Per difendere il Made in Italy non basta comprare italiano

di Dario Casati

Stiamo vivendo giorni difficili, avvolti in una cappa grigia di dolore, di ansia, di incertezza su presente e futuro. Su tutto incombe la presenza di questo famigerato coronavirus, resa più terribile dal fatto che sappiamo molto poco, quasi nulla, di lui e del suo modo di agire. Siamo gravati da un insopportabile rumore di fondo generato dall’incombente e onnipresente informazione: televisioni, giornali, chiacchiere a ruota libera diffuse a macchia d’olio. Un subisso di messaggi, in parte grevi e deprimenti, in parte spiritosi per sollevare il morale con un sorriso,  in parte spunto di riflessioni e suggerimenti.
Fra questi ultimi serpeggia una sorta di rivolta nei confronti di una persecuzione, forse solo presunta, nei confronti dell’Italia e degli Italiani. Chiediamoci perché e guardiamo già al dopo. I messaggi sono un modo per rincuorare tutti, compresi quelli che scrivono, unendoli a difesa della nostra Italia, nella ribellione verso gli ingiustificabili persecutori, prima i cinesi poi l’Europa, non ben definita ma immancabile. La proposta comune è un invito all’unione, a rafforzarsi reciprocamente, a riscoprire le antiche virtù, a ricordare i grandi meriti del nostro popolo. Spesso chiusa  dall’esortazione a comprare solo alimentari italiani, prodotti da aziende italiane, evitando quelli esteri, di frequente “pessime imitazioni” dei nostri, nella convinzione che noi si abbia il meglio di tutto. Così facendo si sosterrebbe la nostra vacillante economia e si vivrebbe meglio. Insomma il messaggio parte dalla difesa dell’Italia e dei suoi prodotti e si conclude con la convinzione che “così possiamo farcela”.
L’esortazione ha risvolti psicologici importanti, ma, per evitare reazioni controproducenti di fronte alla realtà, occorre aggiustare il tiro. L’Italia produce prodotti agricoli e cibi di grande qualità. La sua agricoltura ha importanti caratteristiche che ne fanno una delle migliori al mondo. Siamo, a seconda dei metodi di calcolo utilizzati, la prima o seconda agricoltura europea come quantità e valore della produzione. Ma non basta, perché deve importare un elevato quantitativo di prodotti agricoli e alimentari. La bilancia commerciale è strutturalmente in passivo, nonostante sia alimentata da un’agricoltura la cui produttività nel tempo ha continuato ad aumentare offrendo quantità crescenti di prodotti, per affrontare una popolazione raddoppiata in un secolo e consumi  procapite sviluppati del 50% nello stesso periodo. Una corsa difficile da vincere con un traguardo che si sposta in avanti. La componente dei prodotti dell’industria alimentare è cresciuta di più e, dopo essere stata per decenni in passivo, dal 2015  è attiva. Ciò rende sostenibile il passivo della componente agricola riducendo il saldo in rosso. Gli agro-alimentari sono oggi la seconda voce attiva delle esportazioni italiane,  il vero motore della nostra economia..
Chi  vuole rilanciare il sistema agricolo ha buone ragioni, ma sbaglia se pensa che dobbiamo chiuderci in noi stessi e consumare solo “italiano”, perché non ve ne sarebbe abbastanza e perché non avremmo gli introiti delle esportazioni. Una posizione protezionistica avrebbe il duplice effetto negativo di rendere il cibo in Italia più raro e più costoso. Infine non dimentichiamo che se facessimo i “ piccoli Trump” provocheremmo nei partner mondiali ritorsioni verso i gioielli dell’alimentare che esportiamo con  orgoglio e vantaggio economico.
Anche nell’alimentare, come nel resto dell’industria manifatturiera, la seconda in Europa, l’Italia è geniale trasformatrice di materie prime che non sempre ha a sufficienza. In molti comparti di punta dell’export alimentare siamo vincolati alle importazioni. Acquistiamo olio d’oliva per esportarne a prezzi superiori, grano duro per ragioni tecniche e per alimentare l’export di pasta, bestiame, latte, carni e alimenti zootecnici per esportare formaggi e salumi di pregio. Così si forma il valore aggiunto che poi resta in Italia e crea lavoro e ricchezza.
Allora difendiamoci, non con una rancorosa autarchia da crescita zero, ma con politiche di rilancio e di supporto alle attività per il dopo virus, quando la nostra Italia dovrà rialzarsi. Per essere pronti subito, mentre piangiamo per i lutti e lamentiamo i danni, occorre sostenere le imprese che producono per l’interno e quelle che esportano, dare impulso alla produttività agricola con l’innovazione e la semplificazione dei vincoli burocratici, creare le intese all’interno delle filiere per massimizzare l’uso della materia prima nazionale e favorire l’esportazione, stimolare l’innovazione nell’alimentare.
Ci difendiamo tutti se ci prepariamo per tempo e non solo a parole.