Patriottismo alimentare e il problema del prezzo giusto e remunerativo

di Lorenzo Frassoldati*

Ci risiamo. L’incubo Covid è tornato, come era previsto. Non era prevista però la virulenza e l’accelerazione dei contagi, e neppure erano previste l’impreparazione e l’ordine sparso con cui siamo andati  incontro a questo nuovo disastro, tra Dpcm che si susseguono, chiusure annunciate e poi ritirate, strutture sanitarie già quasi ko, medici e infermieri che mancano, Regioni e Stato che litigano (che novità!), governo  che litiga al suo interno (altra novità), toni da propaganda delle opposizioni. Insomma nessuna traccia di quello spirito di unità nazionale invocato dal presidente Mattarella e che  il buon senso imporrebbe. Purtroppo stiamo pagando caro la svagatezza estiva e la campagna elettorale per le Regionali, quando tutto sembrava dimenticato.
Stiamo entrando in un mese decisivo per la lotta al virus con misure che saranno comunque  via via più stringenti e limitanti alla nostra libertà, mobilità e ai trasferimenti delle persone. Già si stanno delineando gli stili di acquisto che già abbiamo visto durante il  precedente lockdown. Stanno ripartendo alla grande gli acquisti nella Distribuzione moderna e le grandi catene si preparano alla battaglia dei prezzi di novembre/dicembre puntando – chi più chi meno -  sui temi della convenienza e della qualità. Intanto sembra in dirittura d’arrivo il provvedimento legislativo sulle pratiche sleali , che però non sarà operativo prima del prossimo anno (presumo). Intanto –per stare alle cifre - Ismea prevede che con la nuova ‘stretta’ su bar, ristoranti e alberghi  un arretramento della spesa per consumi alimentari fuori casa del 48% rispetto al 2019, per una perdita complessiva di quasi 41 miliardi di euro (quasi quanto tutto il nostro export agroalimentare). Parallelamente l’accelerazione degli acquisti presso la Distribuzione, moderna e tradizionale potrebbe portare a un incremento della spesa domestica pari al +7%, per un valore corrispondente di circa 11,5 miliardi di euro. Comunque alla fine il bilancio della spesa  complessiva per prodotti agroalimentari sarà quindi di quasi 30 miliardi di euro in meno (-12%). In sintesi la torta dei consumi alimentari si ridurrà drasticamente ma di questa torta la fetta più grossa se la mangerà la Gdo. E, poiché non tutta la Gdo è “cattiva”, come ha scritto il professor Corrado Giacomini qui sul nostro sito commentando  le recenti inchieste televisive della Rai,  seguiremo con attenzione il comportamento delle catene, cercando di distinguere chi darà prova di responsabilità e serietà, chi invece farà spudoratamente solo i propri interessi, e chi invece ciurlerà nel manico, facendo solo finta di fare il bravo.
Intanto in Francia la Fnsea, il sindacato unitario degli agricoltori, ha lanciato un appello al patriottismo alimentare : “Le imprese agricole non si fermano, ma il nuovo lockdown avrà un impatto negativo su alcune produzioni. Chiediamo ai francesi di effettuare gli acquisti con uno spirito di patriottismo alimentare”, Alla Grande distribuzione la Fnsea chiede di “chiudere rapidamente le trattative in corso, riconoscendo quotazioni remunerative per gli agricoltori impegnati a garantire i rifornimenti e la sovranità alimentare”.
Appello prontamente ripreso qui da noi da Confagricoltura. L’organizzazione del presidente Giansanti chiede “alla grande distribuzione di organizzare l’esposizione dei prodotti alimentari in modo da rendere più visibile il Made in Italy e agevolare così le scelte dei consumatori”; e ai grandi centri di acquisto  per la ristorazione collettiva (ad esempio ospedali e caserme) di privilegiare i  prodotti tricolori. Facile presumere che anche altre organizzazioni andranno su questa strada. A marzo scorso la Coldiretti lanciò la campagna #Mangiaitaliano , anche per rintuzzare gli attacchi al made in Italy sui mercati esteri. Tutte iniziative giuste e lodevoli, ma di cui non è dato misurare l’efficacia. L’ortofrutta è una produzione di cui il nostro paese è strutturalmente eccedentario, quindi non si dovrebbe fare fatica a ‘comprare italiano’. Però solo alcune catene rendono note le percentuali di made in Italy che comprano, e sempre con cifre vaghe. E poi non è questo neppure il problema. Se sui banchi della Gdo trovo all’inizio di stagione le clementine spagnole (quando in Italia non ci sono) o le pere argentine quando mancano le nostre, non è uno scandalo. Magari la produzione straniera apre la strada, tira la volata  a quella italiana.
Diverso è quando le catene usano le produzioni estere per fare dumping e rompere il mercato a quelle nazionali.   Il problema , se volete,  sta più nella remunerazione delle produzioni italiane che nella percentuali di italianità del prodotto in vendita , è qui che dovrebbe valere il ‘patriottismo alimentare’. Siamo sempre lì, il tema di fondo è il valore, il prezzo giusto da attribuire alle nostre produzioni.  Come ha dimostrato Claudio Scalise cifre alla  mano al nostro primo webinar sulla Farm2Fork , la  marginalità della parte agricola è troppo bassa. Ci mette in difficoltà nella competizione internazionale nei confronti della Spagna che ha marginalità  doppia in frutticoltura e quasi doppia in orticoltura. Sorprende vedere che la Spagna tra il 2016 e il 2017 ha recuperato quasi 28 punti percentuali di utile netto nella produzione di frutta e noi appena 7. E poi ci chiediamo perché continuiamo a perdere ettari su ettari di  frutteti specializzati…
A proposito di patriottismo, non deve passare sotto traccia il passaggio in mani straniere di due grandi gruppi come Besana (agli spagnoli) e di Oranfrizer (alla multinazionale Unifrutti). Sono grandi aziende innovative, che hanno fatto la storia della nostra ortofrutta , simboli del made in Italy nella frutta secca e negli agrumi , che entrano  in logiche diverse, devono rispondere ad azionisti diversi, che stanno fuori dai confini nazionali. Nessuno scandalo, per carità, siamo per il libero mercato. Però è l’ennesimo segnale che l’ortofrutta nazionale  è in crisi di competitività e diventa facile preda di grandi gruppi stranieri, soprattutto quando le prede sono appetibili (e sono leader in prodotti  innovativi e di grande prospettiva). Sono gli altri che ci comprano, non il contrario.

*Direttore del "Corriere Ortofrutticolo"