come sono oggi. Veldman et al. (2019) , ad esempio, hanno ridotto il totale di 53,5 GT di carbonio stimato per lasciare le praterie tropicali così come sono. Le specie iconiche in quegli ecosistemi sono "già gravemente minacciate", affermano i ricercatori. Inoltre, il cambiamento di questi antichi ecosistemi potrebbe sconvolgere anche la vita delle popolazioni le cui aree per l’allevamento di animali, gli habitat di caccia e le fonti idriche stanno drasticamente diminuendo.
Una critica sostanziale, questa mia personale, è che il progetto al quale la pubblicazione si riferisce si è concentrato sullo sviluppo di un modello teorico che ha tenuto solo conto del fatto che POTREBBERO essere piantati alberi, non dove DOVREBBERO essere piantati. E la differenza fra i verbi mi pare fondamentale.
Il documento pubblicato da Bastin et al. ha avuto tuttavia il merito di richiamare una nuova attenzione sull'idea di piantare alberi che rimane comunque una cosa fondamentale purché sia fatta in modo ponderato. Forse le ventilate epiche piantagioni massali (ormai le cifre si sprecano) non avranno impatti tanto grandi quanto sperato, ma anche se gli effetti fossero sovrastimati del 90%, resterebbe comunque il fatto che i benefici che ne potrebbero derivare non si limiterebbero al sequestro del carbonio, ma anche a tutta una serie di effetti positivi che dovremmo considerare maggiormente. Forse questo renderebbe le persone più disposte a piantare alberi o intraprendere altre azioni? Nel puzzle della lotta ai cambiamenti climatici, il cuore umano è una grande fonte di incertezza.
Anche perché viene il dubbio sull’utilità delle nostre parole e dei nostri scritti se pensiamo a ciò che è uscito fuori dalla COP 25. È inutile girarci intorno a Madrid si è consumato un fallimento che non è solo formale, ma anche sostanziale e testimonia l’abisso che esiste tra il livello di allarme indicato dalla comunità scientifica e l’allegra spensieratezza con cui risponde la gran parte dei governi di tutto il mondo condita dalla quasi totale indifferenza del mondo dei media.
Ricordiamoci che piantare alberi non contribuirà a salvare il pianeta, che troverà il modo di ritornare come prima, di salvare sé stesso da noi. È solo una questione di tempo: 100, 1000, 10.000 anni?
Piantare alberi contribuirà a salvare noi stessi.